Un giornalista del GR2 RAI che scrive romanzi gialli. Già così sembra una notizia interessante. Eppure Livio Frittella è la dimostrazione vivente che chi racconta il mondo attraverso le notizie sviluppa un senso della narrazione che prima o poi trova un’altra forma. E quella forma, per Frittella, è il romanzo giallo. Non un giallo qualsiasi, però, non uno di quei thriller americanizzati pieni di sparatorie e inseguimenti in auto. Il suo è un giallo all’antica, con delitti premeditati, personaggi complessi e un protagonista che risolve i casi con la testa che tra l’altro non è esattamente quella di tutti noi.
Parliamo di Valerio Portenti, il detective sui generis che Frittella ha creato e che ha già conquistato i lettori con la sua prima avventura, “Agnizione fatale”, uscito nel 2025 per Luoghi Interiori e ambientato a bordo di una nave da crociera. Valerio è un genio. Ma, e qui sta il dettaglio che lo rende umano e al tempo stesso sconcertante, non lo è sempre stato. Le sue straordinarie capacità cognitive e mnemoniche sono il risultato di un trauma: un’aggressione subìta in passato ha modificato qualcosa nel suo cervello, ha spostato degli ingranaggi, aperto delle porte che per tutti gli altri restano chiuse. È una premessa che potrebbe sembrare fantascientifica, eppure la medicina conosce casi documentati di sindrome del savant acquisita, persone che a seguito di un trauma cerebrale sviluppano abilità eccezionali in determinati campi. Frittella se ne è appropriato trasformando quella che è una condizione clinica reale in un dispositivo letterario potentissimo. Valerio non è un supereroe, è un uomo che porta addosso una ferita, e quella ferita è anche il suo dono. E adesso Valerio torna con “Relazioni causali“, il nuovo romanzo di Frittella edito da Luoghi Interiori, e stavolta il terreno su cui cammina è ancora più scivoloso, ancora più insidioso di una nave in mezzo all’oceano. Il teatro del crimine è un laboratorio di ricerca scientifica. Siamo nella notte di Capodanno del 2000, una data che chi ha una certa età ricorda benissimo, una notte che aveva un peso specifico diverso da tutte le altre, c’era qualcosa nell’aria (attesa, euforia, un pizzico di paura irrazionale) che rendeva ogni momento carico di significato. Il mondo intero stava per voltare pagina, e nessuno sapeva bene cosa ci fosse scritto sulla pagina successiva. Anche nell’istituto MENS, acronimo di Mind, Encephalic and Neurological Studies, si festeggia: brindisi, conversazioni raffinate, un’atmosfera sospesa tra il celebrativo e il solenne. Un’élite internazionale di scienziati si raccoglie attorno a Valerio, lo osserva, lo studia quasi quanto lui studia loro. Sembrava una serata perfetta. Sembrava. Ad un certo punto un grido lacera tutto. Nel laboratorio viene trovato un cadavere e quasi nello stesso istante, come se qualcuno avesse pianificato tutto con precisione diabolica, un allarme blocca ogni uscita. Il sistema informatico segnala un’anomalia nel reparto di ricerca microbiologica: un batterio potenzialmente letale potrebbe essere sfuggito alle celle di contenimento. A quel punto il panorama cambia completamente. Non c’è più solo un assassino tra le mura dell’istituto, ma anche un nemico che non si vede, non si sente, non si tocca, ma che potrebbe uccidere chiunque. Intrappolati, senza scampo, i brillanti scienziati si scoprono improvvisamente vulnerabili, sospettosi, spaventati. E Valerio, con quella sua testa fuori dal normale, deve fare i conti con entrambe le minacce contemporaneamente: trovare il colpevole prima che colpisca ancora, e capire se l’allarme batteriologico è reale o è parte di un piano più grande.
