Cultura

Campania Libri Festival, Napoli chiude un’edizione 2026 da ricordare

Si è chiusa con un grande successo l’edizione 2026 della manifestazione napoletana, dedicata anche a Roberto De Simone e ai cinquant’anni de La Gatta Cenerentola. Tra percorsi per i ragazzi, editori indipendenti e ospiti internazionali, un festival che parla alla città.

Si è chiuso a Napoli il Campania Libri Festival 2026, e lo ha fatto con un grande successo. Un’edizione che ha messo insieme autori, editori, lettori, università, istituti di cultura e ospiti internazionali, con un programma che è andato parecchio oltre la presentazione dei libri: si è parlato di storia, di cinema, di geopolitica, di filosofia, di società. E i più giovani, anche quest’anno, hanno avuto i loro percorsi dedicati.

Una manifestazione del genere ha un peso che supera di molto la promozione di qualche titolo in libreria. Soprattutto qui, in Campania, dove la cultura può diventare uno spazio vero in cui confrontarsi, crescere e partecipare alla vita della propria comunità.

Un libro, lasciato da solo, rischia di restare fermo su uno scaffale a prendere polvere. Il festival lo tira giù e lo mette in mezzo alla gente: lo presenti, ne discuti, lo usi in un laboratorio, ascolti la voce di chi l’ha scritto. La lettura, che di solito è un’abitudine solitaria, per qualche giorno diventa un’esperienza da vivere insieme agli altri. Per bambini e ragazzi in particolar modo questo conta tantissimo, perché spesso il primo incontro con un libro decide se ce ne sarà un secondo.

Poi c’è il confronto. La cultura non dovrebbe essere una vetrina da guardare passando, dovrebbe metterti davanti ad opinioni diverse dalle tue, costringerti a farti qualche domanda e magari, perché no, a cambiare idea. Un festival letterario, quando funziona, diventa una piccola palestra di pensiero critico: entri convinto di qualcosa ed esci con un dubbio in più. Di questi tempi, è già un risultato.

L’aspetto che ha colpito di più, però, è un altro. In territori come il nostro, dove il dibattito pubblico è quasi sempre occupato dalla cronaca, dalla politica o dalle emergenze sociali, creare luoghi in cui si parla di libri, di storia, di cinema, di geopolitica e di filosofia serve a ricordare una cosa semplice: una comunità non vive soltanto dei suoi problemi. In questo senso la cultura diventa anche un presidio sociale. Tiene aperto uno spazio dove le persone si ritrovano per parlare d’altro, per ascoltarsi, per guardare la propria terra da un punto di vista diverso dal solito.

Lo si è visto bene anche nella scelta di dedicare l’edizione 2026 a Roberto De Simone e ai cinquant’anni de La Gatta Cenerentola, un omaggio che ha messo in dialogo la tradizione popolare, la lingua napoletana e la cultura contemporanea, un modo intelligente di raccontare la propria identità senza chiuderla in un recinto e senza trasformarla in folklore da cartolina. Le radici restano radici, ma vengono messe accanto al presente, non chiuse sotto una teca.

Il festival ha riservato spazio agli editori indipendenti campani e alla bibliodiversità, cioè a quella varietà di voci e di proposte che nei grandi circuiti fa fatica a farsi notare. Qui un piccolo editore può incontrare i lettori faccia a faccia, raccontare i propri autori, far conoscere nomi che altrove difficilmente avrebbero la stessa visibilità.

Tra i tanti autori ed editori che ho incontrato in questi giorni c’è stato anche Maurizio Sbordoni di Stocazzo Editore che, nonostante una giornata piena di impegni, ha trovato il tempo da dedicare ai lettori di RoadTv Italia. Sono piccole cose, ma fanno la differenza tra una fiera dove si vende e un festival dove ci si parla:

Ciao Maurizio. Da dove nasce l’idea di creare Stocazzo Editore e quale spazio vuole conquistare nel panorama editoriale italiano?

Allora, l’idea è molto semplice, nasce dal momento in cui dopo circa 25 anni di pubblicazioni con le maggiori case editrice italiane ho capito qual’era il ruolo che avrei avuto io come tantissimi altri autori e quindi, al culmine della frustrazione e del dolore, ho deciso di riappropriarmi inizialmente tutti i diritti dei miei libri e poi di fare il grande salto, passare da autore ad editore e quindi ripubblicarli con un mio brand. Dal momento che era arrivato il tempo di scegliere il nome della case editrice, con questo mio percorso mi è venuto molto naturale, come forma di contraddizione e di lotta nei confronti del mondo editoriale che così male mi aveva trattato di chiamarlo stocazzo editore. Per quanto riguarda il ruolo, un qualsiasi ruolo che mi permetta di mantenere le tante ex mogli e la vita dissoluta. Sono tre le tante ex mogli e la vita dissoluta che, nonostante l’età che ho, continuo ad avere. Quindi credo che chiunque non si rispecchi, a livello di distribuzione, di impronta e di tante altre cose, nell’editoria tradizionale e voglia scoprire un bel mondo, possa rifugiarsi tranquillamente in questo cazzo di editore. Perché, alla fine, la cosa più importante è sempre il libro. 

