Ogni mattina, prima che la città si svegli, decine di braccianti salgono sui mezzi diretti nei campi. Paghe da fame, alloggi fatiscenti e un sistema che sopravvive grazie al silenzio.
Alba. Sono le cinque e mezza, forse le sei. Il cielo sopra Giugliano in Campania è ancora grigio sporco quando, lungo la Statale 7 quater (meglio conosciuta come via Domiziana) cominciano ad apparire le sagome, uomini in piedi sul ciglio della strada e con lo sguardo basso. Aspettano che arrivi il furgone.
Non c’è nessun annuncio, nessun contratto da firmare. C’è solo l’accordo di ieri, verbale e in un italiano stentato, che prometteva lavoro per il giorno dopo. Qualcuno ha dormito in un capannone abbandonato nelle campagne tra Giugliano e Qualiano, qualcun altro ha trascorso la notte in una casa sovraffollata a Mugnano, dieci persone in settanta metri quadri, una brandina a rotazione. Quando arriva il furgone salgono, in silenzio, senza fare domande.
Quello che si consuma ogni mattina in questa striscia di territorio a nord di Napoli ha un nome preciso: caporalato, un sistema di intermediazione illegale del lavoro che in Italia non è un’anomalia, non è un ricordo del dopoguerra, è una filiera organizzata, ramificata e, nelle aree a più alta infiltrazione camorristica come questa, direttamente gestita dalla criminalità organizzata.
Il caporalato funziona come una trappola perfetta: il migrante arrivato dal Senegal, dal Marocco, dal Ghana, dall’Africa subsahariana o dall’Est Europa cerca lavoro, spesso non parla italiano, non conosce i suoi diritti, ha debiti da ripagare per il viaggio. Il caporale si presenta come un intermediario, come qualcuno che “risolve”, trova il lavoro. Poi trattiene una parte del salario come “commissione” che in realtà è una tassa sul bisogno e fornisce il trasporto sul furgone con altri soldi trattenuti. Gestisce l’alloggio: un catorcio fatiscente per cui viene praticato un affitto da capogiro, ulteriormente scalato dalla paga. Al lavoratore, alla fine della giornata, restano briciole. Quando va bene, trenta, quaranta euro per dodici ore di lavoro sotto il sole nei campi di pomodori, zucchine, angurie.
Secondo i dati dell’Osservatorio Placido Rizzotto (il sindacalista della CGIL assassinato dalla mafia nel 1948, la cui memoria è diventata un presidio permanente contro lo sfruttamento), in Italia quasi quattrocentomila lavoratori agricoli vivono in condizioni di grave vulnerabilità, con picchi di sfruttamento intensivo nelle aree a forte presenza criminale. La Campania è tra le Regioni più colpite e la provincia di Napoli, con il suo vasto territorio agricolo nel casertano-nolano e nell’area flegrea, è uno dei teatri principali di questo sistema.
Il “salto di qualità” avviene quando il caporalato smette di essere gestito da singoli individui e diventa un affare di clan: negli ultimi anni diverse operazioni delle forze dell’ordine hanno accertato come alcune articolazioni dei clan camorristi controllino il reclutamento e la distribuzione della manodopera agricola e nei cantieri edili dell’area nord di Napoli. Il meccanismo è semplice: il clan non si espone direttamente, ma “garantisce” l’ordine e i caporali che operano sul territorio pagano una percentuale, una “protezione”. In cambio, nessuno disturba il business. Nessun concorrente, nessuna rimostranza dei lavoratori che vada troppo in là. La camorra non ha bisogno di sporcarsi le mani ogni giorno, le bastano la reputazione e la paura, un lavoratore non alza la voce perché sa a chi appartiene davvero il furgone su cui sale ogni mattina. Le operazioni della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli hanno intercettato nel corso degli anni flussi di denaro riconducibili allo sfruttamento del lavoro agricolo che finivano direttamente nei capitali dei clan, reinvestiti poi in attività apparentemente legali. Il caporalato è uno dei tanti bracci economici della camorra, che macina profitto su profitto proprio perché è invisibile, perché le vittime non denunciano, perché i controllori arrivano raramente e spesso troppo tardi.
