Cronaca

Napoli, da Donn’Anna a Largo Sermoneta: la violenza che occupa le spiagge libere

Le spiagge libere dovrebbero essere l’ultimo lusso democratico rimasto. Non paghi l’ombrellone, il lettino e l’ingresso, ti siedi sulla sabbia, guardi il mare e per qualche ora sei uguale a chiunque altro. La pratica, raccontata dalle ultime ore tra Donn’Anna e Largo Sermoneta a Napoli, è un’altra: gruppi di ragazzi che si muovono tra i bagnanti con coltelli in mano, aggressioni che richiedono l’intervento delle forze dell’ordine, lame mostrate come trofei davanti a famiglie e anziani.

E poi c’è il dettaglio che dovrebbe far discutere più di tutti gli altri: a Largo Sermoneta qualcuno ha provato a dare fuoco alla tenda di un uomo senza fissa dimora, un uomo pacifico, conosciuto da chi frequenta la spiaggia e aiutato spesso dagli anziani della zona. La sua unica colpa? Esistere, occupare uno spazio, essere lì, indifeso, di notte. In pratica, in un luogo nato per essere l’unico spazio comune rimasto la legge del più forte ha già preso il sopravvento, e chi paga il prezzo più alto, come sempre, è chi ha meno strumenti per difendersi.

Definire questi ragazzi solo come baby gang è comodo, ma è anche la scorciatoia che ci permette di non guardare oltre. Chi sono? Dove erano un’ora prima di arrivare in spiaggia? Cosa hanno fatto questa mattina e cosa faranno domani? Per troppi di loro la risposta è: niente. Tre mesi di scuole chiuse, centri estivi che costano e che molte famiglie non possono permettersi, educatori di strada ridotti all’osso, oratori e associazioni che fanno quello che possono con quel che hanno. Quartieri interi lasciati a se stessi da giugno a settembre. Quello che succede oggi su una spiaggia libera nasce nella maggior parte dei casi nei rioni dove l’unico adulto di riferimento per un quattordicenne può essere chi gli mette in mano qualcosa da vendere o da maneggiare perché nessun altro si è preso la briga di mettergli in mano qualcosa di diverso.

E allora la domanda scomoda è questa: cosa fa un’istituzione quando sa che ogni estate la stessa storia si ripete? Si interviene sempre dopo: quando c’è l’aggressione, quando spunta il coltello, quando arriva il video sui social. Si interviene sull’effetto, mai sulla causa. E la causa ha nomi precisi: dispersione scolastica, povertà educativa, assenza di presidi sociali stabili nei quartieri, vuoto di sorveglianza nei luoghi pubblici durante l’estate, nessuna alternativa reale per chi ha tra i dodici e i diciassette anni e tre mesi di tempo libero senza un euro in tasca.

Chi va in spiaggia libera a Posillipo o a Largo Sermoneta non è un privilegiato, è spesso chi non può permettersi altro: famiglie, lavoratori, anziani, persone che hanno scelto quel posto perché è gratis, perché è vicino, perché è l’unica vacanza possibile, e purtroppo chi ha meno finisce per pagare il prezzo più alto degli errori di chi dovrebbe garantire la sicurezza di tutti.

Cosa si può fare, concretamente? Non di certo proclami né passerelle, ma presidi educativi stabili nei quartieri, centri estivi accessibili, organizzati prima di giugno, controlli che durino tutta l’estate e non solo dopo il fatto di cronaca. E serve smettere di trattare ogni episodio come un caso isolato, perché non lo è: cambiano i nomi delle spiagge e delle vittime, la storia resta identica.

Il mare resterà gratis. La domanda è: per chi?

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