Quanto conta per te l’ironia, anche provocatoria, nel modo di comunicare la cultura e avvicinare nuovi lettori alla lettura?

È fondamentale. Una delle belle soddisfazioni che ho avuto da quando sono diventato editore è che tante persone hanno letto i miei libri dicendo che non leggevano da anni e che hanno ricominciato proprio con me. Qualcuno ha iniziato a leggere con me anche in età non scolarizzata, qualcun altro ha ripreso a farlo. Queste sono le soddisfazioni più belle, anche perché il mio modo di fare narrativa è molto semplice. Io racconto una cosa realmente accaduta, quindi autobiografica, luttuosa, tragica o comunque stressante sotto certi aspetti, dolorosa. La stravolgo e ne faccio qualcosa di diverso, restituendola attraverso gli aspetti più caustici e divertenti. Il modo in cui scrivo è esattamente il modo in cui vivo e ho vissuto le esperienze che poi racconto.

Qual è il libro o il progetto che più rappresenta la tua filosofia editoriale e perché hai scelto proprio quella storia da raccontare?

Per ovvi motivi, il libro dedicato a mia mamma, che racconta i nove mesi rimanenti della sua vita sotto forma di diario, dal giorno della diagnosi, passando per i nove mesi di malattia, fino alla morte, è stato certamente il più difficile da scrivere. 

C’è un pregiudizio sull’editoria indipendente che vorresti sfatare attraverso il tuo lavoro?

Non troppi rispetto agli altri editori. Nel senso che io credo che la grande maggioranza dei libri che escono siano troppi. È vero che ne escono tanti, ma questo a prescindere dalla capienza del mercato e dalla possibilità del mercato di assorbirli. Credo che la scrittura sia diventata un fatto troppo intimo, personale ed egoistico. Cioè, la maggior parte della gente che scrive negli ultimi sette-otto anni lo fa per un fatto catartico, come sfogo, come diario, per liberarsi di qualcosa. Si potrebbe anche tornare al fatto di prendere questa fruizione, questo beneficio, ma se hai qualcosa da dire devi essere un vero artista. E poi è sempre il pubblico a decidere.

Dietro un nome così provocatorio c’è solo ironia o anche la volontà di lanciare un messaggio preciso al mondo dell’editoria?

No, il messaggio è … Cioè, l’etimologia del nome è chiara, perché mi è venuto in mente “Sto cazzo”. Quando i miei colleghi autori mi incontravano per strada mi dicevano: “Ah, Sbordoni, beato te! So che fra venti giorni hai un nuovo libro per Mondadori. Beato te!”. Io dentro di me rispondevo in maniera educata, perché poi non volevo essere poco formale, ma dentro di me pensavo: “È beato sto cazzo!”. Lo pensavo proprio, senza dirlo. “Beato sto cazzo” vuol dire: beato di cosa? Mi devono dare un euro lordo sui diritti d’autore, sono tre anni che gli scrivo e non me li danno. Le presentazioni in giro per l’Italia sono a spese mie, la copertina l’ho scelta io, l’editing fa schifo e ho dovuto correggerlo io Come si può, come dire, percepire la beatitudine in tutto questo? E quindi è nato “Sto Cazzo Editore”. Quindi, assolutamente sì.

Manifestazioni come il Campania Libri Festival non andrebbero mai archiviate come semplici “eventi culturali”. Somigliano piuttosto a delle infrastrutture, un po’ come una strada o una scuola: luoghi in cui una comunità si costruisce gli attrezzi per provare a capire il proprio tempo. La stessa Regione ha definito il festival un investimento nella democratizzazione dell’accesso al sapere e nella diffusione del pensiero critico. Parole che in questi giorni hanno trovato un riscontro concreto nella partecipazione di chi ha scelto di esserci.

Adesso il festival è finito, gli spazi si svuotano e i libri tornano sugli scaffali o nelle borse di chi li ha portati a casa. Resta una domanda che vale la pena tenersi stretta: in un mondo che ci abitua a leggere sempre meno e a reagire sempre più in fretta, quanto vale ancora un posto dove ci si ferma ad ascoltare, a discutere, a pensare? A Napoli, per qualche giorno, una risposta l’hanno data le persone che hanno riempito il festival.

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