Rosy Bindi, l’antimafia da troppo tempo senza presidente e la spaccatura Pd-Pdl

Il nome di Bindi non piace al Pdl: nuove ombre sulla commissione antimafia, da aprile in attesa di un presidente

di Giuliana Gugliotti

Verrebbe da dire “finalmente ce l’hanno fatta”, e invece no. L’elezione, avvenuta ieri sera, del nuovo presidente della Commissione Antimafia non ha mancato di scatenare le polemiche in seno alla maggioranza bipartisan. Non sul tempo (tanto) che la politica ha impiegato a dotare nuovamente, dopo sei mesi di attesa, la commissione di un nuovo presidente; ma sul nome sul quale è ricaduta la scelta.

Rosy Bindi, classe 1951, ex vicepresidente della Camera dei Deputati ed ex presidente del Partito Democratico, donna della vecchia politica in cui non contavano certo vestiti o belletti, non mette d’accordo le due anime della maggioranza. Il perché è presto detto: politicamente schierata da sempre con il Pd, Rosy Bindi non è certo il candidato super-partes e condiviso che ci si sarebbe aspettati dalle larghe intese. Che sono larghe solo fino a quando non si tratta di andare ai voti (deformazione professionale della politica).

E il Pdl si ribella. I capigruppo Brunetta e Schifani chiedono a gran voce le dimissioni della neo-presidente, eletta al secondo tentativo con 25 voti a suo favore (8 sono andati al candidato del M5S, Luigi Gaetti, con 2 schede bianche e 1 voto nullo). Soprattutto perché, nei giorni scorsi, al nome di Rosy Bindi proposto dal Pd il Pdl aveva contrapposto quello di un suo candidato, Donato Bruno. E anche lì la spaccatura insanabile creatasi aveva ulteriormente fatto slittare l’elezione, nell’attesa che si individuasse un nuovo nome, quello di un candidato condiviso.

La scelta era allora ricaduta su Lorenzo Dellai, di Scelta Civica, che però, stando alle dichiarazioni di un suo collega di partito, Franco Vecchio (“Dellai viene da Trento, dove a gestire la cosa pubblica ci vuole poco; che volete che ne sappia lui di mafia? L’avrà vista solo al cinema“) era la persona meno indicata a ricoprire l’incarico. E anche il nome di Dellai era stato prematuramente bocciato, proprio (ironia della sorte) su indicazione di Rosy Bindi, che esortò i membri del Pd a disertare il voto; intanto l’Italia attendeva ancora il suo presidente antimafia, come denunciato anche da Roberto Saviano.

Una situazione contestata da più parti, quella dell’assenza prolungata di un presidente. Così il governo è dovuto correre in fretta ai ripari: scavalcando quindi l’intesa bipartisan il Pd ha riproposto la candidatura di Rosy Bindi, sottoponendola ai voti. Ma il Pdl non ci sta, e già prima della votazione preannuncia la battaglia: “In caso di elezione di un presidente nella seduta odierna, la delegazione del Pdl – riferivano Schifani e Brunetta – non parteciperà ai lavori della Commissione per l’intera legislatura”, mentre a elezione avvenuta, Gasparri si sfoga su twitter giudicando “inaccettabile lo strappo del Pd pur di dare una poltrona a Rosy Bindi”. O a chicchessia, verrebbe quasi da aggiungere.

Da parte sua, Rosy Bindi non è disposta a cedere: “Non posso non rispettare le 25 persone che mi hanno votato” afferma. “So che devo essere la presidente di tutti, ma non lo posso fare se non mi riconoscono come tale” ha aggiunto. Formalmente la commissione può iniziare i lavori anche senza il Pdl. Ma Rosy è magnanima: “Vorrei cominciare il giorno in cui il Pdl mi indica il capogruppo in commissione” conclude.

Aspra la replica di Brunetta: “Se avesse un minimo di senso delle istituzioni l’onorevole Bindi dovrebbe fare un passo indietro e dare un segnale di distensione. Un ruolo così delicato non può essere appannaggio di una sola parte politica”. Una nuova ombra si allunga quindi sul destino della commissione antimafia, che, dopo la lunga attesa di un presidente, rischia ora di diventare un terreno di scontro politico.

23 ottobre 2013

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