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Liberi Edizioni: Nicola Angrisano ridà voce alle edicole morte di Napoli e non solo

Napoli cambia faccia continuamente. Chi gira per i quartieri della città, dal centro storico alle periferie, ci ha fatto l’abitudine: saracinesche abbassate, serrande arrugginite, negozi che un giorno erano vivi e oggi sono solo metallo freddo. Tra le presenze che negli ultimi anni sono andate scomparendo con meno rumore ci sono le edicole: sparite una dopo l’altra, senza troppo clamore, lasciando un vuoto che va ben oltre la mancanza di un posto dove comprare il giornale. Perché l’edicola non era solo un chiosco, era un punto di incontro, un luogo dove la gente si fermava, anche solo qualche secondo, a guardare le prime pagine esposte. Un gesto piccolo, quasi automatico, ma che aveva un senso preciso: tenerti agganciato al mondo, farti venire voglia di sapere, di capire, di avere un’opinione su quello che succedeva fuori da casa tua. Oggi quel tipo di interazione si è progressivamente ridotta, sostituita da altri modi di accesso alle notizie. E noi, anche se non ce ne accorgiamo sempre, siamo un po’ più soli e un po’ più disorientati.

Da questa consapevolezza è partito Nicola Angrisano, artista napoletano che ha deciso di fare qualcosa invece di stare a guardare. Il suo progetto si chiama Liberi Edizioni e funziona in modo tanto essenziale quanto efficace: tappezzare le saracinesche delle vecchie edicole chiuse di giornali stampati in grande formato, restituendo a quegli spazi morti una funzione e una voce. Installazioni temporanee, non invasive, che occupano per un po’ quello spazio abbandonato e lo trasformano in qualcosa di utile. Ma attenzione, perché qui non si tratta di nostalgia, non è un progetto che piange il passato o che vuole riportare in vita qualcosa che non esiste più. È esattamente il contrario: Liberi Edizioni guarda avanti e si chiede cosa manca oggi alle persone. La risposta è semplice quanto scomoda: manca la possibilità di costruirsi un’opinione libera, informata, non già digerita da qualcun altro. I temi trattati nelle pubblicazioni non sono quelli che trovi facilmente in prima pagina altrove: si parla di speculazione turistica che sta svuotando Napoli dei suoi abitanti, di diritti negati, di storie dimenticate dai grandi media, di guerre e di chi ci guadagna sopra. Una voce editoriale che non finge di essere neutrale, che prende posizione e lo fa senza scuse. In un panorama informativo sempre più appiattito, dove tutti dicono tutto e il contrario di tutto, questa chiarezza è già una forma di rispetto verso chi legge.

In una città dove sempre più spazi si svuotano e si spengono, Nicola Angrisano prova a riempirli di domande, immagini e parole. In questa intervista per RoadTv Italia ci racconta perché:

Ciao Nicola, Liberi Edizioni nasce da una perdita concreta, quella delle edicole, ma diventa qualcosa di più ampio. Da dove viene davvero l’impulso che vi ha spinto a trasformare una saracinesca abbassata in un atto politico di informazione e artistico?

Le edicole dismesse sono parte del nostro paesaggio urbano. In molte città vengono rimosse; a Napoli invece restano lì, chiuse e abbandonate. L’idea è nata proprio da questo: far tornare a parlare quei corpi di ghisa e acciaio che per anni hanno rappresentato un punto fisico di accesso all’informazione. Quando ero bambino l’edicola era un luogo dove persone diverse si incontravano, leggevano le prime pagine, discutevano, litigavano anche. Non era soltanto un posto dove si vendevano giornali: era uno spazio quotidiano di confronto e discussione, dove l’opinione pubblica prendeva forma attraverso l’incontro tra persone diverse. Oggi invece il dibattito online tende sempre più spesso a polarizzarsi dentro comunità costruite per affiliazione o contrapposizione. Con Liberi abbiamo cercato di recuperare quella funzione attraverso un gesto artistico e politico insieme. Le saracinesche abbassate diventano enormi pagine di giornale: non è semplicemente un manifesto attaccato sopra un’edicola, ma una specie di vestito su misura che il manufatto indossa. Dietro c’è anche una riflessione più ampia: come può una città diventare uno strumento di comunicazione politica? Una città da sola non parla. Sono le persone che trasformano lo spazio urbano in un mezzo di comunicazione. In questo senso, quello che proviamo a fare è semplice: trasformare la città e i suoi spazi in luoghi che producono informazione e discussione pubblica.

Il nome “Liberi” non è casuale. Liberi da cosa, secondo te, dobbiamo ancora imparare a essere?

Il nome non è casuale e richiama volutamente il lettering del quotidiano Libero. Ci ha sempre infastidito l’appropriazione della parola “libertà” da parte di una testata che spesso, nei fatti, osteggia le libertà. Per noi la differenza sta proprio nella declinazione della parola. Chi è ricco e potente può sentirsi libero di escludere, sopraffare, violare. Ma essere liberi implica qualcosa di diverso: il riconoscimento reciproco, la responsabilità, la capacità di tenere insieme i bisogni della collettività. Altrimenti la libertà rischia di diventare soltanto un privilegio individuale travestito da diritto.

I temi che trattate (dal genocidio in Palestina alla speculazione turistica su Napoli, dalla vicenda Assange al caso Mario Paciolla) sono spesso scomodi per le tendenze dominanti. Come scegliete di cosa parlare, e avete mai subito pressioni o conseguenze per i contenuti pubblicati?

