I tempi del romanzo, i gusti dei lettori, la lingua colta e quella dialettale. Temi dibattuti da due nomi da novanta della letteratura italiana: Dacia Maraini e Maurizio de Giovanni, in occasione di uno dei confronti promossi a Palazzo Reale di Napoli da Il Mattino per la festa dei suoi 130 anni.
“Mi chiedono – esordisce Dacia Maraini – perché non si fanno romanzi sulla pandemia e la risposta è che bisogna digerire ancora questi momenti. Il romanzo ha bisogno di più tempo. Lo scrittore lavora con la memoria, non istintiva ma elaborata, deve diventare carne e pensiero e poi si fa parole, per questo lo scrittore ha tempi lunghi. Oggi va molto il tema del rapporto tra padre e figlio, molti dei romanzi che ho letto ultimamente indagano la crisi della figura paterna in fatto di autorevolezza con padri che spesso vogliono giocare con i loro figli e mettersi in competizione con loro. Penso che tra un po’ di mesi si comincerà a parlare di cosa è stata pandemia”.
D’accordo de Giovanni: “Noi oggi usiamo la seconda guerra mondiale come ambientazione. Scriviamo del passato per eredità, per memoria e per non ricadere negli stessi errori: è un compito fondamentale della letteratura. I romanzi pongono domande, non danno le risposte, quelle le danno ai lettori”. Da de Giovanni una bacchettata ai cosiddetti salotti letterari: “Pensano che la cultura sia più raffinata se è per pochi, ma io scambierei un critico con due lettori” “Il grande scrittore – chiosa dacia Maraini – sa comunicare con l’accademia e con i ceti meno colti”.
This post was published on Mag 25, 2022 15:46
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