Il numero dei parlamentari

L’editoriale di Vincenzo Vacca.

di Vincenzo Vacca.

La banalizzazione del dibattito pubblico e politico sta avendo degli effetti nocivi anche per quanto riguarda il patto di cittadinanza. Per esso intendo l’impegno da parte di tutti di adempiere agli oneri di una vera cittadinanza. Si è cittadini allorquando si ha la consapevolezza di essere, ognuno di noi, parte di una comunità nazionale e democratica e, quindi, esercitiamo nelle forme che più riteniamo consone a noi, la partecipazione alla vita collettiva, superando provincialismi, grettezze, egoismi personali, familiari e di gruppo di appartenenza. Questo non per un generico afflato altruista, ma per un convincimento che il proprio benessere spirituale ed economico è garantito solo in una comunità attraversata quanto meno possibile da diseguaglianze di ogni tipo. Infatti, nelle società che si caratterizzano per divari economici e sociali profondi, coloro che vivono una situazione di estremo privilegio economico devono costantemente difenderlo in tutti i modi. Basti pensare al largo uso di guardie private che vigilano giorno e notte le persone e le proprietà.
È chiaro che i ceti sociali costretti alla disperazione e che non vedono delle possibilità concrete di uscire da uno stato di povertà tendono in modo violento ad accaparrarsi in qualche modo i mezzi di sussistenza. Ecco perché il proprio benessere non va mai disgiunto da un benessere diffuso, pena un godimento “artificiale” di una situazione economica florida.
Anche questo tipo di considerazione è stata fatta dalle nostre madri e dai nostri padri costituenti. L’articolo 3 della nostra Costituzione stabilisce, non a caso, che è compito della Repubblica “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale”.
Qualcuno potrebbe obiettare che sono solo belle parole, ma non è così. Intanto, perché la nostra Costituzione è un documento giuridico fondante che vuole sollecitare le classi dirigenti ad adempiere quanto più compiutamente possibile a quanto stabilito ed, inoltre, perché ci sono stati diversi anni nei quali i divari economici e territoriali erano di gran lunga inferiori a quelli attuali. Le classi dirigenti, nonostante una serie di contraddizioni, riuscirono a ricostruire il nostro Paese devastato dalla guerra e a portarlo tra i primi sei più industrializzati al mondo.
Faccio questo riferimento alla Costituzione e all’impatto non facile, ma foriero di sviluppo economico e sociale, che ebbe nella nostra realtà del secondo dopoguerra, perché essa, sia sul piano dei diritti civili, politici, sociali che su quello economico ha costituito e costituisce un irrinunciabile punto di riferimento, contribuendo in tal modo ad arricchire la culla europea dei diritti. Una Europa che deve continuare a caratterizzarsi rispetto agli altri continenti per riconoscere e garantire i diritti soggettivi e oggettivi.
La Costituzione ha dimostrato la sua efficacia soprattutto perché ha un suo equilibrio giuridico e le modifiche non attente alla nostra Legge fondamentale possono arrecare seri danni, tornando alla banalizzazione a cui accennavo all’inizio.

Sulla base del nefasto ventennio fascista che aveva visto, tra l’ altro, la fascinazione delle masse irretite dal condottiero che riteneva di interpretare nel migliore dei modi quello che le masse chiedevano, manipolando a suo e consumo le supposte richieste dei sudditi, le costituenti e i costituenti incentrarono la nascita della democrazia e della Repubblica sulla rappresentatività e, quindi, sulla centralità del Parlamento. Un Parlamento in cui dovrebbe trovare spazio un confronto, anche aspro, tra proposte e visioni diverse. Parlamento sta appunto per parlamentare, per discutere, e per trovare delle forme di sintesi. Se la sintesi non avviene, comunque, con le Camere elettivamente formatesi e, quindi, con la natura della rappresentanza politica che le stesse incarnano (e non della rappresentazione) si dà voce al dissenso.
Questo è effettivamente avvenuto fino alla fine degli anni settanta, infatti, si fa correttamente l’esempio che anche durante i Governi di solidarietà nazionale la minuta rappresentanza dei radicali fece sistematicamente da pungolo, pur essendo all’opposizione, alla soverchiante maggioranza parlamentare.

Successivamente, questo aspetto è venuto progressivamente meno e il Parlamento è diventato sempre più una cassa di risonanza delle decisioni governative. La causa fondamentale di questa regressione, a parere di chi scrive, dipende da una scarsa qualità culturale e politica di troppi parlamentari, ma resta perfettamente in piedi l’intuizione dell’ Assemblea Costituente.
Ecco perché il problema che ha di fronte l’Italia, in questo ambito, non è il numero dei parlamentari, ma le modalità di selezione di chi viene eletto alle Camere. Si potrà anche ridurre il numero, ma, se la menzionata selezione non viene radicalmente rinnovata, continueremo ad avere rappresentanti in Parlamento non all’altezza del compito a loro affidato dalla Costituzione.
Inoltre, uno dei principi cardini costituzionali ovvero la massima rappresentanza politica possibile verrebbe inficiata, in quanto dei territori anche estesi del nostro Paese non avrebbero un adeguato numero di rappresentanti.

Per migliorare i lavori parlamentari, a partire da una certa celerità, occorre rivedere il bicameralismo perfetto, non populisticamente ridurre il numero di deputati e senatori. Una scelta che può lisciare solo il pelo all’antipolitica, ma non sarebbe una concreta soluzione.
A questo riguardo, ricordo che le diverse Commissioni Parlamentari sono formate sulla base del numero dei Deputati e dei Senatori. La riduzione degli stessi comporterà l’unificazione di varie Commissioni con conseguenziale nocumento dei lavori, sia per il necessario approfondimento che per i tempi di legiferazione che sono già adesso non brevi.
“Uno non vale uno”, in quanto chi è chiamato ad elaborare leggi, ad approvarle o meno, deve aver precedentemente costruito una sua specifica preparazione in tal senso. Non è ammessa improvvisazione.
Qualcuno, molto autorevolmente, una volta ha scritto: “c’è chi vive di politica e chi vive per la politica”.

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