Erano le tre di notte quando in via Matteotti, nel rione Patrignano di Pignataro Maggiore, in provincia di Caserta, un residente ha notato un neonato e ha dato l’allarme. Carabinieri e sanitari del 118 sono arrivati in pochi minuti, il piccolo è stato trasportato in ambulanza al Santobono di Napoli e poi trasferito al Cardarelli. La prima ricostruzione, quella che ha fatto il giro delle testate nazionali nel giro di poche ore, parlava di un neonato abbandonato lungo la provinciale. Il titolo era già scritto, e diceva chiaramente abbandono.
Non era così. Il bambino era nato poche ore prima in un’abitazione, figlio di una ragazza che non ha ancora compiuto sedici anni e di un diciannovenne di Pastorano. Il parto è filato liscio, la madre sta bene ed è ricoverata al Policlinico di Caserta, il piccolo respira da solo ed è seguito dall’équipe di Terapia Intensiva Neonatale del Cardarelli. Dopo la nascita il neonato non è mai stato lasciato solo: il padre lo ha tenuto con sé tutta la notte, poi ha chiamato il 118 raccontando di averlo trovato per strada e ha fornito ai carabinieri generalità false. Gli accertamenti hanno smontato la versione in poche ore, il ragazzo ha confessato e ora rischia una denuncia per simulazione di reato e false dichiarazioni di identità.
È facile capire perché la prima versione abbia avuto più eco della seconda. “Neonato abbandonato in strada” genera indignazione immediata, si condivide, si commenta, si dimentica in ventiquattr’ore. La verità, più lenta e più scomoda, chiede invece di fermarsi su due minorenni soli in una casa, nel cuore della notte, davanti a una scelta più grande di loro: paura, inesperienza, il terrore di dover dire a qualcuno cos’era successo. Non hanno abbandonato nessuno, hanno semplicemente improvvisato, male, l’unica via d’uscita che riuscivano a immaginare.
Perché è qui che va cercato il punto vero della vicenda: quella via d’uscita, in realtà, l’Italia l’aveva già prevista. Da oltre vent’anni la legge riconosce a qualunque donna, di qualunque età, il diritto di partorire in ospedale senza essere nominata, senza dover giustificare nulla e senza che questo comporti alcuna conseguenza penale: il bambino viene affidato in tempi rapidi ad una nuova famiglia e la madre resta anonima per sempre. Ad affiancare questo diritto ci sono le “culle per la vita”, discendenti dirette delle antiche ruote degli esposti: basta un gesto, deporre il piccolo in un lettino riscaldato e sorvegliato, perché scatti un allarme silenzioso e qualcuno arrivi in meno di un minuto, senza fare domande, senza denunciare nessuno.
Nessuna delle due, quella notte, era a portata di mano di quei due ragazzi: una quindicenne e un diciannovenne, nel panico di una notte in cui il mondo si è capovolto, quella conoscenza semplicemente non ce l’avevano.
Ed è questo il fenomeno che la cronaca, da sola, non racconta mai: non l’abbandono, ma l’assenza. L’assenza di qualcuno che, prima di quella notte, avesse spiegato ad una ragazza di appena quindici anni cosa fare se fosse rimasta incinta e non si fosse sentita pronta. L’assenza di una scuola, di un consultorio, di un adulto di riferimento capace di dirle che esisteva una strada legale, protetta, senza processo né giudizio.
Il paradosso, a questo punto, si vede da solo. Il ragazzo di diciannove anni rischia oggi un procedimento penale per aver mentito ai carabinieri, per aver detto di aver trovato un bambino che in realtà era suo figlio. La stessa legge che lo punisce per la bugia gli avrebbe garantito, se solo l’avesse conosciuta, di lasciare quel bambino in un luogo sicuro senza dover mentire a nessuno, senza rischiare nulla, senza nemmeno dover pronunciare il proprio nome. Non ha scelto di infrangere la legge. Ha scelto semplicemente l’unica cosa che gli veniva in mente, perché nessuno gli aveva mai detto che ne esisteva un’altra.
Non serve cercare un colpevole unico, e sarebbe anche ingiusto. La responsabilità è distribuita: di chi, a scuola, non ha mai parlato con questi ragazzi di corpo, di sessualità, di quello che succede quando una gravidanza arriva senza essere cercata; di chi, sul territorio, ha lasciato che la tutela dei neonati più fragili diventasse quasi ovunque un compito affidato a fondazioni private e volontari, invece che alla sanità pubblica; di chi, semplicemente, non ha mai pensato che l’informazione, per arrivare davvero a chi ne ha bisogno, va portata fin dentro le case, non lasciata scritta in un decreto del 2000 che quasi nessuno ha mai letto.
Mattia oggi sta bene. Sua madre, non ancora sedicenne, si sta riprendendo al Policlinico di Caserta. Ma quello che lo ha protetto nella notte tra venerdì e sabato non è stato un sistema pensato per arrivare prima della paura: è stato un ragazzo di diciannove anni che, senza sapere come chiedere aiuto nel modo giusto, ha comunque scelto di non lasciarlo mai solo.