Frittella costruisce la trama come si costruisce un orologio svizzero: ogni ingranaggio al suo posto, ogni dettaglio apparentemente secondario che in realtà è lì per un motivo preciso. L’ambientazione angusta non è solo uno sfondo, è un personaggio esso stesso. Il laboratorio respira, opprime, confonde. Si legge e si sente l’aria che manca, il silenzio che pesa. È quella tensione sottile, persistente, che non ti lascia andare nemmeno quando chiudi il libro per qualche minuto. E poi c’è il livello più personale della storia: perché “Relazioni causali” non è solo un giallo, è anche un romanzo di rivelazioni intime. Nel mezzo di tutto quel caos (il cadavere, il batterio, gli scienziati in preda al panico), Valerio riesce finalmente a fare luce su un mistero che lo perseguita da tutta la vita, un enigma personale, irrisolto, che aveva sempre covato sotto la superficie. E quando tutti i pezzi trovano il loro posto, il quadro che emerge è tutt’altro che scontato. Anzi, è il tipo di colpo di scena che ti fa tornare indietro di qualche pagina, come per controllare se i segnali c’erano e tu non li avevi visti.
Livio Frittella non è nuovo alla scrittura: nel corso degli anni ha pubblicato saggi, romanzi di genere diverso, spaziando dalla fantascienza al giallo classico, dal dizionario sportivo ai Templari. Ma è con Valerio Portenti che sembra aver trovato la sua voce narrativa più matura, più sicura, più personale.
Di seguito l’intervista che l’autore ha rilasciato per RoadTv Italia:
Ciao Livio. “Relazioni causali” è il tuo secondo romanzo con protagonista Valerio Portenti. Come è cambiato, se è cambiato, il tuo rapporto con questo personaggio rispetto ad “Agnizione fatale”?
“Relazioni causali” (LuoghInteriori) effettivamente è il secondo caso per Valerio Portenti, il personaggio diventato un genio dopo aver subìto da ragazzino un trauma alla testa nel corso dell’aggressione in cui fu rapita la sorellina Valentina. In realtà, però, questo nuovo romanzo è il terzo di una serie – iniziata con “Ingannevoli apparenze” – che potremmo chiamare “la trilogia del luogo chiuso”: nella prima storia è un’isolata villa nella campagna inglese, nella seconda (“Agnizione fatale”) è una nave da crociera in mezzo all’Atlantico, in quest’ultima un laboratorio da cui non si può scappare. Per quanto riguarda il mio rapporto con Valerio: ogni scrittore ama il protagonista che ha creato, e questo sentimento nei suoi confronti è intatto anche in “Relazioni causali”. A essere cambiato è lui, Valerio, che dopo una fase post-infortunio in cui la sua sfera emotiva era risultata compromessa a vantaggio della logica, adesso si è riappropriato di sensazioni e passioni prima rimaste in secondo piano, soprattutto grazie al rapporto con sua moglie Vanessa e la figlia Fiammetta.
Hai scelto la notte di Capodanno del 2000 come cornice temporale, una scelta carica di simbolismo. Cosa rappresenta per te quel momento storico, e quanto ha influenzato la costruzione dell’atmosfera del romanzo?
“Ingannevoli apparenze” si svolgeva nel 1977, “Agnizione fatale” nel 1990, l’azione di “Relazioni causali” si dipana a cavallo del passaggio da un Millennio all’altro, un passaggio che, per ciascuno di noi, ha rappresentato una tappa significativa della nostra vita. Collocare le vicende del romanzo nel lasso temporale che comprende il Natale e il Capodanno è comunque funzionale alla narrazione (e leggendola si capirà perché).
Valerio Portenti è un genio “per trauma”, le sue capacità nascono da una ferita. È una metafora deliberata, o un espediente narrativo diventato qualcosa di più nel corso della scrittura?
Il trauma che ha reso Valerio un ‘idiot savant’ con capacità mnemoniche e deduttive superiori ha costituito per Valerio una doppia ferita. Oltre a quella fisica – che ha rischiato di ucciderlo – c’è quella morale, cioè il vuoto interiore generato dalla scomparsa della sorella Valentina, della quale da allora non ha avuto più notizie. Da quel giorno la vita del protagonista è cambiata drasticamente, e lui ha continuato a tormentarsi chiedendosi costantemente il perché di quell’evento violento. Per lui, campione di razionalità, è stato sempre frustrante non riuscire a trovare la soluzione all’enigma. Che però arriverà alla fine di “Relazioni causali”…
Il laboratorio è un luogo ancora più claustrofobico della nave del primo romanzo. Scrivere in ambienti chiusi e oppressivi sembra un tuo stile narrativo: è una scelta consapevole o una predisposizione naturale?
