Giacomo Ambrosino ha fondato EDP Edizioni con un’idea precisa: dare spazio a storie che abbiano un motivo per esistere, senza piegarsi alle logiche del mercato. Un progetto piccolo, consapevole, che punta sulla coerenza più che sui numeri.
C’è chi nell’editoria prova a inseguire il mercato, e chi, invece, prova a costruirsi una strada propria, anche sapendo che sarà più lenta e decisamente più complicata. Ed è in questa seconda categoria che si muove Giacomo Ambrosino, il papà di EDP Edizioni, senza scorciatoie e senza l’illusione che basti pubblicare libri per stare in piedi.
Oggi fare editoria indipendente significa muoversi in un equilibrio sottile: da una parte ci sono i grandi gruppi che hanno mezzi, distribuzione e una presenza capillare, e dall’altra chi parte da zero, con idee chiare ma risorse limitate, costretto a fare i conti ogni giorno con numeri che non perdonano. In questo spazio ristretto, EDP Edizioni non rincorre il titolo facile né il fenomeno del momento, ma punta a costruire una linea editoriale riconoscibile, un’identità che tenga insieme i libri pubblicati e li renda parte di un progetto, non episodi isolati. Una scelta meno appariscente, ma più difficile da sostenere, perché quando entrano in gioco costi, tempi e risultati, la tentazione di piegare il progetto alle esigenze del mercato è sempre dietro l’angolo, e spesso è proprio lì che molti si perdono. Ambrosino parte da una direzione ben definita, restare coerenti anche quando sarebbe più semplice cambiare rotta. Non per ostinazione, ma per dare continuità ad un’idea di editoria che non si limita a “stare sul mercato”, ma prova a dire qualcosa, è anche da qui che passa il valore di una realtà come EDP Edizioni: nello spazio che riesce a creare per storie che non devono necessariamente adattarsi a ciò che funziona subito. Uno spazio piccolo, certo, ma proprio per questo più libero.
Fare editoria oggi è facile dirlo, molto meno farlo con coerenza: ne ho parlato proprio con Giacomo Ambrosino in questa intervista per RoadTv Italia:
Ciao Giacomo, quando nasce EDP Edizioni e cosa ti ha spinto ad intraprendere questa attività?
EDP Edizioni (Essenza Di Parole Edizioni) nasce da un percorso che in realtà era già cominciato da tempo, anche prima di darle un nome preciso. Negli anni mi sono trovato spesso a lavorare intorno ai libri, agli autori, ai progetti culturali, e a un certo punto mi sono reso conto che non mi bastava più stare “accanto” a questo mondo. Sentivo il bisogno di entrarci davvero, ma farlo a modo mio. Quello che mi ha spinto è stato soprattutto questo: vedere quante storie ci sono, quanti autori ci sono, e quante volte tutto questo viene trattato in modo troppo veloce, troppo impersonale, troppo freddo. EDP nasce anche da una forma di insofferenza, se vogliamo. Dalla voglia di provare a fare editoria in una maniera più attenta, più presente, più onesta, senza pensare solo a “tirare fuori” libri, ma cercando di costruire qualcosa che abbia senso.
In un mercato dominato dai grandi gruppi, come si costruisce un’identità forte senza finire schiacciati?
Secondo me il punto è smettere subito di pensare di dover fare la guerra ai grandi gruppi. Perché è una guerra persa in partenza, e forse anche sbagliata. Una realtà come la nostra non può giocare la partita dei numeri, delle grandi distribuzioni, dei volumi. Onestamente non ce lo possiamo permettere al momento e non so dirti se riusciremo in futuro. Ma il punto non è neanche soltanto questo. Penso che lentamente potremmo provare a giocarci la partita della visione, della cura, della coerenza. Penso che oggi l’identità si costruisca soprattutto facendo delle scelte chiare, capendo cosa vuoi essere e anche cosa non vuoi diventare. Il rischio, quando sei piccolo o indipendente, è voler fare tutto. E invece secondo me devi avere il coraggio di essere riconoscibile, anche se questo significa escludere delle cose, magari vai più piano, ma almeno costruisci qualcosa che non si confonde con tutto il resto.
Oggi molti parlano di crisi della lettura: è davvero così grave o è anche una scusa del settore per non rinnovarsi?
Penso che entrambe le cose siano vere. La crisi della lettura esiste, sarebbe inutile raccontarci il contrario. Viviamo in un tempo in cui l’attenzione si spezza facilmente, in cui tutto corre, in cui leggere richiede uno spazio mentale che oggi spesso manca. Però è anche vero che a volte il settore editoriale si rifugia troppo dietro questa frase.
Come se bastasse dire “la gente non legge più” per sentirsi assolti. Io credo che il problema non sia solo quanti leggono, ma anche come si parla ai lettori oggi. Perché il lettore di oggi non è necessariamente meno sensibile o meno curioso. È diverso. Ha altri ritmi, altri linguaggi, altre soglie di attenzione. Quindi sì, il problema c’è. Ma secondo me bisogna anche avere il coraggio di farsi una domanda scomoda: noi, come editoria, stiamo davvero facendo tutto il possibile per essere vivi dentro questo tempo?