L’area tra Giugliano, Qualiano, Villaricca e i comuni limitrofi è da anni un osservatorio privilegiato di questo fenomeno. Qui la densità abitativa si mescola con le distese agricole dell’hinterland, qui convivono le villette dei nuovi ricchi e i tuguri dove dormono i braccianti, qui all’alba i furgoni caricano i corpi, e chi percorre la Domiziana o la Circumvallazione esterna nelle prime ore del mattino può vedere le file di uomini in attesa. Non è invisibile questo sistema, è semplicemente ignorato. Tutti lo conoscono eppure sopravvive, stagione dopo stagione, perché tocca interessi economici reali e perché la catena dello sfruttamento produce valore per tanti, tranne che per chi lavora.
I lavoratori vivono spesso in baracche di lamiera e cartone, capannoni dismessi, appartamenti sovraffollati nei comuni dell’hinterland. Le condizioni igienico-sanitarie sono quelle che ci si aspetta da luoghi che non esistono nei registri comunali: assenza di acqua corrente, di riscaldamento, di servizi di base, ed in più malattie che non vengono curate perché andare al pronto soccorso significa rischiare di essere identificati, segnalati, rimandati indietro. O almeno, questa è la paura che viene alimentata da chi ha interesse a mantenerli in quella condizione di ricattabilità permanente.
Ibrahim (il nome è di fantasia, su sua esplicita richiesta) ha trentadue anni, viene dal Senegal e da tre stagioni lavora nei campi tra Giugliano e Qualiano. L’ho incontrato nei pressi di una delle zone “incriminate”. Parla un italiano incerto ma diretto. Non ha paura di raccontare, dice, perché “tanto peggio di così non può andare”.
Ibrahim, come sei arrivato a lavorare qui?
Sono arrivato a Napoli tre anni fa. Avevo sentito dire che c’era lavoro nei campi. Un connazionale mi ha presentato un uomo italiano che organizzava le squadre. Mi ha detto: domani mattina alle cinque sei lì, ti porto a lavorare. Ho detto sì. Cosa dovevo fare?
Quanto ti pagavano?
Trenta, trentacinque euro al giorno. A volte quaranta se la giornata era lunga. Ma lunga vuol dire dodici ore, a volte di più. E poi devi dare una parte al caporale per il trasporto, e poi paghi l’affitto dove dormi. Alla fine della settimana ti rimane poco. Una volta ho calcolato: avevo lavorato sei giorni, dodici ore al giorno. Mi erano rimasti settantotto euro.
Hai mai provato a chiedere di più, o a lamentarti?
Una volta sì. Ho detto che il lavoro era tanto e i soldi pochi. Il caporale mi ha guardato e ha detto: se non ti va bene, domani non vieni. E il giorno dopo al tuo posto ce n’è un altro. Ha ragione, lo sai? C’erano sempre altri. Sempre tanta gente ad aspettare quel furgone.
Dove dormivi?
In una stanza con altre sette persone. Un appartamento tra Giugliano e Qualiano. Pagavo cento euro al mese, ma erano soldi che uscivano direttamente dalla paga, non li vedevo nemmeno. Il bagno era uno solo, l’acqua calda funzionava un giorno sì e uno no. Una volta mi sono fatto male alla schiena nei campi perché ho sollevato male dei cassoni di pomodori. Non sono andato dal medico perché non sapevo come fare, avevo paura. Ho aspettato che passasse.
Sapevi a chi apparteneva questa organizzazione? Chi c’era dietro?
Io non so nomi. Ma tutti lo sapevano, non era roba di una persona sola. Era un sistema. Se avessi fatto problemi seri, non so cosa sarebbe successo. Ho preferito stare zitto e lavorare.
