Resto a casa perché è necessario, ma già so cosa farò quando potrò uscire

Anche se non è facile, ognuno di noi deve fare la sua parte in questa guerra, così che quando sarà finita potremo dire di averla vinta tutti insieme.

di Loredana De Vita.

Certo che si può essere arrabbiati, certo che ci si può sentire prigionieri, certo che il tempo può sembrare più lungo, dilatato. Eppure, guardate il cielo, pensate al mare, immaginate di scalare una montagna. Il cuore si apre, il respiro è più affannato, ma la meta lontana dona più grazia e bellezza alla propria rotta. Forza!

Mi trovo, come tutti o la maggior parte, nella mia casa, alla mia scrivania e scrivo al computer, come faccio sempre, eppure è tutto diverso perché mi sento insieme minacciata e protetta. Minacciata da un virus che mi trova a far parte dei più deboli, protetta perché la mia famiglia mi si è stretta attorno cercando di evitare che in alcun modo io possa essere raggiunta. Ebbene, anche così, anche se è per il bene, mi sembra di poter soffocare.

Da una parte il rischio, dall’altra la tenerezza degli affetti; da una parte il senso di impotenza, dall’altra il bisogno di tornare a essere libera; da una parte la gioia di essere insieme, dall’altra la tristezza della consapevole prigionia; da una parte la paura del contagio, dall’altra il timore per il futuro dei giovani. Che cosa sarà di tutti noi? Che sarà di loro domani in un tempo che si annuncia ancora più complesso del presente? Dinanzi a tutto questo e molto di più, non ci resta che essere pazienti e scoprire i benefici, per quanto talvolta aspri, dell’attesa.

Sapete che cosa mi manca tanto? Le urla. Sì, non scherzo, mi mancano le urla per strada dei ragazzi che vanno o tornano da scuola spesso in preda alla loro inconsapevole o voluta superficialità, a quel modo effimero di nascondere una profondità che stenta a rivelarsi. Mi mancano, tanto, e questo silenzio mi fa ripensare al dolore e al vuoto che ho provato quando ho lasciato la scuola, per motivi legittimi e coerenti, ma che mi sono costati davvero tanto. Immagino, ora, quella scuola e ogni scuola, ne percepisco il vuoto come se ancora una volta lo provassi sulla pelle della mia anima come quando ho varcato per l’ultima volta quella soglia. Penso ai “miei ragazzi”, a quelli che ho lasciato, ma che ho seguito fino al loro ultimo giorno di scuola; penso a quelli più cresciuti che stanno affrontando il mondo del lavoro o la ricerca di un lavoro che li appaghi dei sacrifici, delle speranze, delle aspettative oneste di giovani che meritano di guardare avanti; penso a quelli un po’ più “grandetti”, ma per me sempre e per sempre “i miei ragazzi”, e li immagino nella loro responsabilità di genitori in un momento tanto difficile; penso agli altri “miei ragazzi”, quelli che seguo a casa nelle loro vicissitudini scolastiche o a quelli che studiano per “titolarsi” in maniera soddisfacente affiancando il lavoro universitario a quello di un corso di lingue. Penso a tutto questo e tutto questo mi manca.

Con insistenza mi chiedo: come saremo domani? Come usciremo da tutto questo silenzio? Saremo capaci di ridare voce a noi stessi? La gioia di tornare a essere liberi porterà di certo con sé il segno della mancanza, del vuoto, dell’assenza di coloro che non ce l’hanno fatta anche se non ci appartiene il loro affetto. Saremo capaci di scoprire una dimensione comunitaria dopo tanta solitudine, oppure ci tufferemo di nuovo fino in fondo al nostro individualismo?

Io non so cosa accadrà domani, so solo che spero che ciascuno faccia tesoro di tutto questo vuoto e non dimentichi di essere parte di una realtà e di una vita che non discrimina il vecchio dal giovane, il ricco dal povero, il religioso dall’ateo, una fede dall’altra, un colore dall’altro, una persona dall’altra. Spero solo che saremo in grado di fare scelte di unificazione e pace, poiché la “guerra” che stiamo vivendo potrebbe ripetersi e non deve trovarci divisi e impreparati.
Nessuno si salva da solo. La vita si vive, non si attraversa soltanto, per questo non va sprecata né bruciata.

