Cronaca

Taverna del Re torna a bruciare: il fuoco si spegne, le domande no

Ieri pomeriggio, a Giugliano in Campania, il cielo si è di nuovo colorato di scuro. Una colonna di fumo si è alzata dal sito di Taverna del Re, visibile a chilometri di distanza, e per chi vive lì è bastato guardare fuori dalla finestra per capire cosa stesse succedendo. Le fiamme hanno interessato una piazzola di circa 50 metri quadrati dove erano ammassate ecoballe. Sono intervenuti i vigili del fuoco con più squadre e autobotti, e il lavoro è andato avanti fino a sera. Poi sono arrivati anche i “ragni”, i mezzi usati per smassare il materiale e controllare che non tornasse a bruciare sotto la superficie.

È il secondo incendio in quindici giorni nello stesso posto. Il primo era scoppiato il 6 settembre, e anche allora il rogo aveva coinvolto un cumulo di ecoballe già pronto per il trasferimento, con una combustione che continuava sotto i teloni. E quando il fumo torna nello stesso punto a distanza di due settimane, una domanda viene quasi da sola: quante volte bisogna vederlo alzarsi prima di considerare tutto questo un problema serio, e non solo l’ennesima emergenza di giornata?

Dopo l’incendio del 6 settembre l’ARPAC aveva avviato i monitoraggi sulla qualità dell’aria. Il primo, tra il 7 e l’8 settembre, aveva rilevato una concentrazione di diossine, furani e PCB diossina-simili pari a 2,4 picogrammi per metro cubo, ben oltre il valore di riferimento di 0,15. Nei giorni successivi il dato era sceso: 0,87 tra l’8 e il 9 settembre, poi 0,038 tra il 10 e l’11, sotto la soglia indicata. Numeri che raccontano cosa succede nell’aria dopo un rogo del genere, e perché controllarla non sia un dettaglio.

E non è stato l’unico episodio di settembre, visto che il 15, in via Bosco di Casacelle, ha preso fuoco un terreno con sterpaglie, rifiuti e parti di auto abbandonate. Un caso diverso da Taverna del Re, un terreno e non un sito di stoccaggio, ma anche qui l’ARPAC ha avviato un monitoraggio, e il campionamento tra il 17 e il 18 settembre è risultato sotto il limite di rilevabilità.

Taverna del Re porta il peso di una storia lunga. Nasce con l’emergenza rifiuti in Campania, e il piano per svuotarlo è partito nel 2016. Dieci anni dopo, secondo le stime diffuse dopo l’incendio del 6 settembre, resterebbe ancora circa un milione di tonnellate di ecoballe da smaltire nei siti campani: quello che doveva essere temporaneo è diventato, per chi vive lì, una presenza fissa.

Sul fronte dei controlli, tra fine agosto e inizio settembre, tra Napoli e Caserta sono stati fatti circa 3.700 controlli e 1.200 servizi di pattuglia, con 29 denunce, 45 veicoli sequestrati e sei siti chiusi. Sono dati sull’intera Terra dei Fuochi, non solo su Giugliano: ad agosto i roghi di rifiuti nell’area sono passati da 173 a 127 rispetto all’anno scorso, oltre il 26% in meno, un dato che va registrato, ma che non cancella chi, quel giorno, si ritrova comunque davanti al fumo. Perché il problema non finisce quando arrivano i vigili del fuoco. Restano le finestre chiuse per ore. Restano l’odore che entra in casa senza permesso e i vicini che si chiamano per capire da dove arriva il fumo, prima ancora che arrivi un comunicato ufficiale. Restano le domande che ogni famiglia si fa senza avere sempre una risposta pronta: cosa sta bruciando davvero? Quanto ci vorrà per i risultati dei monitoraggi? Chi deve rispondere, quando succede ancora?

E poi resta la domanda più scomoda, quella che riguarda il tempo. Un sito nato come soluzione temporanea, dopo dieci anni, non può continuare a essere raccontato solo attraverso i suoi incendi. Ogni rogo che si spegne dovrebbe avvicinare la fine di questa storia, non limitarsi a rimandarla. Invece per chi vive a Giugliano il calendario sembra ripetersi: fumo, controlli, numeri che rassicurano a metà, e poi si ricomincia.

Ieri il fuoco di Taverna del Re è stato domato. Ma la fotografia di ieri resta, e si aggiunge a quella di due settimane fa. Non basta per dare una spiegazione definitiva. Basta però per continuare a farsi la domanda, e per pretendere che qualcuno, prima o poi, la sappia guardare in faccia.

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