Cultura

“Come la tartaruga”, il nuovo libro di Clementina Tirino contro i pregiudizi sull’autismo

Lorenzo ha otto anni, è autistico e su un foglio tiene una lista. Ci scrive quello che vuole fare, imparare o affrontare, poi lo segna: una spunta quando ce la fa, niente quando ancora non ci riesce, mezza spunta quando un pezzo di strada l’ha fatto comunque. È il filo che tiene insieme “Come la tartaruga”, il nuovo libro di Clementina Tirino, in  libreria da settembre, che prova a raccontare l’autismo da dove nessuno lo guarda quasi mai: dalla testa di un bambino.

E bambino è la parola giusta. L’autrice, che nella vita è un’insegnante, non mette la diagnosi davanti a tutto: prima c’è Lorenzo, uno che osserva, ragiona, ha paura, si arrabbia, ci prova, sbaglia e ricomincia. Solo che spesso non trova le parole per dire cosa gli succede dentro, e allora usa quel foglio. Per gli altri è carta, ma per lui è l’unica cosa che resta ferma mentre il resto si muove. Nel libro c’è una frase che lo spiega meglio di un manuale: “La lista non sistema il mondo. Sistema lui dentro al mondo.”

Per capire a cosa serve basta immaginare una giornata qualsiasi vissuta da lui. Una voce, una domanda, una porta che si apre, un compagno che passa troppo vicino: se arriva tutto insieme, Lorenzo si perde. La testa si riempie di immagini, le mani si agitano, il cuore accelera. Lui lo chiama “troppo”. Una sedia trascinata sul pavimento o dieci bambini che parlano nello stesso momento, cose che noi neanche notiamo, per lui diventano un peso quasi fisico. Persino una carezza, se arriva all’improvviso, può fargli l’effetto di una scossa. Ed è uno dei passaggi più duri del romanzo: Lorenzo vuole affetto, ma il suo corpo a volte non riesce a sopportarlo.

Il libro insiste parecchio su questo punto: un bambino che non ti guarda in faccia, che si agita, che si allontana o che sta zitto viene spesso giudicato come maleducato, chiuso, svogliato. Nel romanzo, invece, dietro ogni gesto c’è un motivo: se si agita non è per scappare, è per riuscire a restare senza farsi travolgere; se tace, dentro di lui sta succedendo di tutto. Lorenzo pensa prima per immagini e poi per parole, per questo studia ogni situazione prima di entrarci. E si fida dei numeri, perché quelli non cambiano faccia e non lo fraintendono.

La scuola è il posto dove tutto questo si vede di più. Lorenzo preferisce arrivare quando il corridoio è vuoto, con le porte chiuse e nessun rumore inatteso. Poi arrivano gli altri, e con loro gli sguardi. Ad un certo punto viene trattato quasi come se fosse “contagioso“, una parola che gli resta addosso come una ferita. Lui non si mette a lottare per un posto nel gruppo: si siede da solo. Si protegge, ma intanto perde, perché a quel gruppo vorrebbe appartenere eccome. L’unica che trova il modo di raggiungerlo è la maestra di sostegno, che parla piano, non lo invade e soprattutto non se ne va.

Poi c’è la famiglia, e qui il racconto fa ancora più male. La parola “autistico” entra in casa piano piano: prima i silenzi, poi le ricerche, le paure della madre, le preghiere, i medici. Lorenzo la sente come un’etichetta che qualcuno gli appiccica sopra. “Io mi chiamo Lorenzo. Pensavo fosse sufficiente“. Quando i genitori si separano, lui legge la stanchezza della madre e i dubbi del padre e si convince di essere almeno in parte la causa. Nella lista scrive: “Non essere il problema“. Un bambino di otto anni che si sente un peso per chi ama, è forse l’aspetto più amaro del libro, e chi vive l’autismo in famiglia probabilmente la riconoscerà.

Il titolo viene dalla favola di Esopo, La lepre e la tartaruga, che la madre gli raccontava da piccolo e che poi Lorenzo ha imparato a leggere da solo. La lepre corre e tutti puntano su di lei, la tartaruga va piano, ma non si ferma. Lorenzo si rivede lì: non gli interessa battere nessuno, vuole arrivare. Con i suoi tempi, senza dover diventare lepre per forza. E si fa domande che un adulto raramente si pone: chi ha stabilito che un minuto valga uguale per tutti? E se il problema non fosse la sua lentezza, ma la fretta di chi gli sta intorno?

L’autrice spiega che il romanzo non vuole dare una definizione clinica dell’autismo né parlare a nome di tutte le persone autistiche. Racconta di aver avuto “l’audacia di raccontare un mondo che non vivo in prima persona“, partendo da quello che il lavoro in classe le ha insegnato a vedere: il gesto che arriva prima della parola, il silenzio che nasconde una richiesta. “Vorrei che il lettore imparasse a guardarlo senza pietà, ma con attenzione“, scrive. E sulla scrittura, che per lei è un rifugio, lascia una frase che vale come firma: “Ogni volta che la vita prova a farmi fuori, io rispondo con una pagina.”

