La vera sicurezza

L’editoriale di Vincenzo Vacca sull’omicidio di George Floyd

L’editoriale di Vincenzo Vacca sull’omicidio di George Floyd

di Vincenzo Vacca

L’omicidio per soffocamento da parte di un poliziotto negli Stati Uniti di un cittadino afroamericano, George Floyd, non è che l’ultimo evento delittuoso determinato da una attività di polizia in quel Paese. Infatti, negli Stati Uniti avvengono molto frequentemente casi di violenza ingiustificata da parte di poliziotti che spesso fanno un uso sconsiderato delle armi. Naturalmente, il primo caso che ho citato, e non solo quello, ha uno pregiudizio razziale. Infatti, le maggiori vittime in questi casi sono neri, ma più volte anche americani bianchi sono rimasti coinvolti in atteggiamenti polizieschi violenti non giustificati assolutamente dal contesto in cui sono avvenuti.

È noto che la violenza negli Stati Uniti, per la sua particolare storia, è una componente diffusa. Basti pensare alla estrema diffusione delle armi, anche automatiche e di grosso calibro, tra gli americani e sino ad ora non si è mai riusciti in quel Paese ad emanare leggi che limitino significativamente tale diffusione, nonostante i numerosi episodi nei quali sono state fatte delle vere e proprie stragi da persone, in qualche modo “disturbate mentalmente“. È così radicata la prassi di possedere un’arma che quasi tutti i politici evitano di fare delle proposte finalizzate quanto meno a ridurre la possibilità di poter imbracciare un fucile mitragliatore o impugnare una pistola. Nella migliore delle ipotesi, ci si limita a fare qualche dichiarazione di principio sull’onda delle emozioni provocate da una determinata serie di vittime prodotte dal gesto di un folle. Una battaglia del genere è considerata ancora impopolare e foriera di una quasi certa sconfitta elettorale.

È chiaro che questo vero e proprio mito delle armi e di un suo uso a cuore leggero coinvolge anche gli appartenenti alle Forze di polizia, i quali oggettivamente si fanno ancora meno scrupoli nei confronti di afroamericani a tal punto che questi ultimi hanno maturato, a giusta ragione, un puro terrore di incontrare fuori casa qualche pattuglia della polizia. Inoltre, l’ ampia disponibilità di armi fa sì che gli agenti di polizia siano costantemente in allerta. Il timore che la persona sottoposta a un controllo o a un arresto possa essere in possesso di un’arma, e magari farne uso contro i poliziotti, induce spesso questi ultimi a sparare per primi. Non ci sono molti studi e ricerche  sulle modalità con le quali vengono addestrati negli Usa i tutori della legge, ma sembra che l’attività addestrativa sia sostanzialmente concentrata a preservare l’ incolumità fisica dell’ operatore di polizia.

Ma la cosa più intollerabile è che, aiutato dal fatto che nella normativa giuridica statunitense manca l’obbligatorietà dell’azione penale, il poliziotto che si rende responsabile di un omicidio nell’esercizio delle sue funzioni, quasi sempre, riesce a non essere condannato per tale grave reato.

Insomma, non è certamente una situazione invidiabile quella che si è andata a creare nei rapporti tra cittadini statunitensi e la propria polizia, tenuto anche conto che negli ultimi anni le nuove generazioni di poliziotti fanno spesso tale lavoro per pochi anni e come doppio lavoro.

Il lavoro del poliziotto in un Paese democratico è tale che occorre una preparazione giuridica, una capacità di prendere la giusta iniziativa e, non ultima, anche una forma di empatia nei confronti del cittadino non uniforme, pur facendo il proprio dovere.
Tutto questo non lo si può improvvisare e una certa capacità operativa attenta a preservare i diritti di tutti la si acquisisce con una certa esperienza, non essendo sufficiente la frequentazione ai corsi di istruzione alle scuole di polizia, sulle cui modalità statunitensi, come già detto, si sa poco. Ritengo che questi fossati, questi odi reciproci tra Forze di polizia e società, particolarmente con la comunità afroamericana, siano molto gravi, a partire dall’alto numero di vittime, ma anche perché contribuiscono ad aumentare una conflittualità violenta e lo stiamo drammaticamente vedendo in questi giorni.

Ma quello che è senz’altro il caso di evidenziare è che il desiderio di possedere un’ arma sottende anche la diffusa convinzione di volere e potere farsi giustizia da sé, assolvendo le persone dal porre la giusta attenzione sugli organismi istituzionali che, almeno in teoria per il caso statunitense, dovrebbero tutelare la sicurezza dei cittadini. A mio avviso, quello che è sempre mancato, o comunque non adeguatamente affrontato, nella società americana è il giusto ed equilibrato rapporto tra poliziotto e cittadino. Credo che anche la stessa cultura giuridica americana sia deficitaria da questo punto di vista. In Europa, e particolarmente in Italia, su tale questione è stato fatto molto di più. Certo non abbiamo una atavica questione razziale come gli Stati Uniti, o almeno non in quelle dimensioni e di così lungo periodo. Inoltre, per quanto riguarda la violenza, da noi ha avuto una connotazione prevalentemente di natura politica, anche se negli ultimi anni i motivi che danno origine ad atteggiamenti violenti stanno cambiando.

Ma dal secondo dopoguerra, e soprattutto con la vivacità culturale e politica degli anni sessanta e settanta, il nostro Paese ha affrontato, pur in modo contraddittorio, la questione di una sicurezza democratica ovvero l’assunzione di un diritto come quello della sicurezza non disgiunto dalla garanzia in una serie di diritti. Queste sono tematiche importanti che contraddistinguono la natura e la civiltà di un Paese che voglia essere effettivamente democratico. Anche noi abbiamo avuto episodi gravi derivanti da attività di polizia e non mi riferisco solo ai noti casi  Cucchi e Aldrovandi, ma a tutta la gestione delle Forze di polizia spesso fatta in funzione antipopolare e antioperaia. Mi riferisco a quella che fu chiamata la Polizia di Scelba, il quale iniziò a fare il Ministro dell’Interno mandando via dalla Polizia gli elementi che venivano dai partigiani. Ma nonostante ciò, nel corso degli anni, all’interno della stessa Polizia nacque e si consolidò un movimento che produsse nel 1981 una Legge che ratificò un cambiamento profondo tra cittadini in divisa e cittadini non in divisa. Si mobilitarono forze sociali, sindacali, intellettuali per teorizzare e mettere in pratica un diverso concetto di sicurezza e gestione della piazza.

Per motivi di spazio, non posso approfondire gli aspetti di quanto ho accennato poc’anzi, mi limito, pertanto, a evidenziare che la cultura giuridica europea, e soprattutto quella italiana, particolarmente a partire dalla fine degli anni sessanta, grazie anche  all’apporto di soggetti vari, ha costruito in modo diffuso una diversa e migliore sensibilità in ordine alle garanzie del cittadino, facendole recepire nell’ordinamento giuridico e questo ha avuto anche un positivo impatto anche nel rapporto tra Forze dell’ordine e cittadini.

Queste sono cose che si costruiscono nel corso degli anni, non certamente solo con una mobilitazione sull’onda emozionale dell’evento delittuoso. Abbisogna di elaborazione, approfondimento, capacità di contemperare esigenze diverse e, pur facendo riferimento alla strada già percorsa, non bisogna mai pensare che è stato definitivamente raggiunto l’obiettivo, perché le emergenze, vere o presunte,  relative alla sicurezza cambiano sistematicamente e il rischio di pensare di poterle risolvere sbrigativamente è sempre in agguato.

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