Politica

Lo Stato e il mercato

di Vincenzo Vacca

È dalla fine degli anni 70 del Novecento che è partita una nuova idea, un nuovo senso comune, un completo ribaltamento di un ordine di idee. Rispetto alle difficoltà di interpretazione e di rappresentanza della politica e delle Istituzioni nazionali in ordine a nuove modalità di produzione di beni e forniture di servizi, trovava sempre più adesione il proposito secondo il quale la risposta a tutto ciò dovesse essere centrata sull’individuo in quanto tale. Venivano esaltate narrazioni politiche che ritenevano efficaci la progressiva e definitiva assenza della mano pubblica dal mercato. Quanto più lo Stato, in tutte le sue articolazioni, sarebbe stato assente dai rapporti di produzione, tanto più sarebbe aumentato il benessere economico del cittadino. Si arrivò a dire che lo Stato non era la soluzione, lo Stato era il problema.

Il neoliberismo o, come qualcuno l’ha chiamato o, come qualcuno l’ha definito, il turbocapitalismo nasceva e diventava dominante. Cambiava non solo lo scenario economico, ma anche quello sociale. I legami umani si incrinavano e si teorizzava e si praticava in modo diffuso l’avidità, ritenuta un sentimento capace di attivare e velocizzare il motore economico nazionale e mondiale. Guai a chi restava indietro. Quelli che non si adeguavano o per scelta o per mancanza di opportunità venivano colpevolizzati. Assistevamo ed assistiamo ad una separazione tra politica e potere. La finanziarizzazione mondiale dell’economia creava la situazione attuale, nella quale a comandare è una elitè globale sganciata da ogni freno, i governanti amministrano e i politici vanno in televisione. Quante volte ci veniva detto che nulla potevamo fare, perché era il mercato a volerlo. A tutto questo si aggiunge il fatto che ad una internazionalizzazione enorme dell’economia e della finanza che trascende i confini nazionali, la politica e le relative Istituzioni non erano riuscite a darsi strumenti sovranazionali capaci di frenare gli spiriti selvaggi del capitalismo.

Da uno stato sociale novecentesco, si sarebbe dovuto passare a una nuova struttura pubblica sociale, quantomeno a livello europeo. Riscoprire una nuova forma di internazionalismo solidale. Già negli ultimi anni, il neoliberismo dimostrava che non riusciva a garantire un benessere diffuso, anzi erano fortemente aumentate le diseguaglianze sociali. Quel modo di impostare l’economia e i rapporti tra le persone stava perdendo consenso. Ma l’emergenza sanitaria ed economica che tutto il mondo sta attualmente vivendo ha dato il colpo di grazia all’ideologia neoliberista. È rivendicato fortemente l’intervento degli Stati e di tutte le strutture pubbliche sovranazionali per superare questa inedita e drammatica situazione. Una empirica dimostrazione che non sarà il mercato libero da “lacci e lacciuoli” che ci farà uscire da tutto questo. Ci auguriamo che questo periodo sia foriero anche e soprattutto di una elaborazione politica, che non può essere appannaggio dei soli partiti, capace di riconsiderare radicalmente le modalità dei rapporti economici così scevri della mano pubblica. Non un ritorno al Novecento, ma una nuova, e adeguata ai tempi, progettualità politica che affronti efficacemente una dimensione internazionale degli indirizzi di politiche economiche volta a diminuire quanto più possibile le diseguaglianze. Se ciò non avvenisse in modo consistente, dopo questa crisi, sarebbero fortemente a rischio le democrazie.

This post was published on Apr 9, 2020 18:18

Redazione Desk

Questo articolo è stato scritto dalla redazione di Road Tv Italia. La web tv libera, indipendente, fatta dalla gente e con la gente.

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