Attualità

La cura sospesa: a Napoli una rete per chi non può permettersi di curarsi

Al bar si paga una tazzina in più e la si lascia lì, per chi entrerà dopo e non avrà i soldi per prendersela, chi la paga non saprà mai chi l’ha bevuta. A Napoli funziona così da sempre, e adesso lo stesso gesto viene spostato in un posto molto più delicato: al posto del caffè ci sono una visita specialistica, un esame, un farmaco, a volte un intervento chirurgico. È quello che fa Cura Sospesa, l’associazione napoletana che chiede a chi può di donare per pagare le cure a chi da solo non ce la fa.
Chi dona non mette i soldi in un fondo generico: vengono usati per prestazioni vere, fatte in strutture sanitarie qualificate e convenzionate con la rete, e si può sapere dove va a finire ogni contributo; chi invece si trova in difficoltà può chiedere una mano per pagare quello che altrimenti resterebbe in sospeso nel senso peggiore della parola, cioè rimandato o lasciato perdere.
I soldi però non bastano per tutti, e l’associazione si è data delle regole per decidere a chi rispondere. Prima di tutto il bisogno deve essere reale e messo nero su bianco: una prescrizione, un referto, l’indicazione di un medico. Poi si guarda alla situazione economica di chi chiede aiuto e al fatto che il Servizio sanitario nazionale non riesca a garantire quella prestazione in tempi utili per la sua salute. L’ultimo criterio è il più umano: quanto pesa, nella vita di tutti i giorni, una cura che non arriva. Se senza quell’esame una persona rischia di perdere la propria autonomia, di non poter lavorare o di non riuscire più a occuparsi della famiglia, la richiesta pesa di più.
Dall’11 settembre Cura Sospesa ha anche una porta a cui bussare. A Casa Ariete, a Forcella, ha aperto il primo Ambulatorio Solidale dell’associazione: lì si può chiedere aiuto di persona, conoscere i volontari e capire come funziona la rete.
Un’associazione del genere serve davvero tanto: molte persone rinunciano ad una visita o la rinviano perché costa troppo, oppure la data proposta dal pubblico arriva troppo tardi rispetto al bisogno. E spesso non sono quelle che uno si immagina. Può essere un anziano con una pensione che finisce prima del mese, una famiglia con i figli, un lavoratore precario, ma anche chi uno stipendio ce l’ha e comunque non riesce a far quadrare i conti davanti a una spesa sanitaria che non aveva messo in programma.
Quando l’attesa è lunga, chi può pagare va dal privato e si toglie il pensiero e chi non può aspetta o lascia stare. Ma spostare in avanti un esame vuol dire spostare in avanti anche il momento in cui si scopre cosa non va, e un problema che preso in tempo si poteva gestire rischia di diventare più serio. La prevenzione, che dovrebbe venire prima di tutto, finisce così per dipendere dal portafoglio.
Cura Sospesa prova a ricucire quella distanza una persona alla volta. Chi dona, come al bancone del bar, non conosce per forza chi userà quella visita. E per chi la riceve non si tratta di elemosina: è la possibilità di curarsi come chiunque altro, nei tempi giusti. Tante piccole donazioni, messe insieme, diventano una rete che prima non c’era.
Detto questo, un’associazione non può prendere il posto del diritto alla salute. Le sue risorse hanno un limite, e lo dimostrano proprio i criteri che si è data per scegliere. Le liste d’attesa e il costo delle cure sono problemi che vanno affrontati altrove, e il rischio è abituarsi all’idea che per fare un esame in tempo serva la generosità di uno sconosciuto.
Un caffè sospeso è una gentilezza: se non c’è, si va avanti lo stesso. Una cura sospesa dice un’altra cosa, cioè che in questa città c’è chi, per farsi visitare, ha bisogno che qualcuno abbia pagato prima di lui. Quel qualcuno, a Napoli, per fortuna si trova. Ma per quanto si potrà chiedere a lui di garantire qualcosa che dovrebbe spettare a tutti?

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