Un ex fidanzato di 25 anni, armato di coltello, aggredisce in poche ore la sua ex, la madre, il suocero, la sorella e il padre. Dietro la cronaca di una notte di furia si nasconde la traiettoria di uno stalking che la legge conosce bene ma che, ancora una volta, nessuno ha fermato in tempo.
Un ragazzo di 25 anni prende uno scooter, infila un coltello da cucina nella giacca ed esce di casa con l’intenzione dichiarata di punire chiunque gli si sia messo tra lui e la sua ex fidanzata. Non aggredisce una persona, ma ben cinque, nel giro di poche ore, a Bacoli: la madre, morsa al braccio dopo averla spinta contro un divano; il suocero, affrontato coltello contro mazza da baseball sotto casa della ragazza; la sorella, minacciata di morte dietro un portone che lui stesso manda in frantumi; il padre, raggiunto al pronto soccorso, schiaffeggiato, gettato a terra, quasi strangolato. All’origine di tutto, un messaggio scritto poche ore prima: sto venendo sotto casa tua, fai venire anche tuo padre, vi taglio la testa. Il 25enne non si limita a inseguire l’ex fidanzata, allarga sistematicamente il bersaglio a chiunque abbia provato, in un modo o nell’altro, a proteggerla o a fermarlo: la madre che gli chiede di lasciar perdere, il suocero che si arma per difendere la figlia, la sorella che condivide il suo stesso sangue, il padre che si trova, per puro caso, nello stesso pronto soccorso. Ma perché una storia finita si trasforma in un pomeriggio di sangue collettivo? È una domanda che sembra riguardare una singola persona, e invece riguarda un fenomeno tristemente noto, lo stalking, un reato dal 2009, introdotto dopo anni in cui minacce reiterate, pedinamenti e molestie insistenti venivano sminuiti a fastidi privati, questioni di coppia da risolvere fuori dalle aule di tribunale. Da allora esistono strumenti pensati apposta per intercettare la violenza prima che esploda: l’ammonimento del questore, che permette di richiamare formalmente chi perseguita un’altra persona senza aspettare una denuncia penale; le misure cautelari, dal divieto di avvicinamento al braccialetto elettronico; e dal 2019 il cosiddetto codice rosso, che impone tempi rapidissimi per ascoltare chi denuncia violenza di genere o domestica, proprio per evitare che una segnalazione resti sepolta in un cassetto mentre la situazione degenera.
Sulla carta, il sistema c’è. In pratica, però, funziona solo se qualcuno lo attiva per tempo, e soprattutto se chi riceve la segnalazione la prende sul serio prima che diventi cronaca nera. Gli strumenti normativi intervengono quasi sempre dopo la minaccia scritta in chat, dopo il primo episodio di violenza, dopo che il copione si è già messo in moto. La sequenza di Bacoli, con la sua escalation nell’arco di un solo pomeriggio, racconta esattamente questo: un uomo che minaccia, poi aggredisce la propria madre, poi si arma e va a cercare l’ex, poi allarga il cerchio a suocero, sorella e padre. Ogni passaggio, preso singolarmente, avrebbe potuto essere il momento in cui qualcuno interveniva. Messi in fila, raccontano invece quanto sia difficile, per chi sta dentro quella spirale (vittima compresa) riconoscerla come tale prima che sia troppo tardi. Chi si occupa di violenza di genere lo ripete da anni: il momento più pericoloso, in una relazione già segnata da controllo e gelosia, non è quando la relazione va avanti, ma quando finisce. La separazione toglie all’aggressore quella sensazione di controllo che il legame, per quanto tossico, gli garantiva, e spesso è proprio nella fase immediatamente successiva alla rottura che la violenza raggiunge il suo punto più alto.
Una radice culturale attraversa tutta la vicenda: il delitto d’onore, come attenuante che giustificava la violenza contro chi “tradiva” o abbandonava, è stato abolito nel 1981, ma l’idea che ha sostenuto quella norma per decenni, ovvero che una donna sia in qualche modi proprietà dell’uomo che la ama, e che lasciarlo sia un affronto da lavare, non è sparita con l’abrogazione dell’articolo. È migrata nelle chat, nei messaggi scritti con la stessa freddezza con cui si scrive una lista della spesa: vengo sotto casa tua, vi taglio la testa. Non è un raptus improvviso, ma la messa in pratica di un’idea di possesso che, quando incontra un rifiuto, non sa concepire altra risposta che la punizione.
Ed è qui il punto più scomodo della vicenda di Bacoli: la violenza di genere non resta mai confinata alla coppia, si allarga a chi prova a proteggere la vittima, si allarga alla famiglia d’origine di chi perseguita, si allarga a chiunque, per affetto o per caso, si trovi sulla traiettoria. Sono vittime collaterali nel senso più letterale del termine, colpite non per quello che hanno fatto, ma per la posizione che occupano accanto a chi l’aggressore considera una proprietà perduta. A fermare lo scontro sotto casa dell’ex (quello tra il 25enne armato di coltello e il suocero armato di mazza da baseball) non è stato un dispositivo di sicurezza o un intervento tempestivo delle forze dell’ordine, ma un passante, che si è trovato lì per caso.
Gli strumenti di prevenzione, del resto, funzionano solo se dietro c’è personale sufficiente a monitorarli, questure in grado di valutare in tempo reale il rischio di ogni segnalazione, servizi capaci di seguire non solo la vittima ma anche, quando serve, chi minaccia. Sulla carta l’Italia ha una normativa tra le più avanzate d’Europa in materia di stalking e violenza domestica, ma nella pratica quotidiana, quella normativa si scontra con organici ridotti, tempi di attesa, e con la necessità che sia la vittima stessa ad attivare la macchina istituzionale con una denuncia: il risultato è che si interviene quasi sempre reagendo a un fatto già accaduto, raramente prevenendo quello che sta per accadere.
I carabinieri sono arrivati, hanno indagato, hanno arrestato: il 25enne è ora in carcere, in attesa di giudizio, con accuse pesanti, atti persecutori, lesioni, minaccia aggravata, la risposta che la giustizia può dare a cose fatte. Non è, e non può essere, la risposta a una domanda più profonda: perché una traiettoria di possesso e minacce, che con ogni probabilità non nasce in quelle poche ore ma si costruisce nel tempo, arrivi sempre a esplodere prima che qualcuno la fermi.
Bacoli non è un’eccezione, ma l’ennesima conferma che continuiamo a trattare lo stalking come un reato da punire dopo, raramente come un rischio da disinnescare prima.
This post was published on Lug 30, 2026 12:36
Il parroco del Parco Verde di Caivano si rivolge ad Adriano Cappellari, accusato dalla Procura…
Il libro di Zazzera servito con piatti d’autore per l’ASD Black Dolphin Vela, cucina e…
Più di cinquecento spettatori hanno preso parte alla serata inaugurale della seconda edizione di Al…
Sabato 8 agosto, alle ore 21, la prima nazionale dell’opera di Jean-Paul Sartre diretta da…
Il 26 settembre Piazza del Plebiscito ospiterà il charity show per i 25 anni della…
Nuovo confronto istituzionale in Prefettura a Napoli per affrontare le criticità che interessano gli insediamenti…