A Pinarella un pestaggio ha ucciso Nicola Musiani, cinquantaquattro anni, senza una casa vera. La sua morte racconta quanto in Italia basti un’etichetta per smettere di essere considerati persone
Colpi alla testa e al torace, un corpo di neanche cinquanta chili lasciato a terra nel buio di un parcheggio. Nicola Musiani è morto così, dopo quattro giorni di coma, e l’autopsia lo conferma con la freddezza asettica dei referti medici: non un incidente o una lite finita male, ma un pestaggio vero e proprio, portato avanti anche quando l’uomo era già a terra e non poteva più difendersi. Aveva 54 anni, viveva in un camper nel parcheggio di viale Tritone a Pinarella, accanto alla roulotte del padre. Un fisico esile, segnato da una vita difficile, che qualcuno quella notte ha deciso non meritasse nemmeno la pietà minima di restare in vita.
Era solo, tra sabato e domenica scorsi, quando un gruppo di quattro o cinque persone lo ha costretto a uscire dal camper. Poi l’aggressione feroce, calci e pugni che si sono accaniti su di lui anche quando era già a terra, inerme. A trovarlo è stata una pattuglia dei carabinieri, allertata da chi aveva sentito rumori nella notte. Quel parcheggio non è un’area isolata ma un luogo frequentato anche da chi esce dalle discoteche vicine, eppure ricostruire l’accaduto si sta rivelando tutt’altro che semplice. Le testimonianze parlano di un gruppo che si aggirava nei dintorni, di una frase agghiacciante intercettata da chi era nei paraggi (prendiamo il tossico e lo ammazziamo) e di una discussione avvenuta qualche ora prima con qualcuno che nessuno è ancora riuscito a identificare. Le telecamere, però, restituiscono ben poco: una sagoma che si allontana nel buio, nulla di più.
Ciò che fa riflettere è la parola tossico, è lì che si gioca tutto quello che è successo dopo, ed è lì che si gioca il senso di questa storia. Non conta chi fosse davvero Nicola Musiani, un uomo mite, fragile, con un passato difficile alle spalle, benvoluto da chi lo conosceva. Conta quello che, agli occhi di chi lo ha aggredito, quella parola aveva già deciso che fosse un problema, un disturbo, qualcosa da eliminare prima ancora che una persona da affrontare. Un’etichetta buttata lì, in una frase pronunciata come se si trattasse di togliere di mezzo un ostacolo, non di uccidere un uomo. Ed è esattamente questo il meccanismo che rende un pestaggio come quello di Pinarella la trasformazione di una persona fragile in una categoria, e di una categoria in un bersaglio legittimo. Un camper, una roulotte accanto, un parcheggio: la vita intera di Nicola stava in pochi metri quadrati, ai margini di una cittadina balneare che di giorno vive di ombrelloni e di notte si riempie di ragazzi diretti in discoteca. Ai margini, appunto. E i margini, in Italia, sono il posto dove smetti di essere visto come individuo e cominci a essere trattato come sintomo di un disagio da cui la maggioranza vuole semplicemente distogliere lo sguardo.
Non è la prima volta che la cronaca italiana racconta aggressioni a danno di chi vive per strada o ai margini della società, e difficilmente sarà l’ultima: sono episodi che tornano, con una regolarità che dovrebbe preoccupare molto più di quanto faccia. Succede quasi sempre nello stesso modo, un gruppo, la notte, una vittima sola e indifesa, la violenza sproporzionata rispetto a qualunque presunta minaccia, e succede quasi sempre nell’indifferenza generale, fino a quando non arriva la morte a trasformare l’ennesima aggressione in un caso.
La legge italiana riconosce un’aggravante quando un’aggressione è motivata da odio razziale, religioso o legato all’orientamento sessuale e quindi, se Nicola Musiani fosse stato colpito per il colore della pelle, i suoi aggressori risponderebbero anche di questo. Essere stato colpito perché povero, perché senza casa, perché considerato un tossicodipendente da allontanare non genera invece alcuna aggravante specifica: la condizione sociale di marginalità non rientra tra i motivi che la legge riconosce come discriminatori. Eppure il meccanismo psicologico è identico: disumanizzare qualcuno sulla base di ciò che rappresenta, non di ciò che ha fatto e produce esattamente lo stesso risultato, ovvero un corpo a terra, un pestaggio che non si ferma nemmeno quando la vittima non può più reagire.
Il fatto è che questa disumanizzazione non nasce nella notte tra sabato e domenica a Pinarella, ma molto prima, in un Paese dove oltre diecimila persone dormono per strada secondo le stime ufficiali e dove non esiste un reddito minimo garantito capace di intercettare chi sta per cadere prima che tocchi il fondo. Nasce nelle ordinanze comunali contro il bivacco, negli sgomberi che spostano il problema di qualche isolato senza risolverlo, nel linguaggio pubblico che parla di “decoro urbano” come se le persone senza dimora fossero un elemento di arredo fuori posto, non esseri umani con una storia e, spesso, un dolore alle spalle. Ogni volta che le istituzioni trattano la marginalità come un problema estetico da nascondere invece che come una condizione da affrontare, preparano il terreno perché qualcun altro, prima o poi, decida di “sistemare” la questione a modo suo.
Nicola Musiani viveva a pochi metri dal padre, in un parcheggio che tutti conoscevano, in una cittadina dove in molti lo conoscevano davvero e gli volevano bene. Non era un fantasma. Era un uomo mite, con una vita difficile alle spalle, che la comunità ha pianto in massa, sindaco compreso, quando ormai non c’era più nulla da fare.
Ed è qui che il caso di Pinarella smette di riguardare solo gli aggressori, ancora da identificare con certezza, e comincia a riguardare tutti gli altri: quanti, prima di quella notte, gli avevano portato un pasto caldo, avevano bussato al camper solo per sapere come stava, avevano chiesto al Comune perché un uomo fragile dovesse vivere in un parcheggio invece che in un alloggio dignitoso? La commozione collettiva che arriva dopo la morte, per quanto sincera, non ripara l’indifferenza che l’ha preceduta: la giustizia che la comunità chiede ora per Nicola dovrebbe valere anche per chi, come lui, sta ancora vivendo ai margini, sopravvivendo su un equilibrio fragile che una sera qualsiasi può spezzarsi per una frase pronunciata da sconosciuti nel buio. Nessuno lo ha protetto prima, nessuno lo ha fermato quella notte. E difficilmente, quando l’inchiesta si chiuderà, qualcuno pagherà per l’indifferenza strutturale che lo ha reso un bersaglio possibile.














