Cronaca

Lavoro in nero, dignità cancellata. Storie di invisibilità lavorativa a Napoli

A Napoli il lavoro in nero è un sistema purtroppo molto diffuso e che colpisce la vita di migliaia di persone. Contratti e orari certi zero, diritti men che meno, solo promesse “da marinaio” del tipo “poi vediamo il da farsi”. In una città dove trovare un impiego è già una conquista, lavorare senza tutele diventa quindi la normalità, accettata per necessità e che attraversa settori diversi: dalla ristorazione all’edilizia, dai servizi domestici all’agricoltura,  lì dove il caporalato continua a prosperare.

Secondo le stime della Camera di Commercio di Napoli, quasi un lavoratore su tre opera in nero o in condizioni irregolari, un dato che raramente viene citato dai media, ma che racconta l’esistenza di un’economia sommersa tollerata e soprattutto invisibile.

Ho incontrato chi questa invisibilità la vive ogni giorno, e ho avuto modo di ascoltare le loro storie che, come tante altre simili, raramente vengono affrontate dai media. Nella fattispecie ho parlato con Federico e Linda (i nomi sono puramente di fantasia per proteggere la privacy degli intervistati) che mi hanno parlato senza filtri. Ecco le loro parole, e iniziamo da Federico:

Ciao Federico, ci racconti un po’ delle tue esperienze lavorative in nero e in che periodo li hai fatti?

Certo, per circa 20 anni ho lavorato presso una bottega artigianale a gestione familiare. Poi per 7 anni ho lavorato come sostituto portiere nel periodo estivo. Ho lavorato come bagnino da maggio a settembre per due estati consecutive. Poi altri piccoli lavoretti saltuari che mi sono capitati nel corso degli anni …

Per ciò che riguarda il portierato hai firmato qualcosa o era tutto basato su accordi verbali?

Sì, ho firmato un contratto, ma ovviamente quello che c’è scritto sulla carta non corrisponde mai a verità!

In caso di problemi o responsabilità (furti, guasti, emergenze), chi ne rispondeva?

Io ero responsabile di tutto! Dalla pulizia delle scale, ascensore, giardino, alla gestione della posta e sicurezza in generale.

Per ciò che riguarda il lavoro di bagnino avevi brevetto e certificazioni in regola?

Non avevo nulla! Il proprietario ci diceva sempre che se arrivava qualche controllo, dovevamo toglierci subito le canotte con il logo del lido e dileguarci facendo finta di essere bagnanti.

Quante ore lavoravi realmente rispetto a quelle “ufficiali”?

Per quanto riguarda il bagnino ad esempio, lavoravo dalle 8 alle 19 con un’ ora di spacco dalle 14 alle 15 e colazione a sacco autofinanziata. La paga giornaliera era di 35 € al giorno, ma c’erano i ragazzi del bar che camminavano per ore sotto al sole senza paga fissa perchè guadagnavano a percentuale sulle ordinazioni e, se malauguratamente gli cadeva un caffè da mano, dovevano rimborsarlo loro!

Ti è mai stato detto che “tanto in estate funziona così”?

Certo! Anzi, mi è stato detto che a Napoli funziona sempre così!

E per il lavoro di commesso? Come venivi pagato e con quale regolarità? C’erano altri dipendenti nella tua stessa situazione?

Beh, il lavoro di commesso a cui ti riferisci, riguarda il mio periodo nella bottega artigianale di famiglia. Il pagamento non era mai fisso perché tutto dipendeva dall’ andamento dell’ attività. In media guadagnavo da un minimo di 35 ad un massimo di 70 euro a settimana. Purtroppo le attività a gestione familiare comportano spesso moltissimi sacrifici e si bada più a fare sopravvivere tutta la famiglia che al guadagno personale. Se, per esempio, hai incassato poco e hai una bolletta da pagare, allora dai priorità alle spese e non al tuo guadagno.

Perché, secondo te, a Napoli il lavoro in nero è così diffuso? Senza il lavoro in nero, molte attività chiuderebbero?