E’ ambedue le cose. Mi sembra di essere predisposto a ideare trame articolate, matasse ingarbugliate che, una volta sciolte, siano in grado di sorprendere e spiazzare il lettore. Quando apro un libro – di genere ma anche tradizionale – mi aspetto io stesso il colpo di scena! In più scelgo queste ambientazioni volontariamente poiché sono attratto dal giallo classico, il mystery alla Agatha Christie o alla Conan Doyle per intenderci, in cui spesso la scena del crimine è circoscritta, tutti possono essere vittime come colpevoli. Trovo che l’atmosfera claustrofobica contribuisca a rendere la storia più avvincente.
Da tempo sei un giornalista del GR2 RAI. Quanto del tuo mestiere entra nella scrittura narrativa? L’abitudine all’informazione ti aiuta o ti ostacola quando si tratta di costruire una storia di finzione?
Avere a che fare quotidianamente con le notizie mi apre finestre sul mondo e sui comportamenti umani. Non sono un fan della cronaca nera (ripeto, scrivo gialli classici, non noir o true crime), ma tutto quello che ti scorre sotto gli occhi può servire a formarti opinioni e a forgiare le tue conoscenze, e questi sono gli ingredienti essenziali per avere idee buone per una trama. Alcuni dei personaggi che ho inventato nel tempo sono stati dei giornalisti ma mai protagonisti, per quanto io ami la mia professione. Ad ogni modo, quello che entra prepotentemente nella mia scrittura narrativa sono le letture e anche le storie a cui assisto. Molte volte mi è capitato di imbattermi in un intreccio che mi ha dato lo spunto per una mia personale produzione.
Nel romanzo convivono un omicidio e una minaccia batteriologica: due tipi di pericolo completamente diversi. Come hai gestito l’equilibrio tra i due filoni senza che l’uno schiacciasse l’altro?
Sì, è vero, in “Relazioni causali” ho inserito una doppia minaccia: quella batteriologica e quella costituita dall’assassino che si aggira fra gli scienziati intrappolati. Valerio col suo acume varrà a capo di entrambi i misteri. Non è stato difficile essere equilibrati fra i due filoni. La chiusura del laboratorio è il pretesto perché i personaggi siano spinti all’estremo del loro agire; l’omicidio – che, si scoprirà, non sarà l’unico, facendo ipotizzare che un serial killer si celi fra i presenti – è l’oggetto stesso della narrazione. Una precisazione: la storia è drammatica ma io, come è mia abitudine, cerco di stemperarne gli accenti più tragici con l’umorismo che traspare da alcune situazioni e soprattutto dai dialoghi.
Al termine del romanzo Valerio scioglie anche un enigma personale. Significa che la saga si chiude qui, o c’è già un terzo capitolo in cantiere?
Esatto, l’enigma personale che arriva a una soluzione riguarda proprio la sorte della sorella Valentina. Il che, teoricamente, conclude sia la sua ricerca che le sue avventure. Ma sono così affezionato a Valerio – e a tutti i personaggi che gli ruotano attorno – che non è escluso che lui possa tornare… esistono i flashback, giusto? Ora però sono concentrato su un nuovo romanzo, meno di genere e più mainstream, con un nuovo protagonista, ricercatore di una casa editrice che vive e lavora nella Roma di oggi e che ha a che fare con un mistero nell’Inghilterra dell’epoca vittoriana…
“Relazioni causali” è disponibile in libreria e negli store online, pubblicato da Luoghi Interiori. Livio Frittella firma un giallo solido, ben costruito, che conferma la sua crescita come narratore e lascia aperta la porta a nuove avventure di Valerio Portenti.