Per approfondire il percorso che ha portato alla nascita di Come la tartaruga e le riflessioni che attraversano la storia di Lorenzo, ho intervistato Clementina Tirino. L’autrice ha raccontato le difficoltà di affrontare un tema così delicato, il valore dei piccoli traguardi e l’importanza di imparare a guardare ogni bambino oltre le etichette, lasciando spazio ai suoi tempi e al suo modo di stare nel mondo:

Ciao Clementina. Tu sei un’insegnante: c’è stato un bambino, un momento in classe o un gesto preciso da cui è nata l’idea di Lorenzo?

Non c’è stato un momento preciso, né un bambino in particolare da cui è nata l’idea di Lorenzo. In realtà, questa storia è nata molti anni fa. Per tanto tempo è rimasta in un cassetto, perché mi mancavano l’esperienza e, soprattutto, il coraggio di affrontare un tema così delicato. Il mio lavoro di insegnante mi ha aiutata a guardare i bambini con occhi diversi, ma non soltanto quelli autistici. Mi ha insegnato, o forse mi ha ricordato, che ogni bambino ha bisogno di essere visto, ascoltato e compreso. Non credo che ci sia una differenza nel bisogno di attenzioni, di rispetto e di affetto tra un bambino autistico e uno non autistico. Ogni bambino ha il suo modo di esprimersi, di comunicare e di stare nel mondo, e ciascuno merita che qualcuno trovi il tempo di comprenderlo. Dopo tanti anni, ho ripreso quell’idea e ho trovato il coraggio di svilupparla, anche grazie all’esperienza maturata a scuola. Il mio lavoro non ha fatto nascere Lorenzo, ma mi ha aiutata ad avvicinarmi a lui con uno sguardo più attento. Forse, in fondo, Lorenzo aspettava soltanto che io fossi pronta ad ascoltarlo.

Hai scelto di raccontare l’autismo dall’interno, pur non vivendolo in prima persona. Cosa ti ha spaventata di più in questa scelta e come hai cercato di non tradire chi lo vive davvero?

Mi ha spaventata soprattutto il rischio di sbagliare, di essere giudicata e, ancora di più, di raccontare qualcosa che non mi appartiene fino in fondo. L’autismo è un mondo complesso, fatto di esperienze diverse, e non ho mai pensato di essere nella posizione di spiegare che cosa sia davvero o di insegnare agli altri come affrontarlo. Per questo ho cercato di muovermi con molta cautela, senza la presunzione di rappresentare tutti i bambini autistici e le loro famiglie. Non ho voluto raccontare l’autismo, ma la vita di Lorenzo: un bambino che ho immaginato, con le sue paure, i suoi pensieri, i suoi silenzi e il suo modo di guardare il mondo. Ho cercato di avvicinarmi a lui senza pretendere di conoscere tutto, lasciando spazio alle sue emozioni e alla sua storia. So che la mia è soltanto una prospettiva, e che chi vive l’autismo in prima persona può insegnare a me, e a tutti noi, molto più di quanto io possa spiegare attraverso un romanzo. Eppure, a un certo punto, ho capito che la paura di non essere all’altezza non doveva necessariamente impedirmi di raccontare questa storia. Ho trovato il coraggio di pubblicarla proprio accettando i miei limiti. Non voglio insegnare nulla a nessuno. Vorrei soltanto che Lorenzo potesse suscitare una domanda, un’emozione, magari un gesto di maggiore attenzione verso un bambino che facciamo fatica a comprendere. Se questo libro riuscirà anche solo a far fermare qualcuno ad ascoltare un po’ di più, allora avrò sentito che valeva la pena provarci.

Nel libro Lorenzo viene trattato come “contagioso” e finisce per sedersi da solo. Quanto c’è di reale in questo nelle nostre scuole, e cosa dovrebbe cambiare?

Lorenzo è un bambino inventato, nato dalla mia immaginazione, ma le situazioni che vive non sono purtroppo estranee alla realtà. L’esclusione, la solitudine e la paura di ciò che non si conosce possono manifestarsi a scuola, nei parchi e nei gruppi di bambini. È qualcosa che ho potuto osservare nel mio lavoro: a volte un bambino viene allontanato non perché abbia fatto qualcosa di sbagliato, ma semplicemente perché è percepito come diverso. E così può ritrovarsi solo, mentre gli altri continuano a giocare. Non voglio puntare il dito contro i bambini, né contro gli insegnanti. La scuola affronta queste situazioni ogni giorno, e spesso sono proprio gli insegnanti a cogliere segnali di disagio che rischiano di passare inosservati. Ma credo che non basti intervenire quando l’esclusione è già avvenuta: dobbiamo lavorare soprattutto sulla prevenzione. Dobbiamo educare i bambini, fin da piccolissimi, a conoscere e rispettare la diversità, a non temere ciò che non comprendono e a non trasformare una differenza in un motivo per escludere qualcuno. La sensibilità non nasce sempre spontaneamente: si coltiva attraverso le parole, gli esempi e le esperienze quotidiane. È importante insegnare ai bambini che non siamo tutti uguali, ma che nessuno, per questo, vale meno degli altri. Con Lorenzo ho voluto raccontare una solitudine che esiste, senza accusare nessuno, ma invitando a guardarla. Perché forse il primo cambiamento comincia proprio quando smettiamo di considerare normale che un bambino debba sedersi da solo.