Talvolta, soprattutto in questi giorni, mi capita di provare ad astrarmi, di considerare me stessa come esterna alla vita che mi circonda. Sapete cosa vedo? Un formicaio di persone che seguono sempre la stessa direzione ma che, al contrario delle preziose formiche, lo fanno senza la consapevolezza del proprio movimento.
Se una formica resta schiacciata dal piede beffardo di un bambino qualsiasi, o è chiusa in un barattolo per vedere che succede, la nostra linea della vita non si interrompe, certo, ma la responsabilità dell’assalitore, per quanto ingenuo, non diminuirà, né la sua curiosità cancellerà la colpa.
Ecco, in questo formicaio che è la nostra vita, ci sono alcuni che si beffano della vita stessa e che, per vedere che succede o per semplice autocompiacimento, non rispettano le regole della vita civile e non sentono il peso della propria irresponsabilità. Sapete qual è il problema? Che nel formicaio dei rapidi insetti, è una forza esterna quella che prova a interrompere il circolo della vita; nel formicaio umano è l’uomo stesso a macchiarsi di tale crimine senza rendersi conto che quella realtà che sta mettendo a rischio appartiene anche a lui.

Quelle bare che per noi non hanno un nome, un nome lo hanno, hanno avuto una vita, relazioni, ragioni e torti come tutti gli esseri umani. Il minimo che tutti possiamo fare è avere rispetto e mostrare il nostro rispetto nella cura e nella responsabilità delle nostre azioni.

Non sono distanti quelle vittime, sebbene così ci appaiono. Non sono distanti le lacrime dei familiari, non è distante il dolore come non lo è la pena dei tanti che sono rimasti soli e di quelli che lottano per salvare la vita, anche la nostra vita e di cui ci dimentichiamo. Si tratta di vite sottratte dalla morte all’ultimo saluto, all’accompagnamento, al poter condividere con gli altri un pensiero e un ricordo alla presenza incorporea di nostra sorella morte, quasi un volerle sottrarre per un pochino ancora quella vita che già le appartiene. Penso al dolore, all’improvviso vuoto di tutti coloro che stanno perdendo i loro cari per coronavirus o altro in questo momento. In silenzio abbraccio il loro dolore, in silenzio fremo affinché nella cautela di ogni singolo ci sia rispetto per ogni altro affinché non troppi ancora debbano patire questo stesso male. Che dire, il cuore oggi fa un po’ più male e non saranno i farmaci a curarne il dolore. Nel silenzio della mia astrazione come in quello che mi circonda, mi chiedo “e se fossi io in una di quelle bare? O ci fosse qualcuno che amo?”.

Ancora, pensate sia facile per un medico vedersi morire tra le mani tante persone? Non credo. Penso che quando tutto questo sarà finito, quei medici avranno negli occhi e nel cuore e nelle orecchie il silenzio assordante e quegli occhi che si spengono senza che loro abbiano potuto fare di più. Certo, non sarà la prima volta, ma moltiplicate all’infinito quella sensazione di vuoto e di impotenza, e provate a pensare quanto male faccia restituire la notizia, invece del corpo, a quelle famiglie che, stordite e spaventate, si sentono improvvisamente tranciate di un arto senza neanche poter vedere quel corpo per ricomporre la propria esistenza spezzata. «Io resto a casa» non è uno slogan per pubblicizzare un prodotto, ma un invito per rispettare la vita.

A proposito, sapete quale sarà la prima cosa che farò quando tutto sarà finito? Andrò a guardare il mare a via Caracciolo, e, seduta sul muretto, sorriderò ai ragazzi che correranno e a quelli che si tufferanno, carezzerò con lo sguardo il contorno del Vesuvio e, se il cielo sarà nitido a sufficienza, cercherò all’orizzonte l’isola di Capri, poi, felice, seguirò con lo sguardo il volo dei gabbiani e sarò libera, così. È già domani.

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