La tragedia del Vajont: fu disastro calcolato?

Cinquant’anni fa la tragedia del Vajont

di Antonella Scirocco

9 ottobre 1963. Un mercoledì sera come tanti, un po’ di gente è nei bar per seguire la partita di Coppa Campioni Real Madrid – Glasgow Rangers. L’ora fatale sta per scoccare e in pochi istanti fermerà la vita di tre paesini. Le 22:39 esatte. Questa è l’ora stampata indelebilmente nelle teste dei sopravvissuti. Il monte Toc viene giù come pasta frolla, precipita nell’invaso della diga generando un’onda alta 200 metri che si abbatte violenta e distruttrice sui dormienti paesini di Erto e Casso. Contemporaneamente una seconda, gigantesca onda, scarica la propria energia sull’inerte Longarone, radendola al suolo.
Solo pochi secondi: il boato assordante che risuona contro le montagne circostanti restituendo una spaventosa eco nella valle sottostante, come fosse giudizio universale; lo spostamento d’aria e poi la mole massiccia d’acqua a spazzare via tutto e tutti. Infine solo buio e silenzio. L’indomani, alla luce di una livida alba, si comincia a capire e a cercare. Si cercano ragioni, risposte, responsabili, oltre che corpi. Anime di fango. Quasi duemila, di cui circa seicento mai rinvenuti e molti ai quali non è stato possibile dare un nome. Solo il campanile della chiesa di Longarone, scampato alla furia, rimane in piedi. Sembrò un miracolo o forse, a suo modo, lo fu.

Ma questa storia ha inizio all’incirca nel 1940, quando furono effettuati i primi sopralluoghi per la costruzione di una diga, la più alta del mondo, voluta dal conte Volpi di Misurata, un ex ministro fascista, fondatore e presidente della SADE (Società Adriatica per l’Energia Elettrica). Il posto individuato fu la valle del Vajont, che prende il nome dal fiume che scorre tra Erto e Casso per confluire nel Piave. Nel 1949, cominciarono i rilievi geologici e con essi i primi atti di protesta. La costruzione della diga infatti, avrebbe portato all’esproprio di case e terreni degli abitanti della valle. Ma la SADE, che all’epoca era uno dei monopoli elettrici più potenti, non cede. Comincia l’opera di costruzione nel 1956 senza una effettiva autorizzazione ministeriale. Dal 1961 al 1963 furono apportate varie modifiche del livello dell’invaso per limitare il più possibile il pericolo di smottamento. Il 4 settembre fu portato a 710 metri e si decise di andare avanti a superare la soglia di sicurezza fino all’epilogo di quella tragica sera. Eppure la storia del Vajont è quella di una tragedia annunciata. Annunciata dallo stesso monte Toc, che aveva già dato in precedenza cenni di cedimento; dai negativi rilievi geologici che la stessa SADE aveva commissionato, ma che non furono mai resi noti; dalle proteste delle persone che in quei luoghi vivevano e che quindi conoscevano bene la morfologia del territorio in cui si stava costruendo la diga più alta del mondo, che sarebbe dovuta essere vanto e orgoglio dell’ingegneria civile ma che si è trasformata nella “diga del disonore”. Fu tragedia annunciata anche da una coraggiosa giornalista che nel suo lavoro da sempre di quei territori si occupava, Tina Merlin, la quale con i suoi articoli sull’Unità era stata talmente fastidiosa da procurarsi una denuncia per diffamazione da parte della SADE. Ebbene, le avvisaglie c’erano state, ma chi avrebbe dovuto occuparsi di tutto questo, chi avrebbe dovuto vigilare, sembrava sordo e cieco ai tanti allarmi, mosso solo da biechi scopi economici. Nulla fu fatto per impedire quella immane sciagura, quello che a tutti gli effetti fu un eccidio.

Oggi, a 50 anni dalla tragedia,si fanno avanti nuove ipotesi sul caso. Che si sia trattato di un disastro calcolato? Il monte Toc (che in dialetto vuol dire, appunto, marcio), sarebbe dovuto franare proprio in quel giorno ed intorno a quell’orario? Pare che l’ENEL non avrebbe mai comprato una diga con rischio di frana, per cui si doveva fare in modo di eliminare il problema. E non si sarebbero neppure dovuti avvisare gli abitanti dei luoghi circostanti, si sarebbero creati solo inutili allarmismi, in quanto l’onda, generata dalla possibile frana, non avrebbe dovuto superare i 30 metri. Ma, evidentemente, non andò così!
Ora Erto e Casso rimangono soli, come fantasmi di pietra, fermi in una terribile istantanea a quella sera del 9 ottobre da 50 anni. Cinquanta anni a celebrare le Assenze e i ricordi, la rabbia per ciò che si sarebbe potuto evitare. Da cinquant’anni il loro aspetto trattiene la memoria e il dolore. Longarone no, è stata ricostruita, ed ora, giovane e forte, tenta di non spegnere le luci, di lasciare aperti gli interrogativi su una tragedia italiana che spesso, forse, viene dimenticata. Perché no, non si può non ricordare. Sopravvissuti e parenti delle vittime non vogliono finire ciechi come la giustizia. A 50 anni di distanza ancora si cerca di fare luce su questo eccidio, su quello che sembra uno degli intrighi politico-economici più clamorosi dell’Italia degli anni ’60. Si invoca a gran voce che emerga la verità, che sia fatta giustizia per una brutta pagina della nostra storia che chiede risposte e che non conosce ancora, precisamente, mandanti e colpevoli.

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