Nel 2016 l’Italia ha approvato la legge 199, il cosiddetto “decreto Martina” contro il caporalato e lo sfruttamento del lavoro in agricoltura. È una delle normative più avanzate d’Europa in materia: prevede la reclusione da uno a sei anni per i caporali, ma punisce anche i datori di lavoro che si avvalgono del sistema di intermediazione illegale. Prevede la confisca dei beni. Tutela i lavoratori vittime, prevedendo forme di protezione per chi denuncia. Sulla carta è una buona legge, nella pratica i numeri dicono altro. Le condanne definitive per caporalato in Italia sono poche decine l’anno a fronte di centinaia di migliaia di lavoratori coinvolti nel sistema. I processi sono lunghi, le prove difficili da raccogliere, i testimoni spesso irreperibili o spaventati. E nelle aree ad alta densità camorristica come quella napoletana, la sovrapposizione tra criminalità organizzata e sfruttamento lavorativo rende ogni indagine più complessa: denunciare il caporale significa, spesso, denunciare qualcuno che ha alle spalle protezioni molto più robuste di un semplice intermediario. I controlli dell’Ispettorato del Lavoro esistono ma sono insufficienti: il rapporto tra ispettori disponibili e aziende da controllare è tale che, statisticamente, un’impresa agricola irregolare può attendersi un controllo una volta ogni x anni. Non mesi. Anni.
Un dettaglio più di tutti colpisce in questa storia, il silenzio. Il silenzio come strumento di sopravvivenza, come unica forma di protezione disponibile a chi non ha alternative. Chi lavora in nero tace perché ha bisogno di lavorare. Chi subisce il caporalato tace perché non ha documenti, non conosce i propri diritti, o perché sa che “dietro c’è un sistema”. Questo silenzio è la materia prima del business, vale tanto quanto i pomodori che vengono caricati sui camion ogni mattina. Vale tanto quanto le zucchine che finiscono nei mercati generali di Napoli, poi sui banchetti dei quartieri, poi sulle tavole delle famiglie che non sanno o non vogliono sapere a quale prezzo umano è stato prodotto quel chilo di verdure che costa troppo poco per essere frutto di lavoro onesto.
Perché è lì, in quel prezzo troppo basso, che si nasconde la complicità di tutti: ogni volta che acquistiamo prodotti agricoli a prezzi che non reggono il confronto con qualsiasi calcolo onesto del costo del lavoro, stiamo finanziando, inconsapevolmente o no, questo sistema. La filiera dello sfruttamento non finisce nei campi di Giugliano, passa per i mercati, le cooperative di distribuzione, le catene della grande distribuzione, e arriva dritta nei nostri carrelli della spesa.
L’altro elemento che alimenta il sistema è l’omertà, di pezzi del tessuto sociale e istituzionale locale. Non si tratta di accuse generiche, ma di osservare che in un’area dove ogni mattina decine di furgoni caricano braccianti irregolari davanti agli occhi di tutti, la reazione istituzionale è quella di chi guarda dall’altra parte. Non sempre per malafede: a volte per stanchezza, per carenza di risorse, per la consapevolezza che strappare un lavoratore al furgone del caporale senza offrirgli un’alternativa significa semplicemente spostare il problema.
Ma l’effetto è lo stesso: il sistema prospera nell’indifferenza. E la camorra, che di quell’indifferenza si nutre, continua a fare affari.
Ibrahim, l’ultima volta che ci siamo parlati, mi ha detto una cosa che non riesco a togliermi dalla testa. Gli ho chiesto se avesse mai pensato di andarsene, di lasciare quei campi, di cercare qualcosa di diverso.
Ha alzato le spalle.”Dove vado? Ho debiti. Ho una famiglia in Senegal che aspetta i soldi. Qui almeno c’è qualcosa. È poco, è sbagliato, lo so. Ma è qualcosa”.
Qualcosa. Una parola che pesa tonnellate, pronunciata da chi è stato ridotto a scegliere tra lo sfruttamento e il nulla.
Da quanto tempo, in questa terra, consideriamo normale che qualcuno debba scegliere tra essere schiavo e non mangiare? E chi, esattamente, si è seduto comodamente su quella normalità?












