Attualità

Ferragosto è finito. Le emergenze restano

Il 15 agosto è ormai alle spalle. Gli ombrelloni vengono ripiegati, i lidi cominciano lo smontaggio delle strutture stagionali, e sulle arterie regionali si accumula il traffico di chi sta rientrando dalle vacanze. È un rito che si ripete ogni anno, familiare quanto la festa stessa. Ma per migliaia di persone in Campania, il giorno dopo Ferragosto non cambia assolutamente nulla: le difficoltà con cui convivono da mesi, in alcuni casi da anni, restano identiche a se stesse, festa o non festa.

Nell’area flegrea, tra Pozzuoli e i comuni limitrofi, ci sono famiglie intere che continuano a vivere lontano dalle proprie abitazioni. Le scosse dei mesi scorsi e le verifiche di agibilità sugli edifici hanno costretto molti nuclei familiari a lasciare le proprie case, e per loro la parola “sfollato” non è una categoria statistica da citare nei titoli dei giornali quando arriva l’ennesimo sciame sismico: è una condizione quotidiana, fatta di sistemazioni provvisorie, di attese negli uffici comunali, di una casa che magari è ancora lì, a pochi passi, ma che non si può abitare.

Vivere in una sistemazione provvisoria per settimane, o per mesi, significa riorganizzare da capo la propria quotidianità: i figli che devono raggiungere la scuola da un indirizzo diverso, il lavoro che diventa più complicato da conciliare con gli spostamenti, gli affetti e le abitudini di un quartiere che restano sospesi insieme alla casa che non si può ancora riattraversare. Sono dettagli che raramente finiscono nei titoli, ma che compongono la parte più concreta e più pesante dell’emergenza.

Chi vive questa condizione non ha bisogno di essere raccontato soltanto nei momenti di picco, quando la terra trema più forte e le telecamere si accendono: ha bisogno di una casa, di risposte chiare sui tempi di rientro o di ricollocazione, e soprattutto ha bisogno che qualcuno continui a occuparsene anche quando l’attenzione mediatica si sposta altrove, magari proprio sulle spiagge piene di Ferragosto.

Il discorso cambia forma ma il problema di fondo resta simile se si guarda alle isole del golfo. Ogni estate il flusso turistico mette sotto pressione i collegamenti marittimi, i trasporti interni e i servizi essenziali. Per chi arriva per una settimana di vacanza, un traghetto in ritardo o una corsa saltata è un contrattempo fastidioso, al massimo qualche ora persa prima di raggiungere l’albergo, ma per chi sulle isole ci vive tutto l’anno, la questione è completamente diversa: chi deve raggiungere un ospedale sulla terraferma per una visita, chi lavora e dipende da un collegamento puntuale, chi porta i figli a scuola o deve sbrigare una pratica in un ufficio pubblico non presente sull’isola, si trova a fare i conti con un sistema di trasporti che nei mesi estivi viene messo a dura prova dai grandi numeri del turismo. Il paradosso è che l’isola vive di turismo, ma è proprio il turismo, quando non è accompagnato da un potenziamento adeguato dei servizi, a rendere più complicata la vita di chi ci abita stabilmente, tutto l’anno, non solo ad agosto.

Finita l’estate, i grandi numeri si ridimensionano e i collegamenti tornano a un ritmo più gestibile. Ma il residente che ha passato l’estate incastrato tra corse piene e coincidenze saltate non recupera automaticamente il tempo perso, né le visite rimandate, né gli appuntamenti saltati per l’impossibilità di spostarsi quando serviva davvero.

Sfollati e isole non sono due emergenze scollegate tra loro: sono due facce dello stesso problema, quello di una regione che fatica a garantire risposte tempestive proprio nei momenti in cui servirebbero di più. In entrambi i casi, la variabile che manca è la stessa: il tempo. Il tempo delle verifiche tecniche, il tempo del potenziamento dei collegamenti, il tempo delle decisioni che tardano ad arrivare. E in entrambi i casi, a pagare il prezzo di quel tempo che non passa mai abbastanza in fretta sono le stesse persone: cittadini che continuano ad aspettare mentre intorno a loro la vita, quella degli altri, torna alla normalità.

Chiudere l’ombrellone, smontare il lettino, prendere l’ultima tintarella prima del rientro sono i gesti con cui si archivia Ferragosto. Ma la domanda da porsi il giorno dopo è un’altra, ed è più scomoda: cosa succede davvero, il 16 agosto, a chi non ha mai smesso di avere un problema aperto?

L’emergenza non segue il calendario delle feste comandate, non si ferma quando finiscono i fuochi d’artificio e non va in vacanza insieme a chi ha appena richiuso la valigia. La Campania raccontata in questi giorni è quella delle spiagge affollate, delle località prese d’assalto, degli eventi che riempiono le piazze fino a notte fonda. Ma accanto a questa Campania ne esiste un’altra, fatta di sfollati che aspettano ancora di poter rientrare nelle proprie abitazioni e di residenti delle isole che aspettano un collegamento che funzioni bene non soltanto quando arrivano i mesi caldi e i grandi numeri del turismo.

Ferragosto si esaurisce in un giorno. Le emergenze, quando restano senza risposta, diventano invece normalità: una condizione con cui si finisce per convivere, giorno dopo giorno, affrontando problemi che si sarebbero dovuti risolvere molto tempo prima. Ed è forse proprio da qui, dal giorno dopo la festa, che bisognerebbe ricominciare a occuparsi delle cose che continuano a esistere anche quando le telecamere si spengono e le spiagge, finalmente, si sono svuotate.

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