Riflessioni sui fatti di Piacenza

La responsabilità penale è personale, e per l’ accertamento della stessa ci saranno le previste verifiche nelle varie sedi competenti e con le garanzie di uno Stato di diritto.

Questo vale anche per i sei carabinieri arrestati a Piacenza e per gli altri militari eventualmente coinvolti nelle indagini penali. Resta il fatto, però, della gravità estrema di quello che è successo e, pertanto, sono auspicabili adeguate valutazioni politiche, giuridiche, e non è esagerato dire anche di carattere storico.

L’ Arma dei Carabinieri è una prestigiosa Istituzione del nostro Paese e le circa centomila persone che indossano la divisa da Carabiniere fanno bene a indossarla con orgoglio. Ma le vicende piacentine impongono una serie di domande e di riflessioni proprio per il fatto che parliamo di un Corpo di polizia a ordinamento militare che è fondamentale in relazione al mantenimento dell’ ordine e della sicurezza pubblica.
Purtroppo, anche quando si parla di Polizie italiane assistiamo a un effetto di banalizzazione che porta o a una esaltazione acritica delle Istituzioni deputate al controllo della legalità o a una evidenziazione mediatica di una deviazione perpetrata da quelli che dovrebbero essere, invece, tutori della legge. Alla fine, si fa un gran parlare del fatto accaduto, ma senza affrontare da parte dell’ opinione pubblica e da chi ne ha la responsabilità di informarla adeguatamente, nonché da parte delle varie forze politiche, le cause di fondo che possono diventare potenzialmente foriere di queste delittuose vicende.
Nel nostro Paese, fino al 1981, le Polizie erano tutte a ordinamento militare. L’ organizzazione militare per una forza di Polizia non è adeguata per le tipiche attività di polizia per una serie di ragioni.
Proverò, per motivi di spazio, a sottolinearne solo una, tra le tante.
In genere, ma soprattutto in una società moderna, o come direbbe qualcuno post moderna, un Corpo di polizia deve avere un ordinamento interno che non si caratterizzi per una forma di separatezza con il resto della società.
Il diritto alla sicurezza in uno Stato democratico va garantito soprattutto con una capacità di efficace relazione tra cittadino in divisa e cittadino non in divisa.
Questo è garantito solo da un ordinamento non militare e sindacalizzato del Corpo di Polizia, perché solo una Polizia a ordinamento civile può avere, nella giusta misura, rapporti con la società civile e, quindi, garantire una giusta trasparenza in ordine alle modalità con le quali si protegge il cittadino da ogni forma di aggressione criminale.
Sto accennando a una questione che divenne centrale nel dibattito pubblico e politico degli anni ’70 e che generò la Legge nr. 121 del 1981 con la quale venne smilitarizzata e sindacalizzata la Polizia che, non caso, assunse la denominazione ufficiale di Polizia di Stato e non più quella di “Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza”.
Quella riforma non aveva solo lo scopo di garantire dei maggiori diritti ai poliziotti e, di riflesso, a tutti gli appartenenti alle Forze di polizia, ma anche e soprattutto di creare una Polizia a ordinamento democratico, trasparente. Una legge che creò un quadro normativo tale da consentire di inaugurare una nuova e diversa concezione del tutore dell’ordine, al quale, proprio al fine di garantire una vera funzione di tutela della sicurezza, dava la possibilità di prendere parte alla dialettica democratica, da intendere come forma di arricchimento culturale per tutti.
Naturalmente, in considerazione del particolare lavoro, con una serie di limiti, non sempre però condivisibili.
Quella fu una riforma a metà, perchè, mentre cambiava profondamente in senso democratico la Polizia, lasciava immutati gli altri  Corpi di polizia: l’ Arma dei Carabinieri, la Guardia di Finanza e il Corpo degli Agenti di Custodia . Dopo qualche anno, quest’ ultimo verrà  riformato sulla scorta della prima riforma, nonché verrà istituito il Corpo Forestale dello Stato a ordinamento civile, ma il Governo Renzi decise di unificare il C.F.S. nell’ Arma dei Carabinieri per una malintesa concezione di risparmio della spesa pubblica.
