A Ponticelli un dodicenne resta ferito al termine di una lite con un coetaneo. Bastano pochi minuti perché una discussione si trasformi in un fatto di sangue. Ma il vero allarme non riguarda l’episodio in sé: riguarda quanti ragazzini, nella periferia orientale di Napoli, hanno imparato a considerare una lama uno strumento come un altro.
Sono bastati pochi minuti. Una discussione nata per un motivo che, a distanza di ore, nessuno riesce a ricostruire con precisione, si è trasformata in una colluttazione, e la colluttazione in un fatto di sangue. A Ponticelli, periferia orientale di Napoli, un ragazzino di dodici anni è rimasto ferito durante una lite con un coetaneo. Le condizioni non sono gravi, ma il dato che resta è uno solo: tra due bambini che dovrebbero avere in tasca la merenda per l’intervallo, ad un certo punto è comparso un coltello.
È un episodio che viene liquidato spesso in poche righe, ma è un episodio che, a guardarlo da vicino, racconta molto più di quanto dica: racconta di un quartiere, di una generazione, di un vuoto che si è allargato negli anni senza che nessuno trovasse davvero il modo di richiuderlo.
Ricostruire con esattezza la dinamica dei fatti, in questa fase, non è possibile: si tratta di minori, e le indagini restano coperte dal riserbo che la legge impone a tutela di chi ha meno di diciotto anni. Quello che si può dire è che l’episodio di Ponticelli non nasce dal nulla. Negli ultimi anni la cronaca partenopea ha registrato con una frequenza crescente episodi simili: liti tra adolescenti che si concludono con un coltello estratto, una bottiglia rotta, un pestaggio filmato e diffuso sui social e che non sempre finiscono sui giornali. Quando lo fanno, restano per qualche giorno, poi scompaiono, sostituiti da altro. Ed è in questo contesto che l’episodio di Ponticelli va letto: non come un fatto isolato, ma come un sintomo di un fenomeno che a Napoli ha già un nome, “baby gang”, spesso usato in modo improprio per descrivere realtà molto diverse tra loro (dalla goliardia fuori controllo alla criminalità organizzata in miniatura) ma che comunque fotografa un’infanzia che nella periferia orientale cresce troppo in fretta, e non sempre nella direzione giusta.
Ponticelli è uno dei quartieri più popolosi di Napoli, costruito in gran parte con l’edilizia popolare del dopoguerra e poi ampliato dopo il terremoto dell’Ottanta, un quartiere che vive di contraddizioni: da un lato la densità abitativa altissima, la disoccupazione giovanile che resta tra le più alte della città e la presenza storica di più clan camorristici che negli anni si sono contesi il controllo del territorio; dall’altro una rete di scuole, parrocchie, cooperative sociali e associazioni che ogni giorno lavorano per offrire ai ragazzi un’alternativa alla strada.
Ed è un errore raccontare Ponticelli solo attraverso l’emergenza, e chi vive e lavora nel quartiere lo ripete da anni: ridurre tutto alla cronaca nera significa cancellare l’impegno di chi, ogni pomeriggio, tiene aperte le porte di un centro di aggregazione, di un oratorio, di una palestra popolare, offrendo ai ragazzi uno spazio alternativo a quello del cortile o della strada. Ma è altrettanto un errore far finta che questi presìdi bastino da soli a colmare un vuoto strutturale fatto di famiglie in difficoltà, dispersione scolastica, mancanza di lavoro e di prospettive.
Il dodicenne ferito a Ponticelli e il coetaneo con ogni probabilità frequentano una delle scuole del quartiere, sono due bambini cresciuti a poche vie di distanza, in un territorio dove le opportunità, quando ci sono, vanno cercate e conquistate, non trovate già pronte. Dentro Ponticelli esiste un’area che, più di ogni altra, restituisce l’immagine di cosa significhi crescere ai margini: il rione Conocal, nato all’inizio degli anni Ottanta come risposta d’emergenza al problema abitativo aperto dal terremoto, quando centinaia di nuclei familiari rimasti senza casa furono trasferiti in questi palazzoni, in un contesto di povertà segnato fin dall’origine. Per anni il rione ha vissuto sotto il controllo del clan D’Amico, guidato da Antonio D’Amico, noto con il soprannome “Fraulella” e nato da una costola del clan Sarno; un potere conteso, nel tempo, dal clan rivale dei De Micco, capeggiato da Marco detto “Bodo”. Gli affiliati dei due gruppi, secondo quanto ricostruito dalla cronaca locale, hanno reso riconoscibile la propria appartenenza anche attraverso simboli diventati virali sui social tipo soprannomi, tatuaggi e persino un’emoji a forma di fragola in quella che diversi osservatori hanno definito una “camorra 2.0”, capace di usare gli stessi strumenti digitali dei ragazzini per consolidare affiliazioni e intimidire i rivali.
Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, il rione Conocal avrebbe una delle età medie più basse tra i quartieri d’Europa, effetto di una natalità alta in un contesto di povertà diffusa, un dato che, incrociato con tassi di abbandono scolastico fuori scala e con la quasi totale latitanza dei servizi pubblici, aiuta a spiegare perché per molti ragazzi cresciuti lì il punto di riferimento più concreto, nella vita di ogni giorno, finisca per essere chi comanda per strada, piuttosto che un insegnante o un genitore. A prendere pubblicamente posizione, in tempi recenti, è stato anche don Maurizio Patriciello, parroco di riferimento per le periferie difficili dell’area a nord e a est di Napoli, che ha definito il Conocal un rione “orribile, terribile”, accostandolo per certi versi al Parco Verde di Caivano: due quartieri periferici che, secondo il sacerdote, lo Stato ha di fatto lasciato al proprio destino per troppi anni.
Negli anni qui non sono mancati interventi delle forze dell’ordine: un’operazione ha portato a 94 arresti e alla chiusura di 14 piazze di spaccio attive nel rione. Dopo quel blitz, secondo le ricostruzioni giornalistiche successive, il Conocal è apparso più tranquillo, ma non per questo risanato: le strade restano segnate dal degrado urbano, tra palazzi fatiscenti e cantine trasformate in luoghi di spaccio e di consumo. Nel 2023 in più la giornalista Luciana Esposito ha reso pubbliche denunce di richieste estorsive comprese tra i diecimila e i ventimila euro, imposte dai clan ad alcuni residenti in cambio della possibilità di restare nella propria abitazione, spesso oggetto di occupazioni abusive. Ed è proprio in questo tessuto di abbandono e di comando criminale che affonda le radici buona parte della violenza giovanile che periodicamente torna a far parlare Ponticelli.
Il fenomeno della violenza giovanile a Napoli non è nuovo, ma negli ultimi anni ha cambiato pelle. Non si tratta più soltanto delle bande giovanili legate ai clan, cresciute all’ombra della camorra e utilizzate come manovalanza per lo spaccio o per le intimidazioni, oggi c’è anche un’altra violenza, apparentemente più “spontanea”, che nasce fuori dai circuiti criminali organizzati e si consuma tra coetanei, spesso per motivi che agli adulti sembrano futili: uno sguardo di troppo, una parola fraintesa, un video pubblicato online, una rivalità tra piccoli gruppi che si autodefiniscono per strada o per scuola frequentata, una violenza che si nutre di un bisogno antico quanto l’adolescenza (affermarsi, non sembrare deboli davanti al gruppo) ma che oggi trova strumenti nuovi per esprimersi e amplificarsi. Quello che allarma chi lavora sul campo non è tanto la lite in sé, fenomeno che è sempre esistito tra ragazzi, ma l’uso sempre più disinvolto di oggetti che possono ferire o uccidere: coltelli, cutter, in alcuni casi vere e proprie armi improprie, portati addosso non necessariamente con l’intenzione dichiarata di usarli, ma “per sicurezza”, per non sentirsi impreparati davanti a un eventuale scontro. Una lite che un tempo restava confinata al cortile della scuola o all’angolo di un vicolo oggi può diventare, nel giro di pochi minuti, un video condiviso, commentato, rilanciato. La reputazione online pesa quanto quella reale, e in certi contesti pesa di più: farsi vedere deboli davanti a un gruppo di coetanei, oggi, non significa solo perdere la faccia per un giorno, ma rischiare che quell’immagine circoli e resti.
In un contesto simile, fare un passo indietro davanti a una provocazione non viene percepito come saggezza, ma come debolezza da esibire pubblicamente. La violenza, paradossalmente, diventa la scorciatoia più rassicurante: dimostra qualcosa, chiude la questione, restituisce dignità agli occhi degli altri, un meccanismo che riguarda adolescenti in tutta Italia, non solo Ponticelli o Napoli, ma che nelle periferie dove mancano spazi di mediazione trova terreno più fertile per trasformarsi da parola in gesto.
