Mentre la città si riempie di turisti e ombrelloni, c’è un’altra Napoli che passa l’estate davanti allo schermo di un computer: quella dei ragazzi che inviano curriculum, sostengono colloqui online e, in molti casi, preparano le valigie per andarsene
Napoli d’agosto ha due facce. C’è quella delle cartoline, con i lungomare presi d’assalto e i ristoranti pieni fino a notte fonda; e c’è quella meno raccontata, fatta di ragazzi che rinunciano al mare per restare chiusi in camera a rispondere ad annunci di lavoro o a prepararsi per colloqui che spesso si svolgono a centinaia di chilometri di distanza. Per una fetta consistente della gioventù partenopea, l’estate non è la stagione del riposo ma quella delle candidature.
Il paradosso salta subito agli occhi: proprio nei mesi in cui la città vive il suo picco economico grazie al turismo, tanti giovani napoletani si trovano a inseguire opportunità altrove: alcuni riescono a inserirsi nel circuito stagionale (cameriere, receptionist, animatore, guida turistica) ma spesso si tratta di contratti brevi, paghe modeste e nessuna garanzia che quel lavoro sopravviva a settembre. Altri, semplicemente, non trovano nulla in città e allargano il raggio della ricerca fino a Milano, Bologna, o direttamente fuori dai confini nazionali: Germania, Regno Unito, Paesi del Nord Europa dove il mercato del lavoro giovanile appare più dinamico e le retribuzioni più eque.
I colloqui, in questo scenario, si sono trasformati: non più incontri in presenza ma videochiamate fissate tra un turno di lavoretto estivo e l’altro, spesso gestite dalla cameretta di casa con la connessione che va e viene. C’è chi si prepara ripassando l’inglese fino a notte, chi studia le domande più ricorrenti guardando tutorial su YouTube, chi affronta terzo o quarto colloquio dopo mesi di silenzi e risposte automatiche ricevute via mail. La ricerca di un impiego, per molti under 30 della città, è diventata essa stessa un lavoro a tempo pieno, non retribuito e carico di ansia.
Dietro ogni curriculum spedito c’è una storia diversa: chi ha appena chiuso un percorso universitario e cerca il primo ingresso nel mondo del lavoro, chi ha già accumulato esperienze precarie e non ne può più di contratti a chiamata, chi ha semplicemente stabilito che restare a Napoli, in queste condizioni, non è più sostenibile. Ecco la fotografia di un Mezzogiorno che continua a fare i conti con un mercato del lavoro giovanile fragile, dove le opportunità stabili restano concentrate altrove e la parola “fuga” torna puntualmente di moda.
Eppure c’è anche chi resiste, chi sceglie di restare e scommettere sulla propria città, magari inventandosi un’attività, magari accontentandosi di più lavori part-time pur di non lasciare famiglia e radici, una resistenza silenziosa, fatta di piccoli compromessi quotidiani, che merita altrettanta attenzione rispetto alla narrazione della partenza.
Napoli, in fondo, non manca di energie giovani: manca ancora di strutture capaci di trattenerle. La sfida per Napoli è proprio questa, concreta e non più rinviabile: trasformare l’entusiasmo di chi sogna un futuro in città in condizioni reali per costruirlo.
This post was published on Ago 12, 2026 13:27
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