La menzionata riforma del 1981 – ultima di quella straordinaria stagione di riforme degli anni ’70 – diede un forte impulso in senso positivo per quanto attiene a una moderna concezione degli apparati Istituzionali di sicurezza. Certo, non fu la panacea di tutti i problemi, ma si instaurava normativamente un diverso approccio per la tutela della pubblica sicurezza. Non dimentichiamo che venivamo da forti scontri di piazza, da tentativi di colpi di stato, da terrorismi rossi  e neri. A tutto ciò, non fu data una risposta autoritaria, bensì una risposta democratica, aprendo appunto alla democrazia settori della Stato che fino a quel momento ne erano stati esclusi.
Fu anche un fondamentale momento di riflessione pubblica su tutte le tematiche della sicurezza in uno Stato democratico che coinvolse larghi strati di lavoratori, partiti, sindacati e tanti intellettuali come Rodotà e Bobbio.
Si rafforzò la consapevolezza che, contrariamente a una certa vulgata reazionaria e oscurantista, il diritto alla sicurezza che va garantito a ogni cittadino può coniugarsi alle garanzie costituzionali, nonché a un ordinamento giuridico delle polizie volto a garantire i diritti del cittadino poliziotto. Quest’ ultimo inteso non come un mero esecutore di ordini, secondo una logica militare, ma come un lavoratore in divisa tra altri lavoratori.
È negli Stati dittatoriali che la Polizia opera senza alcun rapporto con altri soggetti. In un Paese democratico la sicurezza va tutelata mediante il concorso di tutti, certamente con una posizione in prima fila delle Forze di polizia.
Per gli operatori del diritto, e particolarmente per gli operatori di polizia, prendere parte alla vita culturale, sociale, democratica di un Paese ha una sua importanza, perché, evitando uno sterile ripiegamento su se stessi e sul proprio lavoro, contribuisce a costruire una empatia nei confronti degli altri. Il sentimento dell’empatia, pur espletando doverosamente gli obblighi di legge, arricchisce l’ aspetto umano che ogni persona ha e, in alcuni lavori come quello del poliziotto, è una risorsa assolutamente indissolubile.
Gli altri Corpi di polizia che ho citato, pur avendo vissuto un processo di modernizzazione anche a seguito della Legge ne. 121/81, hanno conservato un ordinamento militare che, per definizione, non è sufficientemente trasparente e i cui appartenenti non godono degli stessi diritti sindacali dei loro colleghi poliziotti, fatta eccezione degli aspetti stipendiali che sono sostanzialmente analoghi.
Il vero pericolo è il corporativismo, male odierno dell’ intero mondo del lavoro, ma, se fatto proprio dal tutore dell’ ordine, diventa ancora più grave per l’ intera società. Non dimentichiamo che il monopolio della forza in uno Stato democratico è esercitato dalle Forze di polizia.
Come diceva Luciano Lama, “il Sindacato della Polizia è un Sindacato di servizio”, perché garantisce dei rapporti, giuridicamente delimitati, con gli altri lavoratori.
Di tutte queste tematiche, nelle culture politiche (ammesso che esistano ancora) non è rimasto nulla e, conseguenzialmente, nell’ opinione pubblica.
Ad esempio, solo gli addetti ai lavori, e neanche tutti, sanno che circa due anni fa la Corte Costituzionale ha riconosciuto anche per i militari la possibilità di avere dei sindacati, mettendo una serie di limiti.
Conseguenzialmente, il Parlamento sta in questi giorni approvando una legge che riconosce il suddetto diritto, ma è una legge assolutamente insufficiente e non attua quanto stabilito dalla Corte Costituzionale.
Il fatto che il legislatore abbia aspettato il pronunciamento della Corte Costituzionale sta a dimostrare la totale disattenzione in ordine alle questioni che ho provato a evidenziare. Secondo una normale logica di buon senso, ci si chiede perché i Carabinieri e i Finanzieri non devono avere gli stessi diritti dei poliziotti, pur facendo un analogo lavoro.
Anche qui, voglio specificare che non è solo una questione di godimento di diritti dei lavoratori in divisa citati, ma di modalità di rapporti con la società civile.
Come per altre Istituzioni centrali e locali, anche quelle di Polizia vanno studiate, analizzate. Vanno individuate e proposte efficaci riforme atte a migliorare l’ efficienza nel quadro delle garanzie costituzionali.
Come giustamente si fa, a titolo di esempio, per il sistema ospedaliero, scolastico, anche per il sistema di sicurezza, al di là di luoghi comuni, occorrono contributi di analisi di varia natura. Non possiamo e non dobbiamo ricordarcene solo sull’ onda emozionale del fatto eclatante che produce una attenzione effimera di pochi giorni.
di La responsabilità penale è personale, e per l’ accertamento della stessa ci saranno le previste verifiche nelle varie sedi competenti e con le garanzie di uno Stato di diritto.

