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Disabilità, l’appello di Anna Adamo: «Guardatemi negli occhi, non nella mia disabilità»

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Una lettera aperta pubblicata su Instagram e rivolta alla società: «Non sono una storia triste da applaudire. Sono una persona». Il messaggio contro esclusione, pietismo e uso della disabilità come strumento di commozione.

«Non sono una storia triste da applaudire. Sono una persona». È il cuore dell’appello di Anna Adamo, affidato a una lettera aperta pubblicata sul suo profilo Instagram @annaaadamo_ e indirizzata, prima ancora che alle istituzioni, alla società nel suo insieme.

Un messaggio che nasce dalla necessità di raccontare cosa significhi sentirsi esclusi e, allo stesso tempo, rifiutare quella forma di attenzione che guarda alla persona soltanto attraverso la sua disabilità.

«Sono del parere che ancora prima di sollecitare le istituzioni occorra educare la nostra società a non escludere, a guardare le persone con disabilità non per la disabilità che hanno, ma in quanto persone», spiega Anna presentando la sua lettera.

«Vivere ai margini non è una scelta»

Il racconto parte dalla stanchezza e da un senso di isolamento diventato sempre più difficile da sopportare.

«Vi scrivo perché sono stanca. Stanca dentro, in quel punto profondo dove le forze sembrano non bastare più. Vi scrivo da un isolamento che è diventato troppo grande, troppo pesante da portare da sola ogni singolo giorno. Vivere ai margini non è una scelta, è una condanna silenziosa che mi consuma».

Ma, scrive Anna, a fare ancora più male del silenzio è «l’illusione di essere vista».

«La mia disabilità usata per raccogliere applausi facili»

Nella lettera Anna mette al centro un altro aspetto: il rischio che la disabilità venga trasformata in uno strumento per suscitare emozioni, compassione o consenso, senza che a quella visibilità corrisponda poi una reale inclusione nella vita di tutti i giorni.

«Quante volte sono servita a fare da palcoscenico per le emozioni degli altri? Quante volte la mia disabilità è stata usata per raccogliere applausi facili, per impietosire le platee, per far sentire qualcuno “migliore” o più buono soltanto per avermi tenuta accanto per la durata di un evento?».

Una presenza che, denuncia, sembra contare soltanto finché può generare commozione.

«Finché la mia presenza serve a far provare compassione, finché ci si può specchiare nella mia fragilità e strappare un applauso, io esisto. Ma non appena quel riflettore si spegne, non appena si scopre che non sono disposta a fare la parte del trofeo da commozione, accade la solita storia. Svaniscono tutti. Si allontanano. Resta solo un vuoto ancora più freddo di prima».

«Non sono un mezzo di propaganda»

Il rifiuto del pietismo è netto. Anna chiede di non essere considerata un simbolo da esibire o una storia da utilizzare quando serve a suscitare emozioni.

«Non ce la faccio più ad essere sfruttata. Non sono un mezzo di propaganda, non sono una storia strappalacrime da usare all’occorrenza e poi riporre in un angolo».

E ancora: «Io non chiedo pietà. La pietà divide, isola, ferisce. Io chiedo qualcosa di molto più semplice e fondamentale: voglio solo essere trattata come una persona normale».

La richiesta: relazioni vere anche lontano dai riflettori

Il messaggio si trasforma quindi in una richiesta di normalità, fatta di rapporti autentici, amicizie e quotidianità.

«Voglio essere cercata per quello che sono, per la mia testa, per le mie risate, per la mia compagnia nei giorni qualunque. Voglio amicizie vere, che non abbiano bisogno di un palco o di un applauso per esistere. Voglio una vita vera, non uno spettacolo di cui sono soltanto la comparsa commovente».

La lettera si chiude con un invito diretto a cambiare sguardo: «Sono qui, esisto anche quando i riflettori si spengono. Guardatemi negli occhi, non nella mia disabilità e iniziate finalmente a trattarmi da essere umano».

Un appello che Anna Adamo rivolge a chiunque lo legga, nella convinzione che l’inclusione debba partire prima di tutto dalla società e dal modo in cui ciascuno sceglie di guardare e trattare le altre persone.

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