Lorenzo arriva a pensare di essere la causa della separazione dei genitori. Cosa vorresti che arrivasse alle famiglie che leggeranno questa parte?

Vorrei che arrivasse un messaggio semplice, ma fondamentale: i bambini non devono portare il peso dei problemi degli adulti, né sentirsi responsabili delle loro scelte. Lorenzo comincia a percepire di essere diventato diverso agli occhi dei genitori dopo la visita in clinica. Non comprende fino in fondo ciò che sta accadendo, ma osserva i cambiamenti, le attenzioni, le preoccupazioni e le tensioni. E, con lo sguardo di un bambino, finisce per pensare che il problema sia lui. La cosa più dolorosa è che non riesce a dirlo. Non esprime apertamente questo pensiero, ma il silenzio e la mancanza di un dialogo capace di rassicurarlo lo portano a convincersi sempre di più di essere la causa di ciò che sta succedendo. Non accade necessariamente in tutte le separazioni, naturalmente. Ma credo che ogni bambino, soprattutto nei momenti difficili, abbia bisogno di sentirsi rassicurato e di sapere che cosa sta cambiando nella sua vita. Per questo vorrei dire ai genitori di non aspettare sempre che siano i figli a fare domande. Ci sono bambini che chiedono spiegazioni, altri che esprimono apertamente la loro paura e altri ancora che rimangono in silenzio. Ma il silenzio non significa che non stiano pensando, osservando o soffrendo. A volte un bambino non sa dare un nome a ciò che sente, e allora spetta all’adulto trovare le parole giuste, con delicatezza e sincerità. Durante una separazione, è importante spiegare che cosa sta accadendo, rassicurare il bambino e fargli capire che non è responsabile delle decisioni dei genitori. Lorenzo ci ricorda che non sempre i bambini riescono a raccontarci ciò che li fa soffrire. A volte non dobbiamo aspettare che siano loro a parlare: dobbiamo essere noi adulti ad andare loro incontro.

La mezza spunta è uno dei simboli più forti del romanzo. Nella tua esperienza, quanto contano i piccoli traguardi che di solito nessuno vede?

Per me la mezza spunta è uno dei simboli più belli del romanzo, perché rappresenta la speranza. Nella lista di Lorenzo ci sono cose che riesce a spuntare e altre che, invece, rimangono incompiute. Quando una frase non viene spuntata, Lorenzo riconosce un proprio limite e, in quel momento, non riesce ad andare oltre. Non vuole neppure che qualcuno lo aiuti a completarla: è come se avesse bisogno di riconoscere da solo ciò che non è ancora riuscito a fare. La mezza spunta, invece, racconta qualcosa di diverso. Non è un fallimento, ma una possibilità lasciata aperta. Lorenzo non ha completato quel gesto, ma ne ha già compiuto una parte. E quella metà sembra dirci che forse, un giorno, potrà tornare su quella frase e provare ancora, fino a trasformarla in una spunta intera. È questo che mi emoziona: la mezza spunta non racconta ciò che manca, ma ciò che potrebbe ancora accadere. Nella mia esperienza, i piccoli traguardi contano tantissimo. Spesso sono proprio quelli meno visibili a richiedere il coraggio più grande. Ci sono conquiste che dall’esterno possono sembrare insignificanti, ma che per chi le raggiunge rappresentano un passo enorme. Non sempre possiamo conoscere la fatica che c’è dietro un gesto, una parola o un tentativo.

Credo che dovremmo imparare a riconoscere questi traguardi senza misurarli continuamente con quelli degli altri. Non tutti procediamo allo stesso ritmo e non tutti abbiamo bisogno di raggiungere le stesse cose nello stesso modo. Anche per me, pubblicare Come la tartaruga è stato un piccolo, grande traguardo. Per anni ho custodito questa storia senza trovare il coraggio di portarla fuori dal cassetto. Mi spaventava la delicatezza del tema, il rischio di non riuscire a raccontarlo nel modo giusto. Alla fine, però, ho deciso di provarci, mantenendo uno sguardo rispettoso e senza la pretesa di rappresentare un mondo che non posso conoscere interamente. Se penso alla lista di Lorenzo, credo che anche io, con questo libro, abbia messo una spunta. Forse non è una spunta perfetta, e non pretende di esserlo. Ma è il segno che ho avuto il coraggio di tentare. E a volte, prima ancora di arrivare al traguardo, la conquista più grande è trovare il coraggio di fare il primo passo.

La storia di Lorenzo ci lascia una domanda che va oltre le pagine del romanzo: siamo davvero disposti a rallentare per comprendere chi procede a un ritmo diverso dal nostro? Come la tartaruga ci ricorda che non tutti i percorsi sono uguali e che, prima di giudicare un comportamento o pretendere un passo in più, dovremmo imparare ad ascoltare. Perché a volte quella che agli occhi degli altri sembra una piccola conquista, per un bambino rappresenta già un enorme atto di coraggio.

Change privacy settings
×