Cronaca

Castel Volturno, coltellata in classe: i metal detector bastano a fermare la violenza?

Il quindicenne colpito lunedì con una coltellata alla pancia, in classe a Castel Volturno, ha lasciato il Pineta Grande ed è tornato a casa. I medici sono tranquilli sul suo stato di salute, ma per rimettersi in piedi del tutto, nel fisico e nella testa, gli servirà tempo.

Il compagno di 14 anni ritenuto l’autore del gesto è da lunedì nel centro per la giustizia minorile dei Colli Aminei, a Napoli, e potrebbe essere affidato ad una comunità. Da quanto emerso avrebbe usato un serramanico con una lama di sette centimetri; nel suo zaino la polizia avrebbe sequestrato anche un giravite. 

All’Isis “Vincenzo Corrado”, intanto, da martedì gli studenti restano fuori dai cancelli. Non occupano, ma non entrano in aula. Ieri una rappresentanza ha visto la preside Nicoletta Fabozzi, con gli agenti del commissariato presenti all’incontro, e ha chiesto metal detector all’entrata, in fretta, pur sapendo che servono acquisti e personale formato. “Tra i banchi dobbiamo sentirci tutelati”, ha detto Loris, uno dei rappresentanti. Alcuni ragazzi hanno raccontato anche di telefonate e messaggi arrivati da un numero sconosciuto per convincerli a non parlare più della vicenda: su questo dovranno fare luce gli inquirenti.

Fin qui la cronaca. Ma la cosa che colpisce di più, in questi giorni, è il modo in cui quei ragazzi stanno ragionando. Sono loro stessi ad ammettere che un metal detector all’ingresso dà l’idea di una scuola blindata, e che non è bello, ma lo chiedono lo stesso, perché “la nostra priorità assoluta resta la sicurezza”. E nello stesso incontro hanno parlato del posto in cui vivono, delle famiglie in difficoltà, dei ragazzi lasciati un po’ a se stessi. Per loro i controlli servono, ma da soli non bastano, e non sono gli unici a pensarla così. Secondo un sondaggio di Skuola.net pubblicato a settembre, circa sette studenti su dieci sono favorevoli a più controlli, metal detector compresi, nelle scuole più a rischio. La parte interessante però viene dopo: quasi la metà chiede corsi di educazione emotiva, di gestione della rabbia e di legalità, e uno su quattro vorrebbe un supporto psicologico fisso, non un incontro una volta l’anno. In pratica i ragazzi vogliono che qualcuno blocchi le lame sulla porta, ma vogliono anche che qualcuno li aiuti a non arrivare al punto di tirarle fuori.

Perché una lite tra adolescenti, quando degenera, spesso lo fa in pochissimo tempo. Cosa sia successo esattamente tra i due ragazzi di Castel Volturno lo stabiliranno le indagini, ma tante liti tra ragazzi seguono una strada simile: una parola di troppo, una risposta, poi un’altra. A quattordici anni la rabbia arriva come un’onda, tutta insieme, e lo spazio per pensare si restringe. Chi la prova non sempre ha gli strumenti per riconoscerla mentre sale.

Poi c’è la classe. Una discussione tra due ragazzi non resta mai tra due ragazzi: intorno ci sono gli altri, che guardano. E davanti a un pubblico tirarsi indietro sembra una resa, una figuraccia da pagare per settimane. Chi assiste, però, ha anche un potere che spesso non sa di avere: una battuta per smorzare, un braccio sulla spalla, una corsa a chiamare un adulto. Insegnare questo ai compagni, a chi sta in mezzo e non a chi litiga, potrebbe valere quanto un controllo all’ingresso.

C’è infine il discorso della forza: un ragazzo che si porta dietro un coltello spesso non lo fa pensando di usarlo, ma per sentirsi meno debole, più protetto, più grande. Il problema è che quell’oggetto resta lì, in tasca o nello zaino, anche nel momento sbagliato. E quando la rabbia è al massimo, la distanza tra averlo e usarlo si accorcia di colpo.

Fermarsi un secondo prima si può imparare, ma qualcuno deve insegnarlo e farlo esercitare: riconoscere i segnali, trovare le parole per uscire da una lite senza perdere la faccia, sapere che c’è un adulto pronto ad ascoltare senza giudicare. È quello che chiedono gli studenti nei sondaggi ed è, in fondo, quello che chiedono anche i ragazzi di Castel Volturno quando parlano di prevenzione accanto ai metal detector.

Il quindicenne adesso è a casa e i suoi compagni aspettano una risposta per tornare in aula. L’apparecchio all’ingresso, prima o poi, arriverà. Ma chi starà dentro quelle classi a insegnare a un ragazzo arrabbiato che fare un passo indietro non vuol dire perdere?

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