Ogni volta che la Commissione parlamentare sulle ecomafie pubblica una relazione sulla Terra dei Fuochi, torna puntuale una parola sola: “allarmante”. Allarmante la situazione, la contaminazione, l’infiltrazione criminale nell’economia legale. L’ultimo documento parlamentare fotografa qualcosa di più sofisticato e più inquietante di una discarica abusiva notturna: le organizzazioni criminali che operano nel ciclo dei rifiuti campano non movimentano più sacchi di spazzatura clandestina con i camion, ma
assumono chimici, corrompono analisti, falsificano classificazioni, si infiltrano nelle gare d’appalto pubbliche, ottengono autorizzazioni attraverso reti di intermediazione che mescolano competenze tecniche e connivenze amministrative. La Commissione le chiama “pratiche fraudolente sempre più raffinate” che, tradotto sta a significare che il crimine si è laureato, ha imparato a indossare il camice bianco, a produrre documentazione in regola, a mimetizzarsi dentro le pieghe dell’economia legale fino a diventarne indistinguibile. Non è più il boss che dà l’ordine e il gregario che esegue, ma è un sistema articolato, con professionisti specializzati (analisti chimici compiacenti in testa) che rendono le irregolarità invisibili agli organi di controllo e permettono ai rifiuti pericolosi di circolare come se fossero materiali innocui, classificati, bonificati, conformi.Il risultato più grave non è la discarica a cielo aperto, sono le falde acquifere. Nelle province di Caserta e Napoli, nell’avellinese, nel salernitano (Villa Literno, Acerra, Giugliano in Campania, Boscoreale, Striano, Montoro, Scafati, Angri, Sarno) le concentrazioni di tetrafluoroetilene e tricloroetilene superano le soglie di contaminazione ammesse dalla legge, veri composti cancerogeni, classificati come sostanze tossiche, utilizzati in processi di sgrassaggio dei metalli e lavorazioni chimiche, che si infiltrano nel suolo attraverso interramenti illegali, sversamenti di reflui industriali, discariche abusive disseminate sul territorio. Una volta dentro la falda, non escono, non si degradano nel giro di qualche stagione. Restano lì, si diffondono, contaminano il bacino idrico sotterraneo che alimenta pozzi, reti idriche, sistemi di irrigazione agricola.
L’acqua che entra in casa, quella che innaffia i campi, quella che finisce nella catena alimentare attraverso i prodotti della terra campana. Non è un rischio astratto proiettato nel futuro: è un’esposizione quotidiana, silenziosa, priva di odore e di colore, che non fa rumore sui giornali finché non produce tumori certificabili con anni di ritardo. E anche allora, dimostrare il nesso causale tra una falda contaminata e una patologia oncologica è un percorso legale che dura decenni, se mai arriva a sentenza.
Qui il fenomeno rivela la sua vera natura: non stiamo parlando di un’anomalia criminale localizzata, di un territorio sfortunato che ha incrociato i clan sbagliati nel momento sbagliato, ma di un sistema che ha creato le condizioni affinché avvelenare l’acqua fosse conveniente e difficilmente perseguibile, un sistema che ha radici profonde e responsabilità diffuse, molto più difficili da localizzare rispetto a un singolo boss con un telefono e un camion.
La Commissione parlamentare lo dice con chiarezza, anche se lo dice con il lessico asettico dei documenti istituzionali: la Campania sconta un deficit impiantistico che rende il trattamento legale dei rifiuti oggettivamente carente. Mancano impianti, manca la capacità di trattare correttamente i rifiuti nei luoghi in cui vengono prodotti. Il che significa che anche chi volesse smaltire legalmente si trova davanti a un sistema che non funziona, a costi proibitivi, a tempi incompatibili con qualunque attività produttiva. In questo contesto, l’illegalità diventa “razionale” dal punto di vista economico: se lo smaltimento corretto è inaccessibile, troppo costoso o troppo lento, il circuito illegale diventa l’alternativa strutturale, non l’eccezione deviante.
A questo si aggiunge un tessuto di attività industriali e artigianali che operano in condizioni irregolari o totalmente sommerse, che la relazione parlamentare individua come uno dei motori principali del circuito illecito, imprese che producono rifiuti speciali, rifiuti pericolosi, reflui industriali, e che non hanno né l’interesse né, spesso, la capacità economica di smaltirli correttamente. Trovano nei circuiti criminali un servizio comodo, rapido, economico. Sono la domanda che incontra l’offerta ecomafiosa. Senza quella domanda, l’offerta non esisterebbe nella misura in cui esiste.
Le modalità operative descritte dalla Commissione sono plurime e sovrapposte: interramenti, discariche abusive, sversamenti di reflui industriali, uso non controllato di fertilizzanti e pesticidi in ambito agricolo che contribuisce a degradare ulteriormente le risorse idriche. A peggiorare il quadro, le carenze croniche dei sistemi fognari e depurativi di molti comuni campani, che si sommano all’inquinamento criminale e rendono la situazione delle acque sotterranee ancora più critica. Non è un’emergenza che si gestisce con una bonifica straordinaria, è un degrado stratificato, costruito negli anni attraverso l’inerzia di chi doveva controllare, regolare, investire in infrastrutture e non l’ha fatto.
