sabato, Ottobre 23, 2021
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Giornata Mondiale del Rifugiato: non c’è niente da festeggiare

Di Marco Ehlardo

Per chi come me ha lavorato quasi 10 anni con i richiedenti asilo ed i rifugiati e per la tutela del diritto di asilo, la giornata di oggi non è una giornata come le altre.

Mi guardo indietro e verifico che nulla è cambiato da allora.

La tutela del diritto di asilo in Italia è ancora una chimera; proprio noi che abbiamo avuto 20 anni di dittatura, e che nella Costituzione, all’articolo 10, abbiamo concezione del diritto di asilo ancora oggi all’avanguardia, nella realtà siamo un Paese inadempiente, disinteressato, a volte respingente.

Alcune considerazioni.

  1. La Costituzione italiana prevede un diritto di asilo molto esteso, ma per applicarlo rimandava ad una successiva legge organica che non è stata mai varata. Su questo, come spesso avviene, siamo rimasti gli ultimi nell’UE. Tranne rari casi di associazioni e singoli impegnati sul tema, questo problema non è mai stato nell’agenda di nessun governo. E un vulnus costituzionale che è grave che nessuno abbia mai voluto risolvere.
  2. L’attenzione al tema, quelle rare volte che accade, è sempre in senso negativo. Quando media e politica ne parlano, è sempre in termini di emergenza ed invasione. Nella realtà, noi restiamo un Paese molto al di sotto di altri nell’UE per le cifre; sia in numeri assoluti (Germania, Francia, Inghilterra hanno un numero di rifugiati enormemente maggiore al nostro) sia in termini relativi (in Italia c’è un rifugiato ogni 1.500 abitanti, in Svezia uno ogni 118!). Media e politica, poi, usano termini a vanvera e per i propri interessi. Parlano spesso di barconi di clandestini. Ma una persona che arriva in qualsiasi modo in Italia e fa domanda di asilo non è affatto un clandestino (sempre che questa parola abbia un senso in generale!), persino per la legge italiana. Qualcuno dovrebbe contestarglielo prima o poi.
  3. La gestione del sistema di accoglienza italiano (SPRAR – Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), affidato dal Ministero dell’Interno all’ANCI e dunque ai Comuni, è largamente insufficiente. Nei Paesi più avanzati, il sistema è flessibile, ossia si adatta ai flussi del momento. In Italia il numero di posti a disposizione è invece fisso (circa 3.000), a prescindere dal numero di domande di asilo. Questo comporta che una gran parte dei richiedenti asilo sono lasciati al loro destino, per giunta impossibilitati a lavorare per legge (per i primi 6 mesi). Da qui i fenomeni di estrema emarginazione che si vedono nelle grandi città. Nel ‘migliore’ dei casi finiscono in un CARA (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo) che sono però nulla più che dormitori. Se consideriamo che l’accoglienza in un CARA costa allo Stato (cioè a noi tutti) almeno il doppio di quello nello SPRAR (che dovrebbe fornire anche ben altri servizi) la scelta diventa anche economicamente una follia.
  4. Quando hai in mano la vita di una persona dovresti prendere tutte le cautele del caso. Quando un richiedente asilo arriva in una delle Commissioni che decidono il suo futuro, molto spesso, a causa delle modalità della fuga dal suo Paese, non ha certo prove concrete a supporto della sua storia. Dovrebbe valere il criterio dell’onere della prova a carico della Commissione; in pratica, come per i tribunali una persona è innocente fino a prova contraria, un richiedente asilo dovrebbe essere considerato un rifugiato a meno di evidenti prove contrarie. Invece, purtroppo, avviene il contrario. Dal mio punto di vista, così come si dice che è meglio avere 100 criminali liberi che un innocente in galera, è assolutamente più civile concedere lo status a 100 richiedenti che in realtà non ne avrebbero titolo che rimandare un vero perseguitato nel suo Paese, dove rischia veramente la vita.

Infine una considerazione sul ruolo degli operatori del settore.

Lavorare con i richiedenti asilo è molto difficile, richiede grandi capacità empatiche ma, nel contempo, capacità di essere oggettivi e non farsi trascinare troppo dalle emozioni, che altrimenti metterebbero a rischio la stessa persona che si vuole aiutare.

In altri Paesi è un ruolo molto riconosciuto, professionalmente ed economicamente gratificante.

In Italia, e ancor più a Napoli, è esattamente il contrario.

Si lavora da soli, quando le istituzioni ti chiedono qualcosa sono solo passerelle e visibilità, economicamente si rasenta il volontariato pur lavorando tutto il giorno e tutti i giorni (non sto a dirvi quanti anni arretrati di stipendio devo ancora avere), ci si scontra con persone che, non capendone nulla, vorrebbero fare i salvatori della patria finendo solo per fare danni.

È un limite delle istituzioni, ma non solo.

Che come sempre potremmo risolvere con maggiore trasparenza e maggiore controllo dei cittadini.

Redazione Desk
Questo articolo è stato scritto dalla redazione di Road Tv Italia. La web tv libera, indipendente, fatta dalla gente e con la gente.
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