Qualche sera fa due sconosciuti sono entrati nel giardino della giornalista Luciana Esposito. Non di notte, non con il passamontagna. Erano le 21:20, a volto scoperto e senza attrezzi da scasso. Un sopralluogo, probabilmente. O forse qualcosa di più semplice, un messaggio del tipo “Siamo stati qui. Sappiamo dove abiti. Possiamo tornare”.
Chi conosce la storia di Luciana Esposito sa che questo messaggio non è il primo, ma solo l’ultimo di una serie che dura da più di dieci anni, da quando ha deciso che Ponticelli meritava qualcuno che la raccontasse davvero, senza i filtri dell’indifferenza istituzionale e senza la retorica dell’emergenza che arriva da fuori, fotografa il degrado e poi se ne va. Ponticelli è periferia orientale di Napoli, uno di quei quartieri che compaiono sui giornali nazionali solo quando c’è un morto ammazzato o un’operazione antimafia con nomi in codice e comunicati stampa. Nel mezzo, nella vita quotidiana di chi ci abita, c’è una realtà molto più complessa: famiglie intrappolate tra l’omertà imposta dai clan e l’abbandono garantito dallo Stato, giovani che crescono in un ambiente in cui le alternative al sistema criminale sono scarse, una società logorata da decenni di controllo camorristico che non si misura solo con gli omicidi ma con la pervasività silenziosa del potere illegale in ogni angolo della vita ordinaria. In questo contesto Luciana Esposito ha fondato Napolitan.it, testata online che fa del quartiere il suo oggetto esclusivo di indagine: inchieste sui clan, storie di chi prova a ribellarsi, documentazione di ciò che le istituzioni non vedono o fingono di non vedere. Un lavoro che richiede presenza fisica, fiducia costruita nel tempo, e una dose di coraggio che non si può fingere.
La camorra ha capito subito che tipo di problema fosse e, poco dopo la fondazione della testata, in seguito alla pubblicazione di un articolo sull’omicidio di una donna legata ai clan, è arrivata la prima aggressione. Non una minaccia anonima, non una telefonata, ma un’aggressione fisica. Il messaggio era chiaro: esistono argomenti che non si toccano, e chi li tocca paga. Ma la giornalista non ha smesso.
Negli anni successivi le aggressioni si sono moltiplicate: tentativi di rapimento, minacce recapitate attraverso i familiari dei boss, una campagna sistematica di delegittimazione pubblica che cercava di dipingerla come inattendibile o peggio, come collusa con gli stessi ambienti che denunciava. Uno schema classico: quando non riesci a zittire qualcuno con la violenza diretta, provi a distruggergli la credibilità. Se la fonte viene screditata, il contenuto perde forza. Se la giornalista viene isolata, le sue inchieste non trovano più spazio e protezione.
Nel 2025 la situazione è precipitata: nuove minacce esplicite, il furto dell’automobile rivendicato sui social da personaggi legati al clan De Micco, una pressione crescente che l’ha costretta a ridurre la propria mobilità. A tal punto la donna ha annunciato pubblicamente di voler smettere di occuparsi della camorra di Ponticelli, sperando che questo potesse allentare la tensione, ma non ha funzionato visto che tra gennaio e maggio ha sporto quasi dieci denunce. A fine maggio le è stata assegnata la scorta: è diventata la sesta giornalista campana costretta a vivere sotto protezione armata.
Sei giornalisti campani sotto scorta. Non è una statistica anonima, è una mappa della geografia del potere criminale in una regione in cui fare informazione su certi argomenti significa accettare un rischio personale che non dovrebbe esistere in nessuna democrazia che si rispetti.
