Cronaca

A Varsavia il distributore di pillole abortive: quando la società costruisce una strada alternativa

Un distributore rosa, ventidue scomparti, dentro buste con le pillole per l’aborto farmacologico. A Varsavia le attiviste lo hanno inaugurato da poco: è il primo in Polonia, lo chiamano “abortomat” e permette di ritirare i farmaci senza dare il nome e senza aspettare. Si trova in un centro di assistenza aperto da più di un anno, in una posizione scelta con cura, proprio di fronte al Parlamento. Chi entra non trova una clinica, ma informazioni, materiali, uno spazio dove chiedere sostegno o portare a termine l’aborto farmacologico. Il distributore è in realtà soltanto la parte che si vede. La scelta del posto si legge come un messaggio a chi le leggi le scrive: quello che non avete fatto là dentro, lo facciamo noi qui davanti.

In Polonia l’aborto è consentito in pochissimi casi: quando la gravidanza nasce da un reato, come stupro o incesto, o quando sono in pericolo la vita o la salute della madre. Una donna che interrompe la gravidanza da sola, per esempio con pillole ordinate su internet, non viene punita. Chi la aiuta può finire in carcere. In questa differenza, minuscola sulla carta e enorme nella vita, le attiviste hanno trovato il loro spazio, un’area grigia in cui chi aiuta non è mai davvero al sicuro. Kinga Jelińska, direttrice della fondazione Women Help Women e cofondatrice dell’Abortion Dream Team, parla di “un intervento femminista, pensato per mostrare quanto sia capovolto tutto”. 

Per capire a cosa serve una macchina così bisogna mettersi dalla parte di chi ne ha bisogno. Una donna che scopre di non voler continuare una gravidanza, in un Paese dove la strada ufficiale è stretta, non ha davanti una scelta, ma un percorso ad ostacoli: capire cosa è permesso, a chi rivolgersi, chi può risponderle di no. Negli ultimi anni più di una donna incinta è morta in ospedale dopo che i medici hanno rifiutato di intervenire davanti a complicazioni, tra cui la sepsi. Secondo le attiviste, con una norma che si presta a più letture i medici esitano per paura delle conseguenze legali. E l’attesa, in certi casi, costa la vita. Un medico che deve decidere in poche ore se una complicazione è abbastanza grave da giustificare un intervento ha bisogno di regole chiare e quando le regole si prestano a più letture e il rischio è penale, la strada più comoda diventa non decidere.

Nel vuoto lasciato dalle istituzioni entrano le persone. Le attiviste rispondono ai messaggi, spiegano, accompagnano. Lo fanno sapendo che aiutare una donna ad abortire resta punibile e che nessuno le tutela se qualcosa va storto. Una rete così si regge sulla fiducia tra sconosciute, sul passaparola, sul coraggio di chi accetta di esporsi. Sono cose che nascono dove ci sono legami. Non sempre dove c’è più bisogno.

Il centro è stato accolto dalle proteste di gruppi cattolici conservatori, in un Paese tradizionalmente religioso dove molti credono sinceramente che la tutela della vita venga prima di tutto. Il Parlamento davanti al quale sorge l’abortomat, intanto, aveva promesso di allentare le regole e non ha mantenuto la parola. La società è divisa, e lo era già prima del distributore e a pagare la divisione, in concreto, sono le donne e chi lavora nei reparti, più di chi scrive o difende le norme.

Dall’Italia è facile guardare tutto da lontano, come se riguardasse un altro mondo. Da noi l’interruzione di gravidanza è garantita dalla legge, una donna non rischia il carcere per averla scelta, e la differenza con la Polonia è enorme. Ma una legge si misura anche in corsia. In molte zone, Campania compresa, trovare un reparto dove venga applicata richiede telefonate, attese, tentativi, e il tempo, in questi casi, non è mai neutro. Nessuna donna dovrebbe dover organizzare da sola ciò che la legge le promette: le cornici sono diverse. Il meccanismo, quando il servizio esiste più sulla carta che nella realtà, è lo stesso.

Un distributore non cambia una legge, e le attiviste lo sanno meglio di chiunque. Mette però sotto gli occhi di tutti la distanza tra quello che una norma dice e quello che una donna può fare davvero quando ne ha bisogno. Questo è il fatto vero, più delle posizioni e degli schieramenti: un diritto riconosciuto a metà finisce per dipendere dalla fortuna di ciascuna. Un distributore rosa non dovrebbe esistere. Esiste perché qualcuno ha dovuto fare quello che spettava ad altri, rischiando di pagarne il conto.

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