Morte di Mario Pisco: i genitori chiedono giustizia

Morte di Mario Pisco: i genitori chiedono giustizia

A distanza di quasi quattro anni dalla morte di Mario Prisco, vittima della strada, i genitori continuano a combattere la loro battaglia di giustizia

Noi di Road Tv abbiamo un claim: “La strada è la nostra fonte“, riferendoci al fatto che siamo una web tv partecipata, che agisce tra la gente. Purtroppo però, per molti la realtà è differente: la strada rappresenta la morte, il luogo dove si verifica l’epilogo assurdo e inaccettabile di vite umane strappate all’affetto dei familiari molto spesso non per fatalità, ma per incuria, distrazione, negligenza. Proprio mentre eravamo in strada a fare delle interviste, con tutta la delicatezza e la  dolcezza che la caratterizza, ci ha avvicinati Gioia, la mamma di Mario Pisco, giovane vittima della strada, morto a 17 anni dopo un incidente stradale, per chiederci di raccontare la tragica vicenda del figlio e della famiglia, che, a distanza, di quasi quattro anni, ancora combatte per ottenere giustizia. Troppe cose non tornano di quel maledetto 16 giugno 2011, troppi errori, troppe omissioni, troppa imperdonabile superficialità.

Morte di Mario Pisco: i genitori chiedono giustizia   

Noi ci limitiamo a intervistare la famiglia: Gioia appunto, Carlo, il papà di Mario ed Erika, la giovane sorella. Della famiglia di Mario abbiamo ammirato la composta dignità nel dolore e l’orgogliosa tenacia nel richiedere giustizia. Abbiamo lasciato l’intervista  praticamente nella sua interezza: nella prima parte c’è il racconto della vicenda, la seconda è invece un sentito e affettuoso ricordo di Mario, attraverso il racconto della famiglia e con il sottofondo della canzone che il giovane rapper Futuro gli ha dedicato: “Angelo Biondo“. Ecco, invece, la testimonianza scritta che Gioia ci ha chiesto di pubblicare.

“Il 16 Giugno 2011 in via P.Castellino, alle ore 17,20 circa, una donna  alla guida di un SUV nero,tale  L. P., speronava il motorino guidato da mio figlio Mario di 17 anni. A seguito del tamponamento a  livello della marmitta, il motorino cambiava la sua traiettoria e veniva sparato come un proiettile contro un palo, mio figlio quindi, a seguito dell’impatto, rovinava al suolo in un bagno di sangue, perdeva conoscenza e non si sarebbe più riavuto.

Alle 17,45 Mario entrava al reparto di rianimazione del P.O. “A.Cardarelli” dove ne constatavano il decesso un’ora più tardi. Alle ore 19,00 la notizia di reato veniva notificata al P.M. di turno Dott. Bisceglia Federico che, benché il reato non fosse di sua competenza , decideva di trattenere il fascicolo e occuparsi delle indagini.

Ecco il fatto in sintesi, parole nude e grigie come la morte che ha avvolto Mario, un ragazzo bellissimo, un angelo biondo dal sorriso accattivante e due splendidi occhi celesti, ma soprattutto il nostro Mario che con la sua assurda scomparsa ha trascinato noi, la sua famiglia, in una voragine di dolore. Il dolore di  Erika sua sorella, perché lei e Mario erano quasi coetanei e il loro era un rapporto così simbiotico che da quel giorno Erika non dorme più nella “loro” stanzetta e divide il divano letto con la mamma. Il dolore di mamma e papà divorati dalla perdita e maltrattati dalle istituzioni, spettri che vagano in un mondo che a stento si accorge di loro. Poi ci sono le indagini, sbrigative, carenti superficiali e tendenziose. Infine l’archiviazione.

Così mamma e papà ingoiano il dolore e riaprono i fascicoli e scoprono e scoprono. Scoprono che Il dott Bisceglie, il P.M. che si occupa di abusivismo edilizio,   per l’occasione diventa esperto di omicidi colposi, si improvvisa anche il suo  C.T., Ing. Ernesto Faraone, ingegnere civile che probabilmente non sa nulla di infortunistica stradale e lo dimostra , visto che la sua perizia manca di ricostruzioni grafiche e cinematiche, ricostruzioni improbabili o quantomeno fantasiose, visto che il C.T. ammette che l’ammaccatura sulla marmitta sia da riferire alla collisione,  ma   sostiene contemporaneamente che il tamponato abbia investito (?), ma come, senza che esistano tracce di frenata o danni alle forcelle telescopiche   o ancora senza la minima frantumazione di alcun pezzo o versamento di liquidi e per di più con la dichiarazione di testimoni che affermano di  avere udito, come unico rumore, non quello tipico di impatto, quanto piuttosto quello del motorino che strisciava a terra?