Ma torniamo a quella sera. Due uomini a volto scoperto, a piedi nudi, che camminano nel giardino di una giornalista sotto scorta alle 21:20. Nessuno sfondamento, nessun furto, nessuna violenza. Poi se ne vanno. Esposito ha pubblicato le immagini della telecamera di sorveglianza e ha dichiarato di non poter e non dover restare in silenzio. È la stessa logica che tiene in piedi il suo lavoro da più di un decennio: rendere visibile ciò che vuole restare nell’ombra, togliere all’intimidazione il suo presupposto fondamentale che è l’isolamento della vittima.
Ma vale la pena capire cosa rappresenta quel gesto, quei due uomini nel giardino. Non è una minaccia nel senso giuridico del termine, almeno non facilmente dimostrabile. È qualcosa di più sottile e per certi versi più efficace: è la dimostrazione che la scorta non è uno scudo assoluto, che la protezione ha dei limiti fisici, che chiunque voglia farlo può avvicinarsi abbastanza da far capire che potrebbe fare molto di più. È terrorismo psicologico nella sua forma più raffinata, costruito per consumare dall’interno chi lo subisce senza lasciare prove sufficienti per una condanna.
La camorra di Ponticelli conosce bene questa tecnica, l’ha applicata per decenni a residenti, commercianti, imprenditori, a chiunque si mettesse di traverso o semplicemente vivesse nel raggio d’azione dei clan. Applicarla ad una giornalista sotto scorta, in modo così plateale e documentabile, è quasi una dichiarazione di principio: siamo ancora qui, siamo ancora forti, e non abbiamo paura di farvelo sapere.
Una domanda rimane sullo sfondo di tutta questa storia, e riguarda il sistema dentro cui giornaliste come Luciana Esposito si trovano a operare, un sistema in cui la libertà di stampa esiste formalmente ma viene erosa nella pratica, giorno dopo giorno, intimidazione dopo intimidazione. In cui la sopravvivenza professionale di chi fa inchieste su certi territori dipende non solo dal coraggio personale ma dalla tenuta psicologica di fronte a una pressione che non si esaurisce mai davvero.
Il giornalismo di prossimità sulla criminalità organizzata è uno dei lavori più necessari e meno sostenuti che esistano in Italia. Necessario perché senza quella presenza capillare, senza quella conoscenza profonda del territorio, certe dinamiche resterebbero invisibili anche agli occhi delle istituzioni preposte a contrastarle. Meno sostenuto perché le testate locali hanno risorse minime, i cronisti freelance o indipendenti non hanno le tutele dei grandi gruppi editoriali, e lo Stato arriva spesso in ritardo, quando la situazione è già diventata insostenibile.
Luciana Esposito ha continuato lo stesso. Ha pubblicato il video, ha denunciato, non si è fermata. Ma ogni volta che una giornalista è costretta a documentare chi cammina nel suo giardino per sentirsi protetta, ogni volta che la scorta diventa l’unico strumento disponibile per permettere a qualcuno di fare il proprio mestiere, c’è qualcosa che non funziona molto prima dell’intimidazione in sé. Qualcosa che riguarda come questo Paese decide di proteggere chi racconta ciò che il potere criminale vorrebbe tenere nascosto. E fin quando quella risposta rimane insufficiente, i giardini continueranno ad essere attraversati da sconosciuti a volto scoperto, alle 21:20, con il preciso scopo di ricordare a qualcuno che è sola.
This post was published on Giu 11, 2026 9:30
Inaugurazione Spazio Connessioni a Giugliano in Campania il 13 giugno 2026 alle 18. Tra arte, architettura…
di Fabio Iuorio Non è una novità, purtroppo, ma una storia che si ripete con…
Mercoledì 17 giugno il Massimo napoletano ospiterà una serata dedicata alla musica, alla formazione e…
Con il cuore pieno di gratitudine per la presenza, condivisione di memoria, impegno e il…
L’Associazione Anticamorra U.N.I.C.A. sostiene la proposta di istituire una Giornata regionale dedicata alla memoria delle…
Due mattinate all’insegna del gioco, dell’apprendimento e della socialità nel cuore di Napoli. Il Salone…