Mentre la città si rifugia in casa, con le tapparelle abbassate e l’aria condizionata al massimo, qualcuno pedala: zaino termico sulle spalle, casco che trattiene il calore, asfalto che a mezzogiorno può superare i 50 gradi. Il telefono vibra, arriva un ordine, e non importa quanto faccia caldo, bisogna andare.
I rider non vengono pagati per il tempo che lavorano ma per le consegne che completano, un sistema che sembra neutro, ma non lo è affatto quando la temperatura sale. Fermarsi per bere, cercare un’ombra, aspettare che passi l’ora più rovente, significa guadagnare meno. L’algoritmo che assegna gli ordini non sa cosa sia un colpo di calore, sa solo chi è disponibile, chi risponde più in fretta, chi accetta. Chi si ferma sparisce dalla lista. Dietro ogni consegna che arriva calda in dieci minuti però c’è un corpo che si muove sotto il sole: disidratazione, cali di pressione, riflessi che si abbassano proprio mentre bisogna schivare auto, buche, portiere che si aprono all’improvviso. Il rischio è quotidiano, e chi lo corre spesso non ha alternative, anche perché i rider spesso sono studenti che pagano gli studi consegnando cibo, uomini e donne straniere a cui nessuno ha aperto altre porte o genitori che fanno due lavori per arrivare a fine mese.
A Milano questo cortocircuito è diventato piazza: dal 7 luglio un’ordinanza del Comune sospende o riduce fortemente le consegne nella fascia più calda della giornata, tra le 12.30 e le 16, per evitare i colpi di calore, una misura giusta sulla carta, ma nei fatti, e per oltre un centinaio di rider scesi in strada a protestare, ha significato vedersi dimezzare lo stipendio in una settimana. Uno di loro addirittura mostra lo schermo del telefono: 170 euro in sette giorni: come si fa a mangiare, pagare l’affitto, portare a casa qualcosa con questa somma irrisoria? La rabbia poi nasce anche dal fatto che il compenso per singola consegna si sarebbe appiattito intorno ai tre euro, uguale per una corsa breve o per una lunga. Un rappresentante sindacale lo spiega con una frase che dice tanto: il cottimo non funziona, e le aziende non possono lasciare senza retribuzione chi è costretto a fermare la bicicletta proprio per il caldo. Un paradosso insomma, perché la stessa misura pensata per proteggere la salute dei rider, senza un salario che la accompagni, finisce per punire chi quella salute la mette a rischio ogni giorno per necessità.
Chi consegna non ha un capo da guardare negli occhi, non ha un ufficio, non ha quasi mai un collega accanto quando le cose vanno male, ma ha solo un’app che decide quanto vale il suo tempo e che non si ferma mai per il caldo. Le piattaforme, negli anni, hanno introdotto bonus caldo, kit con acqua, indicazioni generiche, tutte iniziative che fanno rumore quando vengono annunciate e che, nella pratica di chi pedala ogni giorno, pesano poco davanti alla logica del cottimo che resta identica.
Per chi ordina tutto si riduce a una notifica e ad un citofono che suona: pochi minuti, un sacchetto caldo e un grazie distratto, un sistema costruito attorno alla velocità e al prezzo più basso possibile che rende invisibile la fatica che sta dietro ogni consegna. Ma quanto siamo disposti a tollerare che il prezzo di quella comodità venga pagato con la salute di chi consegna? Si può davvero proteggere chi lavora senza garantirgli anche di potersela permettere, quella protezione?
This post was published on Lug 25, 2026 9:43
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