Tra la folla e le luci del centro, un gesto brutale spezza la leggerezza di una notte qualunque, lasciando dietro di sé domande e paura
Piazza Municipio, sabato sera, intorno alle 21. Una delle piazze più belle e più frequentate di Napoli, a due passi dal Maschio Angioino, dalla metropolitana, dalla vita. E proprio lì, a pochi metri dall’ingresso di un McDonald’s dove decine di ragazzini passano il fine settimana a ridere e a perdere tempo, un quattordicenne viene accoltellato: tre ferite all’addome, codice rosso al Vecchio Pellegrini. Quattordici anni, un’età che in teoria dovrebbe essere fatta di spensieratezza. Un ragazzo che, con ogni probabilità, stava semplicemente in giro con gli amici a divertirsi. E qualcuno ha pensato bene di tirar fuori un coltello.
La domanda che tutti si fanno nei momenti come questi è sempre la stessa: come è potuto succedere? Le forze dell’ordine stanno raccogliendo testimonianze, verificando le telecamere di videosorveglianza, cercando di ricostruire la dinamica. Giusto, forse però la domanda da farsi non è “come”, ma “perché ci stupiamo ancora?”
Perché Napoli, come d’altronde tutte le città italiane, ha visto molti episodi come questo, le piazze della movida giovanile sono diventate da anni teatro ricorrente di aggressioni, risse, accoltellamenti. Ogni volta l’allarme, ogni volta la condanna, ogni volta la promessa di fare qualcosa. E poi, puntualmente, tutto torna come prima fino all’episodio successivo.
Il problema non è la piazza, non è nemmeno il McDonald’s, che qualcuno puntualmente tira in ballo come se i fast food fossero i veri responsabili del degrado giovanile. Il problema è che una fetta di giovani cresce in contesti dove il coltello è diventato un accessorio normale, quasi un’estensione del proprio corpo. Dove la violenza è il linguaggio con cui si risolvono i conflitti, si afferma il proprio status, si risponde a uno sguardo di troppo o a una parola storta. Dove l’idea che esistano conseguenze reali alle proprie azioni sembra del tutto assente.
E qui viene la parte scomoda. Quella che i commentatori del lunedì mattina tendono ad aggirare con belle parole su “educazione”, “prevenzione” e “interventi strutturati”. Tutte cose sacrosante, sia chiaro, ma che richiedono tempo, risorse, volontà politica reale. E soprattutto richiedono di ammettere che lo Stato, in certe periferie come in certi centri storici, è arrivato in ritardo. Che intere generazioni sono cresciute in assenza di riferimenti sani, di opportunità concrete, di futuro percepibile e che la criminalità con i suoi modelli e la sua estetica della forza ha fatto un lavoro di dominio culturale lungo decenni, e non si smonta con un decreto.
Un quattordicenne accoltellato in Piazza Municipio fa notizia perché è successo in pieno centro, sotto gli occhi di tutti. Ma quante storie simili rimangono nell’ombra, nelle case, nei vicoli, senza un codice rosso e senza una telecamera? Quanti ragazzi crescono convinti che il coltello sia l’unica risposta che il mondo capisce?