Sul piano giuridico, un episodio come quello di Ponticelli apre più di una questione, e la prima riguarda l’età dei protagonisti. Il codice penale italiano, all’articolo 97, stabilisce che il minore di quattordici anni non è imputabile, non può quindi essere ritenuto penalmente responsabile delle proprie azioni, per quanto gravi. Questo non significa però che i fatti restino privi di conseguenze, il Tribunale per i Minorenni può comunque attivare percorsi di tutela e i servizi sociali possono intervenire sul nucleo familiare, laddove si ravvisi una situazione di rischio o di carenza educativa. Ed è proprio sul punto tra irresponsabilità penale e responsabilità educativa che si è mosso negli ultimi anni il legislatore. Il cosiddetto Decreto Caivano, varato nel 2023 proprio a seguito di episodi di violenza giovanile nell’area a nord di Napoli, ha introdotto strumenti pensati per intervenire anche sui minori non imputabili: dall’ammonimento del questore al rafforzamento della responsabilità genitoriale, fino al potenziamento degli istituti penali per i minorenni riservato ai casi più gravi che coinvolgono ragazzi dai quattordici anni in su, una normativa nata per rispondere a un’emergenza reale, ma che da sola non basta: sanziona, avverte, in alcuni casi allontana dalla famiglia, senza però costruire, da sola, le alternative che mancano nei quartieri dove la devianza attecchisce con più facilità. Nella pratica, per un minore non imputabile i percorsi restano essenzialmente due: da un lato l’attivazione dei servizi sociali territoriali, che possono proporre al Tribunale per i Minorenni misure di sostegno alla famiglia o, nei casi più gravi, limitazioni della responsabilità genitoriale; dall’altro l’ingresso in percorsi educativi rafforzati, penso a comunità o progetti di messa alla prova pensati non come punizione ma come argine, quando la famiglia da sola non riesce più a rappresentare un riferimento sufficiente. Sono strumenti che esistono, ma che scontano tempi lunghi, organici ridotti negli uffici dei servizi sociali e una capillarità sul territorio tutt’altro che garantita, soprattutto nei quartieri dove il bisogno è più alto.
C’è poi un secondo piano normativo, quello relativo al possesso dell’arma. La legge 110 del 1975, all’articolo 4, punisce il porto ingiustificato, fuori dalla propria abitazione, di armi improprie o di oggetti atti a offendere, quando non sia possibile giustificarne il trasporto per motivi legittimi, una norma pensata per gli adulti, che di fronte a un dodicenne o a un tredicenne si scontra però con lo stesso limite: la non imputabilità. Il risultato è un vuoto che né il diritto penale né, spesso, le famiglie riescono davvero a colmare: ragazzini che sanno di poter portare un coltello quasi senza conseguenze dirette, in un’età in cui la percezione del rischio è ancora tutta da costruire.
Di fronte a episodi come questo, il territorio non è privo di risorse, ma spesso lo è di coordinamento. Le scuole della zona, quando i fatti le riguardano direttamente, attivano protocolli interni: colloqui con le famiglie, segnalazioni ai servizi sociali, talvolta il coinvolgimento di psicologi scolastici, dove presenti. Le associazioni e le cooperative che operano nel quartiere continuano il loro lavoro quotidiano, spesso con risorse limitate e senza il sostegno economico che servirebbe per ampliare l’offerta di attività pomeridiane, sportive, culturali, quegli stessi spazi che, nei fatti, sottraggono tempo e occasioni alla strada.
Sarebbe comodo chiudere questa storia attribuendo la colpa a un singolo responsabile: al ragazzino che ha estratto il coltello, alla sua famiglia, alla scuola che non ha vigilato abbastanza, al quartiere che “è fatto così”. Ma le responsabilità, in casi come questo, si stratificano, e ridurle a una sola voce significa non capire e quindi non affrontare mai davvero il problema. C’è una responsabilità educativa, che riguarda le famiglie ma anche la scuola, chiamata a intercettare per prima i segnali di disagio, spesso silenziosi, che precedono un gesto come questo. C’è una responsabilità istituzionale, di chi decide dove destinare le risorse e con quale continuità sostenere i presìdi sociali nei quartieri più fragili, invece di finanziarli a singhiozzo, un anno sì e uno no. E c’è, non da ultimo, una responsabilità collettiva: quella di una città che troppo spesso guarda alla periferia orientale solo quando esplode un fatto di cronaca, per poi dimenticarsene fino al successivo.
Il dodicenne ferito a Ponticelli guarirà dalle sue ferite fisiche. Resta da capire chi si occuperà di quelle, meno visibili, che la vicenda lascia dietro di sé: nel ragazzo ferito, in chi ha impugnato il coltello, e in tutti quei coetanei che, in queste ore, stanno osservando cosa succede e imparando qualcosa su cosa significhi crescere a Ponticelli.
Perché alla fine è questa la domanda che l’episodio lascia in eredità, ben oltre la cronaca del singolo fatto: quanti coltelli, in questo momento, sono già dentro gli zaini di altri dodicenni, in attesa soltanto dell’occasione sbagliata per uscire allo scoperto?