Non esiste una vera e propria redazione che decide dall’alto cosa trattare. Di solito il lavoro nasce da una relazione con collettivi, comunità, reti di attivisti che chiedono visibilità su una determinata vicenda. Noi ci offriamo come media a supporto di una lotta o di un conflitto che riteniamo importante: dalla Palestina alla vicenda di Julian Assange, dalla turistificazione di Napoli fino alla richiesta di verità per Mario Paciolla o per Ugo Russo. C’è una disponibilità a dare voce a chi spesso non trova spazio nell’informazione mainstream. Ma il contributo non è mai calato dall’alto: il coinvolgimento diretto di chi vive quelle lotte è la parte più importante del processo. Condividiamo anche un’idea precisa: l’informazione non è neutra, ma un terreno di conflitto e costruzione di senso. E infatti alcune installazioni hanno generato reazioni molto dure. Penso ad esempio alle pagine con il titolo “Zionists not welcome”, più volte vandalizzate, oppure a una pagina con una foto di Francesca Albanese, ricoperta quasi subito di insulti e scritte offensive. Ma in fondo è anche questo il segno che stiamo parlando di qualcosa di necessario. Se un’installazione genera discussione, tensione o persino rifiuto, significa che è riuscita a rompere almeno per un momento la neutralità apparente dello spazio urbano.

Le installazioni sono temporanee e non invasive: una scelta precisa. Cosa significa per te fare arte nello spazio pubblico senza “occuparlo” stabilmente?

È una scelta molto precisa. Liberi nasce come installazione temporanea e non invasiva. Non vogliamo sottrarre spazio pubblico o trasformarlo in qualcosa di permanente: lavoriamo piuttosto nella natura temporanea dell’arte urbana. Le edicole vengono rivestite temporaneamente da grandi pagine di giornale e poi tornano allo stato originario. Il fatto che un’installazione duri due mesi, due settimane o venga distrutta il giorno dopo non è così importante: fa parte della natura stessa del progetto. Anche l’allestimento è pensato come una sorta di performance pubblica. C’è una messa in scena collettiva, spesso una conferenza stampa improvvisata, fotografi, giornalisti, persone che si fermano a parlare. Più che occupare stabilmente uno spazio, ci interessa attivarlo temporaneamente e creare attorno a quell’edicola un momento di discussione pubblica.

Stampare giornali in grande formato su una saracinesca costa, richiede tempo e organizzazione. Come si sostiene economicamente il progetto?

Il progetto si sostiene attraverso un equilibrio molto fragile tra risorse materiali e risorse immateriali. Dal punto di vista economico, i costi sono relativamente contenuti perché le installazioni sono temporanee, realizzate con mezzi semplici e con una struttura molto leggera. Spesso le spese di stampa vengono sostenute direttamente da collettivi, associazioni o realtà che promuovono una determinata campagna e che vedono nell’edicola uno strumento utile per dare visibilità pubblica a un tema. Ma la vera risorsa del progetto è soprattutto il tempo. Dietro ogni installazione ci sono ore di scrittura collettiva, impaginazione, progettazione grafica, allestimento, documentazione fotografica e presenza nello spazio pubblico. È un lavoro che esiste perché ci sono persone che continuano a vivere il mediattivismo come una pratica politica e non come qualcosa che debba necessariamente produrre reddito. Veniamo da esperienze di radio di quartiere, street tv, open publishing e reti mutualistiche: mondi in cui il tempo messo a disposizione delle lotte era già parte dell’azione politica stessa. In questi mesi si è parlato molto del cosiddetto “reddito di giornalanza” e della possibilità di abolire i finanziamenti pubblici all’editoria. È una discussione che guardiamo con favore, soprattutto quando quei fondi finiscono a grandi gruppi editoriali perfettamente integrati negli assetti economici e politici dominanti, spesso gli stessi che rivendicano il libero mercato dell’informazione. Liberi, in ogni caso, non vive di quel sistema. Il progetto si regge sul lavoro volontario, sul tempo politico messo a disposizione da chi fa mediattivismo e sul sostegno diretto delle comunità e delle campagne con cui collaboriamo.

Chi legge davvero queste installazioni? Hai mai avuto un riscontro diretto dalla gente del quartiere, una reazione inaspettata che ti ha colpito?

La cosa più interessante è che spesso le installazioni vengono lette da persone che normalmente non entrerebbero in certi spazi politici o culturali. L’edicola è un oggetto urbano familiare, riconoscibile, e questo crea una forma di accessibilità immediata.Uno degli episodi più forti è stato durante l’installazione “Processo al capitano”, dedicata a quattro ragazzi arrestati dopo uno sbarco nel porto di Napoli con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Durante l’affissione si è creata spontaneamente una comunità attorno all’edicola: persone che non conoscevamo, anche migranti e abitanti del quartiere, si sono fermate a parlare con noi, con i giornalisti e i fotografi presenti. Ma altre volte l’edicola è diventata anche luogo di scontro molto acceso. Alcune installazioni sulla Palestina hanno generato discussioni durissime nello spazio pubblico, tra persone che si fermavano a commentare, contestare o difendere il contenuto esposto. Ed è una cosa che per noi ha valore. Perché significa che quell’edicola, anche solo temporaneamente, smette di essere un elemento passivo dell’arredo urbano e torna a essere uno spazio pubblico vivo, attraversato da tensioni, discussioni e conflitti reali. È lì che abbiamo capito meglio il senso del progetto: non soltanto comunicare un contenuto, ma creare uno spazio fisico di incontro, confronto e discussione pubblica.

Le saracinesche diventano così qualcosa di inaspettato: non più simbolo di abbandono e declino, ma superficie viva, spazio di pensiero, angolo di città che torna a fare il suo mestiere. Liberi Edizioni non salverà il mondo, ma ricorda a chi passa per strada che fermarsi a leggere, a ragionare, a farsi un’idea propria è ancora possibile. E che forse, in fondo, è proprio da lì che si comincia.

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