Cronaca

Rifiuti tessili, la filiera dell’illegalità: opifici, depositi e sversamenti a Caivano

I Carabinieri del Nucleo investigativo di Polizia Ambientale, Agroalimentare e Forestale di Napoli, con il supporto dei militari della compagnia di Caivano, hanno scovato e sequestrato sei stabilimenti tessili coinvolti nello smaltimento illegale di scarti di lavorazione.
I residui della produzione venivano prelevati da uno degli indagati all’interno degli stabilimenti e caricati su mezzi di fortuna. Il materiale finiva in un seminterrato di Grumo Nevano, utilizzato come deposito temporaneo e centro di smistamento, lontano da occhi indiscreti ma non da quelli degli inquirenti, e da lì partiva la fase conclusiva dell’operazione: altri due soggetti, entrambi di nazionalità rumena, si occupavano del trasferimento dei sacchi verso il luogo scelto per lo sversamento definitivo che, nella maggior parte dei casi, era sempre lo stesso, ovvero la Strada Vicinale dei Regi Lagni, a Caivano, già da tempo segnalata come area critica. In almeno sette episodi documentati sarebbero stati scaricati circa duecento sacchi di nylon colmi di rifiuti tessili, un meccanismo che per mesi ha trasformato una strada di campagna in una discarica abusiva.
Le indagini, coordinate dalla Procura di Napoli Nord, hanno portato al sequestro di sei opifici distribuiti tra Sant’Arpino, Grumo Nevano e Frattaminore, utilizzati per la lavorazione dei tessuti che rappresentavano l’anello iniziale della catena.
Il caso apre l’ennesima pagina di un problema spesso sottovalutato, preferendo concentrare l’attenzione solo sulla cosiddetta “Terra dei fuochi” delle aree a nord di Napoli, con Giugliano in primis. La criminalità prospera anche sulle disattenzioni, come accade nel settore tessile, dove i costi di smaltimento sono elevati: buttare illegalmente costa meno che rispettare le procedure. Ed è su questa convenienza che si inserisce la criminalità, fatta di imprenditori compiacenti, depositi fantasma e strade di campagna trasformate in discariche. Gli scarti di fabbrica, gli abiti invenduti e il materiale non riciclabile vengono accumulati in capannoni dismessi, terreni agricoli o periferie: quando va bene restano lì, avvelenando suolo e falde, e quando va male finiscono incendiati o dispersi, moltiplicando i danni ambientali, sanitari ed economici. Un sistema che continua a funzionare finché qualcuno guarda altrove.

Fabio Iuorio

This post was published on Gen 13, 2026 9:21

Redazione

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