Un’edicola chiusa da anni. Poi qualcuno si ferma, cambia prospettiva e ci vede dentro un teatro. A San Severo succede davvero: sei sedie, uno spettatore a un passo dall’attore e una fila che cresce ogni giorno. È la dimostrazione più semplice che per fare cultura non servono grandi spazi, ma idee che non chiedono permesso.
Sei anni di abbandono. Sei anni di polvere, serranda abbassata, un posto nel centro di San Severo che nessuno guardava più. Poi è arrivato Francesco Gravino, regista e direttore artistico della compagnia Teatro Foyer 97, e ha pensato: qui ci faccio un teatro. Non uno di quelli grandi, per carità: sei posti a sedere, uno spettacolo ogni quindici minuti, tra attore e spettatore meno di un metro di distanza. Benvenuti nell’Edicola Teatro di San Severo, provincia di Foggia, già candidata a entrare nel Guinness dei Primati come teatro più piccolo del mondo, già con centinaia di curiosi in fila fuori dalla porta. E pensare che fino a poco fa era solo un’edicola che non vendeva più niente.
L’ispirazione, dice Gravino, è arrivata da Fiorello, dalla sua Edicola Fiore, quello spazio romano dove il varietà è entrato dal basso e poi è diventato televisione. Ma quello che è successo a San Severo ha qualcosa di diverso, di più radicato. Non è un esperimento mediatico, ma un atto di cura verso un luogo che la città aveva smesso di vedere, un posto morto che torna a respirare, non grazie a un finanziamento pubblico o a un bando ministeriale, ma grazie a un’idea e alla testardaggine di chi ci ha creduto. Sulla porta d’ingresso c’è un QR code con scritto: “Attenzione. Questo QR Code trasforma i passanti in attori. Scansiona solo se sei pronto.” Già questa frase da sola dice tutto. Perché il teatro di solito aspetta che tu compri il biglietto, ti sieda e stia fermo. Questo invece avverte lo spettatore, dicendo in parole povere: qui le regole sono diverse. Qui potresti finire dentro la storia. In cartellone ci sono Goldoni, Euripide, Gaber, Comencini. Roba seria, dentro uno spazio che sembra un posto dove compravi il giornale la mattina. Ed è proprio questo il paradosso bello e forse anche il punto. Le edicole nascevano come luoghi di conoscenza, di incontro con le idee, con il mondo, poi le abbiamo lasciate diventare chioschi di bibite, fioraie, negozietti di souvenir. Gravino le restituisce alla loro vocazione originaria, solo che invece dei giornali vende storie vive, con attori in carne e ossa a un passo dal tuo naso.
La compagnia vuole esportare il format fuori dalla Puglia. E viene spontanea una domanda: quante edicole abbandonate ci sono in Italia? Quanti spazi morti, dimenticati, potrebbero tornare a fare qualcosa di utile con un’idea e un po’ di coraggio? La risposta è: tanti, troppi.
Ecco l’intervista che Francesco Gravino ha concesso a RoadTv Italia, raccontando come un’edicola abbandonata può diventare il teatro più piccolo, e forse più intenso, del mondo.
L’edicola era abbandonata da sei anni. Come ti è venuto in mente di crearci un teatro?
Non è stata un’idea nata per caso, né un colpo di genio isolato. È il risultato di un percorso. Ho sempre cercato luoghi insoliti per fare teatro, lontani dal palcoscenico tradizionale, spesso non accessibile, portandolo dove normalmente non arriva: campanili, cimiteri, castelli, palazzi nobiliari, chiese, sotterranei e treni. Con “Il teatro più piccolo del mondo” questo percorso si è concentrato ancora di più. L’edicola è diventata il punto più estremo di questa ricerca: uno spazio minimo quasi invisibile, un luogo più semplice e urbano possibile. L’edicola teatro nasce in occasione della Giornata Internazionale del Teatro, che si celebra oramai da 64 anni, quindi di questo luogo nato per distribuire notizie, io ho solo cambiato il formato: dalla carta al corpo, dalla lettura alla presenza viva tra spettatore e attore.
Sei posti, un attore a meno di un metro. Come cambia il modo di recitare quando non puoi nasconderti dietro la distanza dal pubblico?
Recitare in un cimitero o su un campanile ti mette già in una condizione di verità, perché il luogo non ti permette di essere superficiale. Il contesto ti obbliga a una presenza autentica. Nell’edicola questa dinamica si radicalizza: non è più il luogo a essere “forte”, ma la vicinanza. Arrivare a un teatro dove non esiste più nessuna protezione, né scenica né simbolica.
Sei posti a sedere significa anche sei biglietti a spettacolo. Come si sostiene economicamente un progetto del genere? O è un atto d’amore e basta?