Sicuramente esistono diversi motivi: da un lato ci sono persone senza scrupoli che approfittano dello stato di necessità di chi ha bisogno di guadagnare per sopravvivere e, dall’ altro, ci sono le piccole attività commerciali che vengono letteralmente schiacciate dallo Stato italiano che, di fatto,deruba il piccolo imprenditore di gran parte dei suoi incassi. Basti pensare che una piccola botteguccia artigianale si trova sommersa di spese fisse da affrontare! Citandone solo alcune: partita IVA, INPS,INAIL, licenze di attività, tasse sulle insegne, manutenzione servizi igienici soggetti a controlli ASL, commercialista. Oltre poi a spese di affitto locale, luce, spese per utensili da lavoro, macchinari vari, materiali e pubblicità. A tutto ciò si aggiungono spese come mezzi pubblici, cibo, affitto di casa, bollette familiari etc. Il tutto poi si regge su degli introiti non fissi! Cioè, per dirla in parole povere,” le spese sono certe ma i guadagni sono sempre incerti!” Per fare un esempio: bastano anche una settimana di maltempo o un periodo influenzale a far calare drasticamente la produttività di una piccola bottega artigianale. Per questo motivo, in alcuni casi, il lavoro in nero è una logica conseguenza di tutto un sistema altamente pressante e mal gestito a livello statale.

Ed eccoci ora a Linda:

Ciao Linda, ci racconti un po’ chi sei, che lavori facevi e in che periodo?

Ciao Fabio, parto dalla fine: dal 2017 faccio parte degli “inattivi”. E non per caso. Diplomata in ragioneria nel 1984, ho iniziato subito a lavorare rinunciando agli studi. I primi anni sono stati di praticantato non retribuito o quasi, poi contratti minimi, stipendi bassi, straordinari mai pagati e responsabilità sempre crescenti. Per oltre vent’anni ho lavorato in società commerciali gestendo uffici, settori e persone, spesso con passaggi “a nero”, finte dimissioni e riassunzioni di comodo. Ogni cambio di lavoro nasceva dalla speranza di migliorare, ma lo schema era sempre lo stesso. Nel 2004 sono stata responsabile amministrativa per sei anni: stesso contratto minimo, stesso stipendio, zero riconoscimenti. Nel 2015 ho vissuto l’esperienza peggiore: mobbing, depressione e totale sfiducia. L’ultimo tentativo è durato tre mesi. Con il sostegno di mio marito ho detto basta. Lavorare mi manca, ma dopo tutto quello che ho passato posso dire che, da quando ho smesso, mi sento finalmente libera.

Ti veniva fatto sentire che stavi chiedendo “troppo” anche solo pretendendo diritti minimi?

Direi più o meno sempre. Un esempio su tutti: mi chiamavano “sindacalista” perché pretendevo che gli stipendi venissero pagati sempre lo stesso giorno del mese o che le tredicesime venissero liquidate a dicembre e non a gennaio.

Cosa ti era stato promesso in termini di paga e orari e qual’è stata la realtà invece?

Di solito ho sempre avuto quanto concordato tranne che in due casi. Nel primo, durante il colloquio mi era stato garantito un contratto e invece ho dovuto aprirmi la partita IVA (lavoro d’ufficio camuffato). Nel secondo, tra l’altro proprio l’ultima esperienza di cui parlavo prima, ho fatto il colloquio per attuare una riorganizzazione aziendale, mansione di cui avevo competenza ed esperienza. Inizialmente, appena entrata, ho in effetti iniziato a svolgere quel lavoro ma, dopo un paio di mesi, dopo aver stilato una relazione in cui elencavo le mancanze e i relativi correttivi, è cambiato tutto (come avevo osato mettere in discussione il “gioiellino” di papà?) così ho mollato. Ti dico solo che, quando sono arrivata, non esisteva un mezzo di comunicazione interna e ci si chiamava urlando (nel 2016).

Cosa succedeva in caso di infortunio o malattia? Ti veniva detto di arrangiarti?

Non ho mai subito infortuni né mai avuto lunghi periodi di malattia, tranne che in due casi e, in entrambi, non ho avuto grossi problemi.