Questo vale anche per i sei carabinieri arrestati a Piacenza e per gli altri militari eventualmente coinvolti nelle indagini penali. Resta il fatto, però, della gravità estrema di quello che è successo e, pertanto, sono auspicabili adeguate valutazioni politiche, giuridiche, e non è esagerato dire anche di carattere storico.

L’ Arma dei Carabinieri è una prestigiosa Istituzione del nostro Paese e le circa centomila persone che indossano la divisa da Carabiniere fanno bene a indossarla con orgoglio. Ma le vicende piacentine impongono una serie di domande e di riflessioni proprio per il fatto che parliamo di un Corpo di polizia a ordinamento militare che è fondamentale in relazione al mantenimento dell’ ordine e della sicurezza pubblica.
Purtroppo, anche quando si parla di Polizie italiane assistiamo a un effetto di banalizzazione che porta o a una esaltazione acritica delle Istituzioni deputate al controllo della legalità o a una evidenziazione mediatica di una deviazione perpetrata da quelli che dovrebbero essere, invece, tutori della legge. Alla fine, si fa un gran parlare del fatto accaduto, ma senza affrontare da parte dell’ opinione pubblica e da chi ne ha la responsabilità di informarla adeguatamente, nonché da parte delle varie forze politiche, le cause di fondo che possono diventare potenzialmente foriere di queste delittuose vicende.
Nel nostro Paese, fino al 1981, le Polizie erano tutte a ordinamento militare. L’ organizzazione militare per una forza di Polizia non è adeguata per le tipiche attività di polizia per una serie di ragioni.
Proverò, per motivi di spazio, a sottolinearne solo una, tra le tante.
In genere, ma soprattutto in una società moderna, o come direbbe qualcuno post moderna, un Corpo di polizia deve avere un ordinamento interno che non si caratterizzi per una forma di separatezza con il resto della società.
Il diritto alla sicurezza in uno Stato democratico va garantito soprattutto con una capacità di efficace relazione tra cittadino in divisa e cittadino non in divisa.
Questo è garantito solo da un ordinamento non militare e sindacalizzato del Corpo di Polizia, perché solo una Polizia a ordinamento civile può avere, nella giusta misura, rapporti con la società civile e, quindi, garantire una giusta trasparenza in ordine alle modalità con le quali si protegge il cittadino da ogni forma di aggressione criminale.
Sto accennando a una questione che divenne centrale nel dibattito pubblico e politico degli anni ’70 e che generò la Legge nr. 121 del 1981 con la quale venne smilitarizzata e sindacalizzata la Polizia che, non caso, assunse la denominazione ufficiale di Polizia di Stato e non più quella di “Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza”.
Quella riforma non aveva solo lo scopo di garantire dei maggiori diritti ai poliziotti e, di riflesso, a tutti gli appartenenti alle Forze di polizia, ma anche e soprattutto di creare una Polizia a ordinamento democratico, trasparente. Una legge che creò un quadro normativo tale da consentire di inaugurare una nuova e diversa concezione del tutore dell’ordine, al quale, proprio al fine di garantire una vera funzione di tutela della sicurezza, dava la possibilità di prendere parte alla dialettica democratica, da intendere come forma di arricchimento culturale per tutti.
Naturalmente, in considerazione del particolare lavoro, con una serie di limiti, non sempre però condivisibili.
Quella fu una riforma a metà, perchè, mentre cambiava profondamente in senso democratico la Polizia, lasciava immutati gli altri  Corpi di polizia: l’ Arma dei Carabinieri, la Guardia di Finanza e il Corpo degli Agenti di Custodia . Dopo qualche anno, quest’ ultimo verrà  riformato sulla scorta della prima riforma, nonché verrà istituito il Corpo Forestale dello Stato a ordinamento civile, ma il Governo Renzi decise di unificare il C.F.S. nell’ Arma dei Carabinieri per una malintesa concezione di risparmio della spesa pubblica.