È entrambe le cose, ma nasce sicuramente come atto d’amore. Dal punto di vista economico è un modello fragile se lo guardiamo con le logiche tradizionali. Sei posti significano numeri ridotti, quindi non puoi basarti solo sull’incasso diretto. Però il progetto vive su più livelli: la replicabilità del format, l’interesse mediatico, la possibilità di collaborazioni e ospitalità. È quasi un ecosistema più che uno spettacolo. E poi c’è una scelta precisa, ridurre la scala per aumentare il valore dell’esperienza. Non tutto deve essere grande per essere sostenibile, a volte deve essere necessario.
Fiorello come ispirazione, ma lui aveva la televisione dietro. Tu hai solo San Severo. È un limite o è la forza di questo progetto?
Forse è la sua forza più grande. Perché a San Severo non puoi contare su un sistema che amplifica automaticamente quello che fai. Se qualcosa funziona, funziona perché è vero, perché tocca le persone direttamente. Fiorello ha portato lo spettacolo fuori dagli studi televisivi, io ho fatto un passo ancora più radicale: l’ho portato in uno spazio minimo, senza filtri, senza protezioni. Qui non c’è mediazione. O accade qualcosa oppure no. E questa è una prova di autenticità fortissima.
Trent’anni di teatro classico e poi un’edicola. I tuoi colleghi cosa hanno detto? L’hanno presa sul serio o hanno sorriso?
All’inizio molti hanno sorriso, qualcuno con affetto, qualcuno con scetticismo. È comprensibile: dopo trent’anni di teatro, una scelta del genere può sembrare una deviazione, quasi un ridimensionamento.
Ma il punto è proprio questo: non è una riduzione, è una compressione. Alcuni colleghi che sono venuti a vedere hanno cambiato sguardo. Perché si sono resi conto che lì dentro succede qualcosa che nei grandi spazi a volte si perde: una tensione continua, una relazione viva, una concentrazione assoluta. È come passare da un’orchestra a un assolo: cambia tutto, ma non è meno potente.
Sul QR code hai scritto “scansiona solo se sei pronto”. Quante persone si sono tirate indietro?
Molte. Quella frase crea una soglia, una piccola crisi. Non ti sta vendendo qualcosa, ti sta chiedendo una disponibilità: sei pronto a fermarti, a dedicare tempo, a esporti emotivamente nel raccontare ciò che hai appena visto? Viviamo in un tempo velocissimo, dove tutto è consumo rapido. Qui invece si chiede una scelta consapevole.
Chi si tira indietro spesso lo fa quasi senza pensarci. Ed è interessante, perché significa che anche una semplice frase può rivelare il nostro rapporto con l’esperienza culturale.
L’edicola era abbandonata da sei anni nel centro di San Severo. Chi amministra la città l’ha supportata o l’ha ignorata?
Tutti i miei progetti prendono forma, in assenza di un supporto concreto da parte dell’amministrazione. Quando l’idea dell’edicola teatro ha iniziato a generare attenzione, curiosità, partecipazione, qualcosa si è mosso, io però non ho aspettato un riconoscimento per iniziare. Questa idea ha trovato vita grazie alla generosità del proprietario, il signor Pino, che ha concesso gratuitamente l’edicola.
Vuoi portare l’Edicola Teatro fuori dalla Puglia. Cosa cerchi in particolare?
Cerco spazi che abbiano una storia interrotta: edicole chiuse, piccoli chioschi, luoghi dimenticati ma ancora visibili. Non mi interessa esportare solo un format, ma attivare un processo. Ogni luogo deve diventare unico, legato al suo contesto. Sono aperto a collaborazioni con istituzioni, ma non voglio che il progetto perda la sua leggerezza. Deve poter nascere rapidamente, senza essere appesantito. In un certo senso, cerco più ascolto che strutture.
In Italia si dice sempre che mancano i fondi per la cultura. Tu hai fatto questo con pochissimo. È una scelta o una necessità?
All’inizio è stata una necessità, senza dubbio. Non c’erano grandi risorse, quindi ho lavorato con quello che avevo. Ma poi ho capito che quella condizione era anche un vantaggio. Lavorare con poco ti obbliga a eliminare il superfluo, a capire cosa è davvero essenziale. In questo caso: uno spazio, un attore, uno spettatore. Tutto il resto è costruzione. A chi aspetta i fondi pubblici prima di iniziare dico che è comprensibile, ma rischioso. Perché si può rimanere fermi anni. A volte bisogna partire in forma minima, imperfetta, ma reale. Poi, se il progetto ha forza, le risorse possono arrivare. Ma non possono essere il punto di partenza.
A volte la cultura non ha bisogno di palchi enormi, platea da riempire e finanziamenti regionali. Ha bisogno di qualcuno che veda possibilità dove gli altri vedono abbandono. E di sei sedie messe nel posto giusto.














