Centodiciottomilacentosettantatrè abitanti.
Un centro storico, la zona balneare.
Il paese delle meraviglie, Giugliano.
Le vetrine dei tanti negozi e boutique, delle gioiellerie, disseminate lungo le strade principali (novelle sirene incantatrici!), sembrano volerti attirare al loro interno con tutta l’arte seducente e maliziosa del proprio richiamo.
Non un capello fuori posto, alle signore che ne escono cariche di pacchetti, al sabato, dopo il puntuale, sacro rito della “messa in piega” settimanale.
La Giugliano dei lustrini, quella “che conta”, sa presentarsi bene, alle occasioni pubbliche.
L’inaugurazione della nuova villa comunale, il festival della pizza, la tappa di miss Italia, i festeggiamenti in onore di questo o quel santo (davanti al quale sfilare composti e a capo chino, per chiederne protezione)..
Supermercati che nascono come funghi, che rigorosamente si attengono alle regole scrupolose scelte insieme ai clan: quel pane, quei prodotti, quell’acqua.
Non solo riciclaggio.
Se non fosse che per un “piccolo dettaglio”, questo paese mi farebbe pensare ad un film che ho molto apprezzato, in passato, con la regia di Frank Oz, secondo lungometraggio sceneggiato su un acutissimo testo di Ira Levin.
Sì, Giugliano come Stepford.
O, per essere più prosaici: Giugliano la “babba”, come direbbero in Sicilia.
Qui la camorra non spara. Investe e si insinua ovunque fiuti l’affare. Anche nella politica.
E ci uccide tutti. Rendendo schiavo, chi abbassa la testa.
In tempi di “spettri”, mi diverte pensare ad un illustre cittadino di questa terra, che governò nel XVII secolo; lo immagino ancora vivo osservare i cittadini da uno dei balconi dell’odierno Palazzo Palumbo, sua residenza al tempo.
Giambattista Basile si interrogherebbe a lungo, sul motivo che ha indotto gli attuali “governanti il feudo” a negare il sostegno economico alle attività culturali di una fondazione che occupava alcuni locali del palazzo; incuriosito, cercherebbe di comprendere perché, non fossimo riusciti ad evolverci in modo tale da non vivere circondati dalle immondizie; si inquieterebbe non poco, riflettendo sul cemento selvaggio presente al centro, come in zona costiera; e morirebbe d’infarto, davanti alla melma indistinta delle acque marine.
Ed è davanti allo scempio “a cielo aperto” commesso a Taverna del Re, che non mancherebbe di pronunciare le sue ultime parole, rivolgendosi a coloro che hanno amministrato questa terra depredandola della vita.
“Scellerati”.
E li maledirebbe.
Eliana Iuorio
This post was published on Set 13, 2011 23:16
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