A tre chilometri dal rogo della Termoplast, un altro deposito in fiamme. Il laboratorio mobile dell’Arpac non ha nemmeno fatto in tempo a spegnersi.
Un capannone di elettrodomestici che brucia a Striano, un laboratorio mobile dell’Arpac ancora acceso da settimane per l’incendio della Termoplast a Sarno, tre chilometri di distanza tra i due roghi. Stessa area, stessa nube nera, stessa domanda che nessuno pone ad alta voce. È un caso, o è un metodo?
Il copione lo conosciamo tutti a memoria, ormai. Primo pomeriggio, capannone industriale, plastiche e componenti elettrici che alimentano fiamme “di vaste proporzioni”, colonna di fumo nero visibile a chilometri, Vigili del Fuoco e Protezione Civile sul posto, sindaco che rassicura la cittadinanza, Arpac che attiva il monitoraggio della qualità dell’aria. Questa volta è toccato al deposito della Ce.Mi, in via Rivolta, al confine tra Striano e San Valentino Torio. Diossine, furani, policlorobifenili: gli inquinanti che si sprigionano quando la plastica e il materiale elettrico bruciano insieme, sostanze che non si vedono ma restano, si depositano nel terreno, entrano nella catena alimentare, restano nei corpi di chi vive intorno a quei capannoni molto più a lungo di quanto restino nell’aria.
Il sindaco Giulio Gerli ha parlato di situazione “in costante monitoraggio” e di dipendenti messi in sicurezza. Parole giuste, ma la sicurezza dei dipendenti in un’emergenza acuta non è la stessa cosa della sicurezza sanitaria di un intero territorio esposto, per l’ennesima volta, a una nube di combustione industriale.
Il punto non è l’incendio di oggi, ma che il laboratorio mobile posizionato a Sarno per misurare ogni ora PM10, PM2.5, monossido di carbonio, benzene e xilene non è stato installato per Striano. Era già lì, da settimane, per il rogo della Termoplast, non ha fatto in tempo a smontare la strumentazione che si è ritrovato a monitorare un secondo incendio, a tre chilometri dal primo. Due episodi, distanza minima, tempistica quasi sovrapposta: in qualunque altro settore, due incidenti così ravvicinati farebbero scattare un’indagine strutturale. Nella gestione dei rifiuti e dei depositi industriali in Campania, invece, rientrano nell’ordinaria amministrazione.
Questo territorio ha una storia che si chiama Terra dei Fuochi, definizione con cui per anni si è provato a descrivere un fenomeno preciso, quello dei roghi utilizzati come sistema di smaltimento illegale di rifiuti speciali, tossici, difficili e costosi da trattare secondo le regole. Bruciare costa meno che smaltire. Un capannone che va a fuoco può essere un incidente ma una sequenza di capannoni che vanno a fuoco, negli stessi chilometri quadrati, a distanza di poche settimane l’uno dall’altro, comincia a somigliare a una prassi.
L’Arpac fa quello che può fare con gli strumenti che ha, un lavoro tecnico serio, ma che arriva sempre dopo. Si misura quello che è già stato bruciato, si quantifica un danno già avvenuto, si rincorre l’emergenza invece di prevenirla. Nessuno, prima dell’incendio, controlla sistematicamente cosa sia effettivamente stoccato in quei depositi, in quali quantità, con quali autorizzazioni. Il controllo arriva con la nube nera già nel cielo, non prima che si formi.
E allora la domanda scomoda va posta senza girarci intorno: quanti depositi industriali, in quest’area della Campania, custodiscono materiali che nessuno ha mai davvero verificato? Quante aziende operano ai margini della legalità ambientale, sapendo che il rischio peggiore, ovvero un controllo approfondito e una sanzione pesante, è comunque meno costoso di uno smaltimento a norma? E soprattutto: chi paga, alla fine, il conto di questa contabilità criminale? Non le aziende. Pagano i residenti di Striano, San Valentino Torio, Sarno, tutta l’area vesuviana, invitati per l’ennesima volta a tenere “chiuse porte e finestre in via precauzionale” mentre si aspettano risultati di laboratorio che, quando arriveranno, diranno solo quanto danno è già stato fatto.
C’è poi un secondo livello di danno, meno immediato ma altrettanto reale: quello della fiducia. Ogni volta che un sindaco rassicura, ogni volta che l’Arpac attiva un monitoraggio, ogni volta che si dice che “le cause sono in fase di accertamento“, si rafforza nei cittadini dell’Agro nocerino-sarnese la sensazione di vivere in un territorio dove gli incendi industriali sono un rischio strutturale accettato, non un’anomalia da estirpare. E quando un rischio diventa strutturale, smette di generare indignazione e comincia a generare rassegnazione. È il meccanismo più pericoloso di tutti, perché è silenzioso: non fa rumore come le fiamme, ma corrode nel tempo la pretesa stessa di sicurezza che un cittadino dovrebbe poter avanzare verso le istituzioni che lo governano.
Le indagini sulle cause dell’incendio della Ce.Mi sono appena cominciate, ed è giusto attendere gli esiti prima di parlare di dolo o di negligenza specifica. Ma la sequenza (Termoplast, poi Ce.Mi, stessa area, stesso laboratorio mobile chiamato due volte in poche settimane) pone un problema che va oltre la responsabilità del singolo episodio. Chi ha il compito di verificare preventivamente cosa viene stoccato nei depositi industriali della Campania, e con quale frequenza lo fa davvero? Esiste una mappatura aggiornata dei siti a rischio nell’Agro nocerino-sarnese, o si continua a scoprirli uno dopo l’altro, quando vanno a fuoco?
Finché la risposta a queste domande resterà un monitoraggio che parte solo dopo che il fumo si è già alzato nel cielo, la Campania continuerà a fare i conti non con incidenti isolati, ma con un metodo. E un metodo, per essere fermato, ha bisogno di essere prima riconosciuto come tale.