La menzionata riforma del 1981 – ultima di quella straordinaria stagione di riforme degli anni ’70 – diede un forte impulso in senso positivo per quanto attiene a una moderna concezione degli apparati Istituzionali di sicurezza. Certo, non fu la panacea di tutti i problemi, ma si instaurava normativamente un diverso approccio per la tutela della pubblica sicurezza. Non dimentichiamo che venivamo da forti scontri di piazza, da tentativi di colpi di stato, da terrorismi rossi  e neri. A tutto ciò, non fu data una risposta autoritaria, bensì una risposta democratica, aprendo appunto alla democrazia settori della Stato che fino a quel momento ne erano stati esclusi.
Fu anche un fondamentale momento di riflessione pubblica su tutte le tematiche della sicurezza in uno Stato democratico che coinvolse larghi strati di lavoratori, partiti, sindacati e tanti intellettuali come Rodotà e Bobbio.
Si rafforzò la consapevolezza che, contrariamente a una certa vulgata reazionaria e oscurantista, il diritto alla sicurezza che va garantito a ogni cittadino può coniugarsi alle garanzie costituzionali, nonché a un ordinamento giuridico delle polizie volto a garantire i diritti del cittadino poliziotto. Quest’ ultimo inteso non come un mero esecutore di ordini, secondo una logica militare, ma come un lavoratore in divisa tra altri lavoratori.
È negli Stati dittatoriali che la Polizia opera senza alcun rapporto con altri soggetti. In un Paese democratico la sicurezza va tutelata mediante il concorso di tutti, certamente con una posizione in prima fila delle Forze di polizia.
Per gli operatori del diritto, e particolarmente per gli operatori di polizia, prendere parte alla vita culturale, sociale, democratica di un Paese ha una sua importanza, perché, evitando uno sterile ripiegamento su se stessi e sul proprio lavoro, contribuisce a costruire una empatia nei confronti degli altri. Il sentimento dell’empatia, pur espletando doverosamente gli obblighi di legge, arricchisce l’ aspetto umano che ogni persona ha e, in alcuni lavori come quello del poliziotto, è una risorsa assolutamente indissolubile.
Gli altri Corpi di polizia che ho citato, pur avendo vissuto un processo di modernizzazione anche a seguito della Legge ne. 121/81, hanno conservato un ordinamento militare che, per definizione, non è sufficientemente trasparente e i cui appartenenti non godono degli stessi diritti sindacali dei loro colleghi poliziotti, fatta eccezione degli aspetti stipendiali che sono sostanzialmente analoghi.
Il vero pericolo è il corporativismo, male odierno dell’ intero mondo del lavoro, ma, se fatto proprio dal tutore dell’ ordine, diventa ancora più grave per l’ intera società. Non dimentichiamo che il monopolio della forza in uno Stato democratico è esercitato dalle Forze di polizia.
Come diceva Luciano Lama, “il Sindacato della Polizia è un Sindacato di servizio”, perché garantisce dei rapporti, giuridicamente delimitati, con gli altri lavoratori.
Di tutte queste tematiche, nelle culture politiche (ammesso che esistano ancora) non è rimasto nulla e, conseguenzialmente, nell’ opinione pubblica.
Ad esempio, solo gli addetti ai lavori, e neanche tutti, sanno che circa due anni fa la Corte Costituzionale ha riconosciuto anche per i militari la possibilità di avere dei sindacati, mettendo una serie di limiti.
Conseguenzialmente, il Parlamento sta in questi giorni approvando una legge che riconosce il suddetto diritto, ma è una legge assolutamente insufficiente e non attua quanto stabilito dalla Corte Costituzionale.
Il fatto che il legislatore abbia aspettato il pronunciamento della Corte Costituzionale sta a dimostrare la totale disattenzione in ordine alle questioni che ho provato a evidenziare. Secondo una normale logica di buon senso, ci si chiede perché i Carabinieri e i Finanzieri non devono avere gli stessi diritti dei poliziotti, pur facendo un analogo lavoro.
Anche qui, voglio specificare che non è solo una questione di godimento di diritti dei lavoratori in divisa citati, ma di modalità di rapporti con la società civile.
Come per altre Istituzioni centrali e locali, anche quelle di Polizia vanno studiate, analizzate. Vanno individuate e proposte efficaci riforme atte a migliorare l’ efficienza nel quadro delle garanzie costituzionali.
Come giustamente si fa, a titolo di esempio, per il sistema ospedaliero, scolastico, anche per il sistema di sicurezza, al di là di luoghi comuni, occorrono contributi di analisi di varia natura. Non possiamo e non dobbiamo ricordarcene solo sull’ onda emozionale del fatto eclatante che produce una attenzione effimera di pochi giorni.
di Vincenzo Vacca

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