Scoprono che la Polizia giudiziaria, intervenuta sul luogo di un incidente mortale abbia ritenuto di non dover effettuare il test alcolemico e tossicologico sul posto alla signora indagata, al contrario, le hanno accordato il permesso di allontanarsi e di raggiungere la sua abitazione per poi, a distanza di cinque ore dall’evento e non curanti di avere permesso che indizi irripetibili fossero irrimediabilmente inquinati, accompagnarla a mezzo ambulanza in ospedale per gli esami. Eppure nella loro annotazione dei fatti, gli agenti di P.G. affermano che la P.L fosse stata affidata ai rigorosi controlli analitici nell’immediatezza del loro intervento sul posto.

Una volta in ospedale, comunque, la persona indagata non viene affidata a un agente che si assicurasse che, al momento del prelievo non venissero inquinate  prove. Per non parlare poi delle tracce di etanolo ancora parzialmente presenti nel sangue dalla donna, a un livello vicinissimo a quello di soglia (nonostante fossero passate tante ore) , ma al quale il professore di patologia clinica decide di assegnare una unità di misura così piccola da trasformare i “g/l” in “mg/dl” e di conseguenza di non dover considerare che al momento del sinistro, la conducente del SUV fosse ubriaca. Una volta esisteva il falso ideologico oggi negli atti giudiziari ciascuno scrive quello che vuole, ma soprattutto fa quello che vuole.

Scoprono ancora che Mario quel giorno guidava un motorino di cilindrata superiore a quella che avrebbe potuto guidare, ma anche che il proprietario del mezzo, che era anche il suo datore di lavoro, ordinava a nostro figlio e a nostra insaputa,  di svolgere le sue mansioni servendosi proprio di  quel motorino. La responsabilità di un uomo che non mette in sicurezza i propri impiegati  è penalmente gravissima, eppure G.G. titolare della lavanderia dove lavorava nostro figlio, non viene indagato semplicemente perché afferma di non conoscere Mario. Sarebbe stato sufficiente che la P.G. parlasse con la mamma e il papà di Mario per scoprire la folle menzogna e le folle di testimoni che la smentivano, ma non è stato fatto. G.G. non è stato mai indagato.

Scoprono infine che Mario, una volta sopraggiunto al P.S. al Triage del P.O. “A.Cardarelli” non riceve le cure di protocollo, nemmeno una consulenza chirurgica dalla quale avrebbero scoperto che Mario nel giro di poco tempo sarebbe morto a causa di lacerazioni epatiche e proprio così infatti che lo hanno lasciato morire, minuto dopo minuto, aspettando semplicemente che egli versasse tutto il suo sangue.

Lo hanno scoperto dall’autopsia dove  emerge che Mario quel giorno era sobrio e non sotto l’effetto di sostanze e che indossava il casco, un ragazzo nel fiore della gioventù, bello e sano, la gioia di sua mamma e suo papà.

Poi l’archiviazione del caso frettolosamente richiesta dal P.M. Capuano, erede di Bisceglie, che evidentemente molto poco decide di interessarsi di Mario, al punto che non si accorge che nella richiesta di archiviazione manca il primo documento da allegare, ovvero il casellario giudiziario di P.L. la quale, manco a dirlo, aveva precedenti.

La verità è che Mario è la vittima, vittima della strada, vittima dell’indifferenza, vittima delle istituzioni, vittima di comodo, perché tanto lui è morto.

Il suo sangue però grida, come quello di tutte le vittime, perché non ci sono vittime di serie B e la sua morte si poteva evitare. La sua morte deve costituire un precedente affinchè questo non  accada più. Ecco perché abbiamo querelato i responsabili della morte di Mario, perché se loro si assumono le loro responsabilità, allora la morte di Mario avrà salvato tanti giovani.  

Ci sono mamme e mamme, noi siamo le “Mamme Coraggio” A.M.C.V. onlus, quelle che scendono in piazza con le foto dei loro figli appese al collo, per fermare questa strage e per dialogare con le istituzioni. Oggi le Mamme Coraggio già operative da anni nell’agro Aversano, hanno aperto una nuova sede, quella del Vomero dedicata a Mario Pisco e diretta dalla sua mamma. Anche a nome loro chiediamo con forza “Giustizia per Mario”