Manifestazione per Lampedusa. Il Coordinamento Eritrea Democratica contro la Bossi-Fini

Le proteste del Coordinamento Eritrea Democratica contro la Bossi-Fini precedono una manifestazione per Lampedusa

di Francesca Bruciano

Si terrà venerdì 25 ottobre alle 10 in Piazza Montecitorio una Manifestazione per le vittime di Lampedusa. Sono 366 i morti accertati dopo la tragedia del 3 ottobre scorso nella quale, a causa di un incendio divampato sul barcone in prossimità dell’isola dei Conigli, perirono molti giovani, donne e bambini. Morti che si dovevano e si potevano evitare. E che continueranno ad esserci finché non si realizzeranno reali alternative di accoglienza. Diciotto giorni dopo il naufragio, e con le bare ormai tumulate, Agrigento ha celebrato i funerali. Sul molo turistico del porto di San Leone c’erano il ministro dell’Interno Angelino Alfano, e quello dell’Integrazione Cecile Kyenge, oltre agli ambasciatori di alcuni Paesi delle vittime. Molte le polemiche soprattutto per l’assenza dei sopravvissuti. Dopo la cerimonia il vicepremier ha dovuto interrompere le interviste per le contestazioni giunte da un gruppo di eritrei e attivisti che gli ha gridato: “Assassini, basta con la Bossi-Fini”. La legge che regola le politiche migratorie e occupazionali per gli stranieri. Una legge che ha più di dieci anni, e di cui molti chiedono l’abolizione o la modifica. Fu approvata nel 2002 durante il secondo mandato del governo Berlusconi, della quale furono firmatari Gianfranco Fini, allora vicepresidente del Consiglio dei Ministri, e Umberto Bossi, ministro per le Riforme Istituzionali.
In questi giorni il Parlamento ha approvato una risoluzione sui flussi di migranti nel Mediterraneo in cui si chiede di “modificare o rivedere normative che infliggono sanzioni a chi presta assistenza in mare”. Questo è stato interpretato come un implicito riferimento alla legge Bossi-Fini.

Ma quali sono le ragioni che spingono ad emigrare? Così il Coordinamento Eritrea Democratica: “Bisogna chiedersi perché molti dei migranti e molti dei morti nelle traversate del Mediterraneo e del deserto del Sinai sono Eritrei. Decine di migliaia di persone hanno lasciato l’Eritrea, una percentuale altissima di esuli per un paese che conta solo 4 milioni di abitanti. Il popolo eritreo, che ha conquistato l’indipendenza dopo anni di lotte e sacrificio, non sopporta più un governo che non intende realizzare programmi di sviluppo e benessere ma solo il potere del suo dittatore, Isaias Afewerki, assetato di potere, che dagli anni settanta ha iniziato a sterminare gli intellettuali, oppositori politici e di coscienza, giornalisti, religiosi, e ha reso schiavi i giovani con il pretesto di servizio militare. La crisi economica in Eritrea è endemica ed è pianifica dal dittatore per umiliare e inginocchiare il popolo. Se i figli scappano, anche maggiorenni, ai genitori si chiede di pagare 50.000 nakfa o si costringono ai lavori forzati. Tante persone che scappano dall’Eritrea, anche con la connivenza dei generali del dittatore, vengono vendute ai trafficanti e ai beduini del Sinai. Ci sono più di 5.000 cadaveri recenti, alcuni morti dopo essere stati ricambi di organi. La Costituzione eritrea, approvata nel 1997, non è mai stata applicata, l’opposizione è stata repressa e un partito unico porta alla rovina il paese. Decine di migliaia di giovani (uomini e donne) sono obbligati al cosiddetto “servizio militare” e in realtà vivono in schiavitù e reclusi in prigioni impossibili.  Migliaia di esuli eritrei, che vivono da anni all’estero, sono costretti col ricatto a pagare per salvare parenti deportati e imprigionati”.

Nell’appello del Coordinamento Eritrea Democratica alcune richieste come quella di modificare una legge, come la Bossi-Fini, che venga integrata con nuove norme per i rifugiati politici, e che si preveda una legge organica sull’asilo. Che si crei un corridoio umanitario per il diritto d’asilo europeo (che permetta ai migranti bloccati in “paesi terzi” di raggiungere legalmente l’Europa) e  che i pattugliamenti diventino azioni di soccorso e non di respingimento o rimpatrio forzato. Che si rafforzi la politica di accoglienza europea perché i paesi di approdo, come l’Italia, possano essere luoghi di prima accoglienza dove siano possibili i ricongiungimenti familiari con i parenti residenti in altri paesi europei per poter costruire un futuro. “Per i defunti chiediamo la restituzione delle salme alle loro famiglie in Eritrea, perché possano essere onorati almeno da morti”.

24 ottobre 2013

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