Najmeh Amini ha ventitré anni, è iscritta a economia e passa le sue giornate in una cella della prigione di Vakilabad, a Mashhad. La Corte della sua città ha deciso che deve morire per un messaggio pubblicato in rete, giudicato offensivo verso Maometto. In Iran questo reato ha un nome preciso, “sab ol-nabi“. Le parole esatte che le vengono rimproverate, però, restano un mistero: nessuno le ha mai rese note.
Il verdetto è stato reso pubblico il 7 ottobre dal giornale Khorashan, dopo il dibattimento davanti al Primo tribunale penale della provincia del Razavi Khorasan. La partita, comunque, non è chiusa: la decisione può essere impugnata e i giudici supremi non l’hanno ancora ratificata. Come se non bastasse, un secondo processo si è concluso con dodici anni e mezzo da scontare per “azioni contro la sicurezza nazionale” e “propaganda contro il regime”. A farlo sapere è stata una persona molto legata ai genitori della ragazza.
Tutto comincia nei primi giorni del 2026. Il 31 gennaio la giovane viene portata via dalle forze di sicurezza nei pressi del bazar Ferdowsi, sempre a Mashhad. Il Paese è scosso dalle manifestazioni esplose a fine 2025, che le autorità piegano con la violenza nel giro di qualche settimana. Il mese dopo, stando alle ricostruzioni, la Fata, il reparto che sorveglia internet, la ferma una seconda volta dopo aver passato al setaccio i suoi profili. Da lì non è più tornata a casa. Il giornale locale parlava, all’inizio, di “insulti estremamente volgari e offensivi nei confronti degli imam“. Col tempo, l’accusa si è trasformata in quella che oggi la mette davanti al patibolo.
Il percorso fa venire i brividi: c’è qualcuno che legge, che salva, che archivia. Poi, a distanza di mesi, una frase digitata sul telefono si trasforma in un capo d’accusa. Chi vive in un sistema così impara presto a misurare ogni parola, e spesso finisce per tacere del tutto.
Ma fin dove arriva il rispetto per la religione, e dove inizia invece la caccia a chi la pensa in modo diverso? La legge iraniana punisce con la morte chi oltraggia il Profeta o le figure più venerate dell’Islam sciita. Lo stesso codice, però, contempla anche delle eccezioni: chi agisce sotto l’effetto di sostanze che alterano la mente non dovrebbe essere mandato al boia. Ed è esattamente ciò che Amini ha sostenuto, spiegando di aver scritto quelle righe dopo aver mangiato dei funghi che provocano allucinazioni. La corte, secondo chi segue il caso, non ha voluto ascoltarla.
Pesa anche essere una ragazza in un Paese dove alle donne si impone persino come coprirsi i capelli. Il cognome, poi, riporta alla mente un’altra storia: nel settembre 2022 Mahsa Amini, ventidue anni, venne bloccata a Teheran dagli agenti che controllano il rispetto del velo e perse la vita mentre si trovava nelle loro mani. Seguirono mesi di cortei e scontri. Adesso tocca a un’altra giovane, e stavolta sotto accusa non c’è un foulard ma una frase.
“La condanna a morte di una donna di 23 anni per ciò che ha espresso sui social è estremamente allarmante“, ha commentato Mahmood Amiry-Moghaddam, che guida l’organizzazione Iran Human Rights. E ha aggiunto che già nel 2023 “due uomini vennero giustiziati con accuse di questo tipo“. Il suo gruppo ha contato, dall’inizio dell’anno, più di seicento persone messe a morte nella Repubblica Islamica, l’ultimo nome conosciuto è quello di Ali Sina Mostafawi, accusato di aver tramato contro lo Stato.
Per adesso, a battersi per Najmeh sono soprattutto gli attivisti, che si rivolgono alle Nazioni Unite perché blocchino la sentenza e facciano rifare il processo. Dai governi e dagli organismi internazionali, invece, sul suo nome non è arrivata ancora nessuna presa di posizione ufficiale. Le richieste viaggiano, le risposte si fanno attendere.
Qualche settimana fa la sua voce è uscita dalle mura di Vakilabad. In una registrazione che le viene attribuita, diffusa in rete da canali vicini agli oppositori e al mondo universitario, chiede che qualcuno riprenda in mano la sua vicenda: “Non voglio dipingermi come un’eroina, ma solo che la mia voce sia ascoltata. Sono una ragazza innocente con tante speranze e sogni“.
Ora tutto dipende dai giudici supremi. Ma in un Paese dove un messaggio sul telefono può portarti fino al cappio, chi avrà ancora il coraggio di scrivere quello che pensa?














