La questione è seria, ma la risposta va cercata guardando la realtà per quella che è, non per come viene urlata. Parlare di temi delicati — soprattutto quando ci sono dei morti — è sempre complicato. Ma è inevitabile che molti si stiano ponendo la domanda fatidica: quali sono gli elementi, gli alert, gli indicatori dell’avvicinarsi di una guerra civile negli Stati Uniti?
Il Paese delle libertà, sì. Anche se, a giudicare dal governo attuale, sembra sempre più il Paese delle libertà smarrite.
(e se devi iniziare a preoccuparmi davvero)
Mi permetto quindi di offrire, a chi incautamente mi legge, una piccola guida per riconoscere i segnali di una guerra civile in avvicinamento. Non solo in America, ma ovunque. Applicando questi parametri puoi farti un’idea abbastanza onesta dello stato di salute della tua nazione.
Negli Stati Uniti le divisioni sono profonde: immigrazione, ruolo delle forze federali, uso della forza. Episodi come le uccisioni di questi giorni da parte di agenti ICE alimentano rabbia, proteste e un dibattito politico sempre più polarizzato.
Alcuni analisti parlano apertamente di “clima da guerra civile”. Espressione forte, certo, ma non del tutto campata in aria se si guardano le proteste di decine di migliaia di cittadini americani a Minneapolis e in molte altre città dopo l’uccisione brutale di Alex Pretti.
Questa è la seconda uccisione di un civile da parte di agenti ICE a Minneapolis in poche settimane. La prima risale al 7 gennaio, con la morte di Renee Good.
La presenza di migliaia di agenti ICE in Minnesota ha spinto il governatore Tim Walz a chiedere nuovamente il ritiro delle forze federali, accompagnando la richiesta con critiche durissime all’amministrazione federale e definendo Trump come l’uomo che sta portando gli Stati Uniti nel fango. Un’immagine poco diplomatica, ma piuttosto chiara.
(lasciando ai veri analisti il monitoraggio giorno per giorno)
Proteste civili contro la presenza di agenti federali nelle città
Scontri verbali e fisici con le forze dell’ordine, innescati dalle uccisioni di Good e Pretti
Politici e leader pubblici fortemente polarizzati, con un linguaggio politico che ha subito una trasformazione radicale
Qui il riferimento a Trump è quasi superfluo, ma inevitabile. Importante è don’t give trump a chance
Vale la pena soffermarsi su quest’ultimo aspetto, perché è il più sottovalutato — e il più pericoloso. Il cambiamento del linguaggio politico non è un’esclusiva americana: lo vediamo già da tempo anche in Europa.
Il potere della parola non viene più usato per governare istituzioni, ma per dividere identità.
Si comincia delegittimando i giudici (“sono politicizzati”), poi si screditano le indagini (“una farsa”), e infine si passa al vocabolario bellico:
invasione, occupazione, nemico interno, liberazione, riprendere il controllo.
Il discorso si militarizza. E, spesso, subito dopo, anche l’azione.
Quando da un lato Trump e politici federali parlano di “città fuori controllo”, e dall’altro Walz, Mamdani e leader statali rispondono parlando di “forze di occupazione”, mentre commentatori e leader mediatici negano a priori qualsiasi indagine sfavorevole, una cosa diventa chiara: non si stanno cercando soluzioni, si stanno rafforzando le tribù.
Ed è qui che la polarizzazione diventa davvero pericolosa.
Non perché la gente discute — discutere è sano — ma perché nessuno accetta più l’arbitro.
Quando la politica smette di amministrare regole comuni e inizia a costruire nemici permanenti, il problema non è più chi ha ragione.
È che il gioco stesso smette di funzionare.
Se ne compaiono diversi insieme, la tensione tende a rientrare.
Inchieste indipendenti vere sugli agenti coinvolti, con sospensioni e conseguenze concrete, non solo comunicati stampa
Riduzione visibile delle operazioni ICE nelle città più calde
Linguaggio politico che torna procedurale (“indagine”, “tribunali”, “responsabilità”) invece che emotivo
Proteste che diminuiscono senza repressione massiccia
Cooperazione federale–statale che riprende, magari lontano dalle telecamere
In breve: lo Stato assorbe il colpo.
Qui siamo nel terreno scivoloso. Non è guerra civile, ma il rischio di peggioramento è reale.
Nuovi morti civili in operazioni simili, anche in altre città
Agenti ICE o forze federali sempre più mascherati o senza identificativi
Governi statali che avviano cause costituzionali aggressive contro Washington
Proteste più frequenti, meno imponenti, ma più tese
Media e leader che parlano apertamente di “nemico interno”
È qui che nasce la normalizzazione della violenza politica. Ed è sempre una pessima abitudine.
Se ne compaiono anche solo due o tre insieme, la situazione cambia natura.
Arresti o indagini contro governatori o sindaci con l’accusa di “ostruzione”
Guardia Nazionale schierata contro i civili per missioni federali impopolari
(nota: Walz ha chiesto l’esatto opposto, cioè la protezione dei cittadini)
Scontri armati tra forze statali e federali
Dichiarazioni del tipo: “Il governo federale ha perso legittimità”
Stati che iniziano a coordinare azioni comuni contro Washington
Questo è il pre-conflitto istituzionale.
Qui non si discute più di metafore:
Ammutinamenti nelle forze armate
Controllo territoriale da parte di gruppi armati
Due catene di comando militari
Elezioni annullate o non riconosciute a livello nazionale
Riassunto rapido: no, non siamo ancora in una guerra civile.
Spoiler: non perché vada tutto bene, ma perché le cose possono andare molto peggio.
A questo punto possiamo anche buttare via la guida, le checklist, i semafori colorati e gli indicatori accademici, perché c’è una regola sola che conta più di tutte: le guerre iniziano quando le persone smettono di credere che le regole valgano per tutti.
Il rischio vero nei prossimi mesi non è lo scontro armato, ma la perdita irreversibile di fiducia del popolo americano nei confronti della propria leadership.
La storia insegna che le democrazie non crollano quando la gente urla, ma quando smette di ascoltare le regole. Minneapolis non è l’inizio di una guerra civile. È un test di tenuta delle istituzioni, del linguaggio pubblico, della capacità di fermarsi prima che ogni conflitto diventi identitario.
Finché esistono tribunali credibili, catene di comando integre e leader disposti a perdere consenso pur di non incendiare il Paese, la linea regge.
Quando invece la politica smette di governare e inizia a mobilitare nemici, la violenza non ha più bisogno di essere annunciata, arriva da sola.
Il futuro non dipende da uno scontro tra ICE e Guardia Nazionale.
Dipende da una scelta più silenziosa, ma decisiva, restare dentro le regole anche quando conviene romperle.
È lì che si vince.
O si perde tutto.
This post was published on Gen 26, 2026 14:14
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