La relazione parlamentare segnala poi un elemento che dovrebbe occupare più spazio nel dibattito pubblico di quanto non ne occupi: il sistema non resta confinato alla Campania, tende a espandersi verso la Puglia e oltre, fino ad assumere caratteristiche di modello esportabile a livello internazionale. Un’eccellenza italiana nel senso più amaro del termine: un sistema di gestione illecita dei rifiuti così collaudato, così integrato nell’economia legale, così difficile da smantellare, da diventare un modello per le organizzazioni criminali di altre regioni e di altri paesi.
Davanti a tutto questo, la risposta istituzionale continua a muoversi nella logica dell’emergenza. Task force straordinarie, commissari nominati in fretta, fondi una tantum destinati a singole bonifiche, relazioni parlamentari che documentano l’allarmante e vengono archiviate in attesa della prossima. L’emergenza, si sa, giustifica l’eccezionalità della risposta e, soprattutto, non obbliga a fare i conti con le cause strutturali. Se la Terra dei Fuochi è un’emergenza, allora il problema è lì, localizzato, gestibile con strumenti straordinari. Se invece è il sintomo di un fallimento sistemico, allora il problema si estende a chi ha firmato le autorizzazioni, a chi ha vinto gli appalti, a chi ha certificato la conformità di rifiuti che conformi non erano, a chi ha governato una regione senza costruire gli impianti di trattamento necessari, a chi ha tollerato per decenni la zona grigia del sommerso industriale.
Questa seconda lettura è molto più scomoda, perché distribuisce le responsabilità in modo assai più largo. Non si tratta solo di sconfiggere i clan: si tratta di smontare una catena di convenienza che coinvolge imprenditori, professionisti, funzionari pubblici, amministratori locali, tecnici compiacenti. Gente che, in molti casi, non ha mai toccato un sacco di rifiuti con le proprie mani, ma ha reso possibile che qualcun altro lo facesse impunemente.
Il punto più critico dell’intera relazione, però, non è quello che riguarda i meccanismi criminali, ma quello che riguarda le conseguenze sanitarie. La contaminazione delle falde acquifere determina esposizioni dirette, in caso di utilizzo domestico di acque non adeguatamente controllate, e indirette, attraverso la filiera alimentare. Frutta, verdura, carne, latte: tutto ciò che cresce o si alleva su terreni irrigati con acque contaminate entra nella dieta delle persone, non solo di quelle che vivono nella Terra dei Fuochi. I prodotti agricoli campani, una delle eccellenze agroalimentari italiane più celebrate, possono veicolare l’inquinamento delle falde fino alle tavole di tutta Italia e oltre i confini nazionali. La dimensione del rischio sanitario non è quindi solo locale, non riguarda soltanto le comunità che abitano i comuni contaminati, riguarda chiunque consumi quei prodotti, e questo significa che il problema ha una scala molto più ampia di quanto il dibattito pubblico tenda a riconoscere.
Allora la domanda giusta non è “come fermiamo le ecomafie”, una domanda necessaria, ma insufficiente. Le domande che mancano sono altre, e sono più difficili da porre perché implicano responsabilità diffuse su decenni e su più livelli istituzionali. Chi ha deciso che in Campania poteva mancare l’impiantistica necessaria al trattamento legale dei rifiuti? Chi ha governato il territorio sapendo di questo deficit e non ha investito per colmarlo? Chi ha tollerato il sommerso industriale senza mai aggredirne le ragioni economiche che lo rendono strutturalmente appetibile? Chi ha rilasciato le autorizzazioni che la relazione parlamentare segnala come potenzialmente pilotate dall’infiltrazione criminale? Chi ha vinto quegli appalti pubblici e con quale supporto tecnico e amministrativo?
I veleni nelle falde acquifere della Campania non sono arrivati da soli. Qualcuno li ha portati, e qualcun altro ha creato le condizioni perché fosse possibile farlo per decenni senza conseguenze adeguate.
Finché la Terra dei Fuochi verrà raccontata come un’emergenza criminale da gestire con strumenti straordinari, potremo continuare a stanziare fondi, nominare commissari e scrivere relazioni parlamentari allarmanti. Se invece cominciassimo a raccontarla per quello che è, ovvero un fallimento strutturale con responsabilità precise, stratificato su trent’anni e distribuito tra crimine organizzato, economia sommersa e istituzioni che hanno guardato dall’altra parte, allora forse smetteremmo di scandalizzarci ogni volta e cominceremmo a pretendere conto. Da tutti.
L’acqua avvelenata non aspetta il prossimo rapporto.
This post was published on Giu 19, 2026 8:32
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