Che tipo di libri vuoi portare in catalogo e, soprattutto, cosa non pubblicheresti mai, anche se “venderebbe facile”?
Vorrei portare in catalogo libri che abbiano un motivo per esistere.
Detta così può sembrare una frase un po’ astratta, ma in realtà è molto concreta. A me, in primis da lettore, interessano i libri che hanno una voce, che lasciano qualcosa, che non sembrano nati solo per occupare uno spazio o inseguire un trend. Non ho un’idea snob del mercato, ci tengo a dirlo. Non penso che tutto ciò che vende sia per forza brutto o superficiale. Sarebbe una sciocchezza. Però so anche che ci sono libri che nascono solo perché “adesso questa cosa tira”. Ecco, quella è una logica che non mi appartiene e spero non mi apparterrà mai. Ma non voglio fare lo snob, non è un qualcosa che mi appartiene ma non posso neanche prevedere cosa accadrà in futuro. Quello che non pubblicherei mai è un libro che sento finto: senz’anima, senza urgenza, senza verità. Anche se magari, commercialmente, potrebbe funzionare. Poi è chiaro: chi fa editoria deve anche stare in piedi e dobbiamo portare la cosiddetta pagnotta a casa. Perché è comunque un’attività imprenditoriale. Anche chi fa charity o beneficenza deve fare le cose come si deve e deve mantenere strutture, dipendenti, attività. Ma se togli tutto e resta solo il calcolo, allora secondo me si perde il punto.
Qual’è la caratteristica che contraddistingue EDP da altre case editrice?
Siamo nati da poco ed abbiamo all’attivo un piccolo racconto che parla di una frattura sociale. Forse girerei la questione a cosa vogliamo assomigliare, a cosa vogliamo aspirare e riuscire: essere presenti. Per me è importante che un autore non si senta un file in una cartella o una mail a cui rispondere quando capita. Mi interessa che ci sia un rapporto vero, serio, chiaro. Non significa fare promesse fuori misura o creare aspettative irreali. Anzi, a volte vuol dire anche dire cose scomode, ma dirle con rispetto. Penso che EDP voglia distinguersi proprio in questo: nel cercare di costruire un lavoro editoriale che non sia meccanico.
Dove il libro non è solo “il prodotto finale”, ma un percorso che va seguito bene. Poi magari non saremo perfetti, e non voglio neanche vendere l’idea della casa editrice “magica”. Perchè non lo siamo. Non siamo la novità, siamo l’ultima di tantissime realtà che ci hanno ispirato ed ogni giorno ci ispirano, sia come visione sia come produzione letteraria. Però l’intenzione è quella di esserci davvero, e secondo me oggi non è una cosa così scontata.
Se domani arrivasse una proposta da un grande gruppo editoriale, collaborazione o acquisizione, la prenderesti in considerazione o andrebbe contro l’idea con cui sei partito?
La prenderei in considerazione, sì. Non sono uno di quelli che dice “mai” per fare la parte del puro. Dipenderebbe da tante cose, ovviamente.
Dal tipo di proposta, dal margine di libertà, dal rispetto dell’identità del progetto. Io non sono contrario alla crescita, né alle collaborazioni.
Sarebbe anche un po’ ingenuo pensare che per restare fedeli a sé stessi bisogna per forza restare chiusi in un angolo. Però c’è una linea che per me sarebbe importante non superare: non vorrei mai che EDP diventasse qualcosa di distante dal motivo per cui è nata.
Quindi sì, valuterei. Ma non a qualsiasi costo.
Guardando avanti: EDP Edizioni vuole restare una realtà di nicchia consapevole o ha l’ambizione di crescere e giocarsi una partita più grande?
L’ambizione di crescere c’è, sarebbe ipocrita negarlo. Se costruisci un progetto e ci credi, è normale volerlo far crescere. Però, come ho già detto, vorrei che fosse una crescita giusta. Non dovuta all’ansia di presenza, per rincorsa, per bisogno di sembrare più grandi di quello che si è. A me interessa che EDP cresca in credibilità, in identità, in solidità. Che diventi una realtà riconoscibile, rispettata, capace di fare bene il proprio lavoro. Se poi questo porterà anche a giocarsi una partita più grande, allora bene. Ma spero che succeda senza perdere quella parte umana e quasi artigianale che per me è fondamentale. Perché alla fine, almeno per come la vedo io, fare editoria non è solo pubblicare libri.
È capire che responsabilità hai quando decidi di dare spazio a una voce.
Nel settore editoriale, dove molti arrivano di corsa e pochi resistono, Ambrosino sembra aver capito che la durata si costruisce lentamente, un libro alla volta, un autore alla volta, senza smettere di chiedersi perché.
Ad maiora, Giacomo.
This post was published on Apr 13, 2026 8:10
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