martedì, Dicembre 7, 2021
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Recensione del libro “La giusta via” di Daniela Merola

Il libro di Daniela Merola” La giusta via” con prefazione di Anna Copertino – ed. LFA Publisher – ripercorre la vita di una donna sia nella sua biografia reale, sia nella sua dimensione onirica e immaginifica.

Il libro si fa subito apprezzare per uno stile narrativo abile e convincente, capace di lumeggiare dei nodi della vita che risultano essere particolarmente e drammaticamente  difficili da sciogliere.
In questo percorso narrativo ha una sua centralità una componente fondamentale di ognuno di noi, per la quale molto spesso ne proviamo imbarazzo o addirittura la rimuoviamo. Mi riferisco ad un aspetto di ogni essere umano, quello del fantastico, del surreale o, se vogliamo, del visionario.
Infatti, nel libro esso diventa un rifugio, una costruzione di “altro” come modalità di sopravvivenza da dolori non adeguatamente elaborati, ma la narrazione della quale sto parlando non si perde e non si esaurisce assolutamente in questa dimensione, anzi affronta con un punto di vista femminile, e quindi in modo molto profondo e articolato, le relazioni di Margherita Sossio, la protagonista del romanzo, con una serie di persone, mettendo in luce le loro debolezze e contraddizioni, oltre che di lei stessa.
Il libro di Daniela Merola è un libro che scava nei sentimenti, quelli veri e quelli apparenti, senza scivolare in un mieloso sentimentalismo, anzi non ci risparmia anche una certa durezza, asprezza, violenze fisiche e mentali che sono innegabilmente presenti nella vita di tutti i giorni e nei confronti delle quali ognuno ha il suo modo di interagire.
Il passato rischia di non passare mai, collettivamente e individualmente, anzi nelle nostre scelte riappare sempre e ci dobbiamo fare i conti. Un passato che può travolgerci, se non lo filtriamo opportunamente nella nostra vita.
Margherita Sossio è una esperta di arte e lei è fortemente innamorata della sua professione. Una professione che lei assapora pienamente in tutte le sue pieghe. È una donna che, quando osserva una opera d’ arte, vibrano tutti i suoi sentimenti più profondi, avvertendo un benessere quasi fisico.
Ci ricorda che la vita sarebbe spenta, vuota se non avessimo la possibilità di non avvalerci della bellezza che è fonte soprattutto di spiritualità e di armonia con il mondo circostante. Guai, se non ci rinfrancassimo dalle peripezie della vita con il perdersi nel bello.
Infatti, il libro mi ha colpito molto anche per l’ evidenza di ciò e, credo, che non è un caso che delle tre città in cui si svolge il racconto del libro, Parigi, Roma, Napoli, si fa emergere molto l’ arte prodotta e presente in queste città, particolarmente in quella partenopea.
A lettura ultimata, viene voglia di uscire subito per andare a vedere tutti i posti, o almeno una parte di essi,  in cui si racconta dove è andata Margherita Sossio.
La lettura del libro di Daniela Merola ci dà la possibilità di mettere a fuoco una serie di evoluzioni e/o involuzioni nel rapporto di coppia, nel rapporto genitori/figli e, particolarmente, nel rapporto padre/figlia. Quest’ ultimo per la sua complessità, per il suo fascino, per il suo mistero è e sarà inevitabilmente foriero di riflessioni.
Infatti, il libro in argomento è una prova evidente della ricchezza di sentimenti e di educazione agli stessi in ordine al rapporto con il proprio padre. Si assapora la solidità di una certa generazione che ci ha preceduto, senza cedere alla mitizzazione della nostalgia.
Meriterebbe un discorso a parte, inoltre, la natura del rapporto di Margherita Sossio con il proprio marito.
Senza svelare più del dovuto, mi limito a dire che la scrittrice riesce a rappresentare, con una modalità squisitamente letteraria, la strana attrazione tra i due mischiata a una altalenante repulsione, dando spazio al lettore di farsi una propria idea.
Lo stile del libro, e questo è un altro suo punto di forza, non ha una tesi precostituita, ma narra efficacemente le tormentate vicende.
Daniela Merola, in qualità di scrittrice, con il suo ultimo libro, contribuisce a renderci partecipi, in qualche modo cocreativi con lei, alla fragilità del vivere e per la quale mai sarà detta l’ ultima parola.
Vincenzo Vacca
Sono un artigiano della scrittura. Provo a scrivere non per un desiderio estetizzante, ma per un bisogno di provare a sollevare dubbi. Le certezze esibite mi inquietano. Mi ritengo un uomo che fa domande e mi incuriosiscono le risposte che, in genere, non mi soddisfano.
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