C’è stato un momento in cui ti sei sentita sfruttata, umiliata o ricattata? Raccontalo.

Penso di aver toccato il fondo quando, nel 2002, collaboravo con un negozio. All’epoca vivevo da sola e lavorare era indispensabile. Il titolare era in difficoltà economica e lo stipendio lo ricevevo a tappe ma quando invece di darmi i soldi, mi pagò (lui) le bollette in scadenza, ecco questo credo che sia stato uno dei momenti peggiori. E ho dovuto tenere duro fino a quando non ho trovato un’altra posizione. Ma voglio ricordare anche quello che ha detto “Ringrazia Dio a faccia in terra che ti do un lavoro”. E non dimentico quando sono stata seduta, per mesi, su due bobine di carta impilate; o quando d’inverno lasciavamo le celle frigorifere aperte perché fuori era più freddo. Per non parlare del mobbing. In realtà a farmi andare in depressione non è stato tanto il mobbing, quanto il non poter rispondere alle continue provocazioni, come è nel mio carattere, perché così mi era stato consigliato dall’avvocato. L’unica cosa che ho potuto fare, per salvarmi, è stata mettermi in malattia negli ultimi due mesi di contratto. A proposito di avvocato voglio dire anche che avevo pensato di fare causa a uno di loro, così mi feci conteggiare da un consulente del lavoro cosa avrei dovuto avere in termini di contratto e contributi in base all’effettivo ruolo svolto. Ebbene, in sei anni, tolto quanto avuto, risultava un credito a mio favore di centomila euro. Purtroppo, l’avvocato mi disse che sarebbe stato difficile appurare quanto dicevo e lasciai perdere. Infine, ti voglio raccontare l’ultimo colloquio di lavoro, nel 2017. L’azienda era bella e non lontana da casa, l’inizio non era male. Arriva la ragazza con cui dovevo fare il colloquio e lei attacca illustrandomi la mansione. Fin qui tutto bene. Poi mi fa: «Noi non facciamo le ferie ad agosto.» Ok, penso, è l’azienda che decide. «E quando le fate?»

«Una settimana a novembre e una a gennaio.»

«E le altre due?» Giuro che mi risponde così:

«Noi non le facciamo, a noi ci piace lavorare!»

In quel momento mi è venuta in mente la mia professoressa di Diritto: “Le ferie sono un diritto inalienabile del lavoratore”. Ma andiamo avanti.

«E l’orario di lavoro?»

«Dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 18 con un’ora di spacco, ma si va oltranza; il sabato dalle 9 alle 13 ma si va a oltranza.»

«E lo stipendio?»

«Non sono autorizzata. Devi prima accettare queste condizioni e, in caso affermativo, farai il colloquio con il titolare.»

Insisto, le dico che, avere un’idea del compenso sarebbe una discriminante.

Si sbilancia e dice «Di solito non va oltre i 500 euro, poi con il tempo…»

Con il tempo? Avevo cinquantadue anni e trenta di esperienza. Io non ho accettato, qualcun altro sì. Ed è proprio questa la cosa più triste.

Dopo aver ascoltato il coraggio di queste due persone nel denunciare una realtà presa spesso sottogamba, vengono spontanee delle domande: Perché succede? Chi ci guadagna? Controlli insufficienti? Paura di denunciare? I controlli ci sono, ma non bastano; chi lavora in nero lo fa perché ha bisogno, e denunciare significa esporsi a rischi che pochi possono permettersi. Tanti, troppi lavorano in forma precaria, nell’incertezza del domani per sé e i propri cari. Ma per quanto tempo ancora dobbiamo accettare che questa sia la normalità?

This post was published on Gen 28, 2026 11:47

Fabio Iuorio

Osservatore del sociale a 360°, amo scrivere e guardare Oltre. Ho amato il ruolo di giornalista fin da bambino, mi piace poter approfondire temi a sfondo sociale spesso ignorati dalla società moderna. Che dire, sono un eterno sognatore di un mondo come quello descritto da John Lennon in Imagine, un mondo dove non esistono discriminazioni e guerre, nulla per cui uccidere o morire.

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