Per secoli si è pensato a Pompei come a una città rimasta completamente ferma nel tempo dopo l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., fino alla ripresa degli scavi iniziati nel Settecento. Una storia divisa in due, con la vita romana interrotta dalla catastrofe e una nuova Pompei nata molti secoli più tardi.
Le ultime ricerche raccontano però una realtà molto più complessa. Alcuni materiali individuati nell’area dell’Insula Meridionalis, durante le attività di scavo, restauro e messa in sicurezza, risalgono infatti al periodo compreso tra il Quattrocento e il Cinquecento. Sono soprattutto frammenti ceramici e altri reperti che dimostrano come quell’area non fosse completamente deserta nel corso del Rinascimento.
La scoperta apre così una finestra su una fase della storia di Pompei rimasta a lungo ai margini degli studi: dopo l’eruzione, infatti, le rovine non scomparvero dalla memoria delle persone che vivevano nel territorio. Al contrario, il paesaggio trasformato dalla distruzione continuò a essere frequentato e attraversato da comunità rurali, contadini e pastori che vivevano nelle vicinanze. Non si trattava naturalmente della Pompei conosciuta oggi attraverso gli scavi archeologici, ma di una presenza molto più discreta, fatta di persone che si muovevano tra le strutture antiche, utilizzavano alcuni spazi e conservavano una conoscenza del luogo trasmessa nel corso delle generazioni.
È proprio questo uno degli aspetti più interessanti emersi dalle nuove ricerche: la città romana non sarebbe quindi rimasta completamente isolata per quasi diciassette secoli, come spesso viene raccontato, ma avrebbe continuato a vivere attraverso la memoria del territorio.
A confermare questa continuità contribuisce anche il toponimo “Civita”, utilizzato localmente per indicare l’area delle rovine, un nome che, secondo gli studiosi, rappresenta una testimonianza importante della consapevolezza dell’esistenza di un’antica città sepolta sotto il terreno.
Il tema della cosiddetta “Pompei dopo Pompei” è stato rilanciato anche dal direttore del Parco Archeologico, Gabriel Zuchtriegel, secondo il quale le tracce lasciate da queste presenze sono spesso molto fragili e proprio per questo rischiano di essere cancellate dalla narrazione tradizionale.
In questo nuovo quadro si inseriscono anche alcune vicende artistiche legate al territorio. Nello stesso periodo storico a cui rimandano i reperti dell’Insula Meridionalis veniva realizzata la Deposizione di Cristo attribuita ad Andrea Mantegna, un’opera di grande valore che dopo essere stata a lungo considerata dispersa è stata identificata nel patrimonio del Santuario della Beata Vergine di Pompei. Il dipinto era documentato a Napoli, nella chiesa di San Domenico Maggiore, fino agli anni Venti del Cinquecento. Solo molti secoli dopo sarebbe arrivato a Pompei, probabilmente negli ultimi decenni dell’Ottocento, in coincidenza con la nascita del Santuario mariano. Oggi l’opera è visitabile nella Pinacoteca del Santuario, dove è stata collocata dopo un importante intervento di restauro realizzato nei laboratori dei Musei Vaticani e concluso prima dell’esposizione avviata nel novembre 2025.
Si tratta di due storie differenti e non direttamente collegate, ma entrambe aiutano a cambiare prospettiva sulla storia di Pompei: da una parte ci sono i reperti archeologici che testimoniano una frequentazione dell’area durante il Rinascimento, dall’altra un’opera d’arte che nei secoli successivi entra nella storia della nuova Pompei.
Il risultato è un racconto molto meno lineare di quello a cui siamo abituati. Tra l’eruzione del 79 d.C. e l’avvio degli scavi borbonici esiste infatti una lunga fase ancora tutta da approfondire, nella quale la memoria della città antica sembra essere rimasta viva tra le persone che abitavano questo territorio.
Anche per questo l’Insula Meridionalis rappresenta oggi un punto di osservazione particolarmente importante. I visitatori possono entrare nel cantiere e conoscere direttamente il lavoro di archeologi e restauratori, osservando da vicino un luogo che sta contribuendo a riscrivere una parte della storia meno conosciuta di Pompei.
Le visite al cantiere sono possibili su prenotazione dal lunedì al venerdì, dalle 11 alle 12. Per partecipare è necessario contattare il numero 327 2716666
La ricerca continua e, insieme ai nuovi reperti, potrebbe portare alla luce altre testimonianze di quella comunità che per secoli ha abitato accanto alle rovine, mantenendo viva una memoria che, molto prima della nascita della Pompei moderna, non era mai realmente scomparsa.










