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Il 10 luglio 1976 il disastro ambientale di Seveso

Il disastro di Seveso è il nome con cui si ricorda l’incidente, avvenuto il 10 luglio 1976 nell’azienda ICMESA di Meda, che causò la fuoriuscita e la dispersione di una sostanza artificiale fra le più tossiche, la diossina TCDD.

di Luigi Casaretta

Il disastro di Seveso è il nome con cui si ricorda l’incidente, avvenuto il 10 luglio 1976 nell’azienda ICMESA di Meda, che causò la fuoriuscita e la dispersione di una sostanza artificiale fra le più tossiche, la diossina TCDD. Il veleno investì una vasta area di terreni dei comuni limitrofi della bassa Brianza, particolarmente l’area di Seveso.

Si trattò del primo evento nel quale la diossina era uscita da una fabbrica e aveva colpito la popolazione e l’ambiente circostante; di fatti erano praticamente sconosciuti gli effetti diretti della diossina sull’essere umano e sugli animali ed in generale poco si conosceva di questa sostanza. L’incidente, secondo una classifica del 2010 del periodico Time, si colloca all’ottavo posto tra i peggiori disastri ambientali della storia; anche il sito americano CBS inserisce il disastro tra le 12 peggiori catastrofi umane ambientali di sempre.
Erano le 12:28 di sabato 10 luglio 1976, nello stabilimento della società ICMESA di Meda, al confine con quello di Seveso, che il sistema di controllo di un reattore chimico destinato alla produzione di triclorofenolo, un componente di diversi diserbanti, andò in avaria e la temperatura salì oltre i limiti previsti. Probabilmente, la ragione fu l’arresto volontario della lavorazione senza che fosse azionato il raffreddamento della massa, e quindi senza contrastare l’esotermicità della reazione, fatto sta che si evitò l’esplosione del reattore in quanto avvenne l’apertura delle valvole di sicurezza, ma l’alta temperatura causò la fuoriuscita della diossina nell’aria in quantità non definibile e si formò una nube tossica, che colpì i comuni di Meda, Seveso, Cesano Maderno, Limbiate e Desio e soprattutto Seveso, in quanto situato immediatamente a sud della fabbrica.

Le prime avvisaglie furono un odore acre e infiammazioni agli occhi ma la notizia apparve con evidente ritardo sui giornali solo sette giorni dopo. Non vi furono morti, ma 676 sfollati tra il 26 luglio e il 2 agosto, La maggior parte di loro sarebbero rientrati nelle loro case bonificate l’anno successivo, mentre 41 famiglie non poterono tornare perché le loro case vennero distrutte. Sarebbero state riedificate negli anni seguenti. Inoltre circa 240 persone vennero colpite da cloracne, una dermatosi provocata dall’esposizione al cloro e ai suoi derivati, che crea lesioni e cisti sebacee. Migliaia di animali contaminati dovettero essere abbattuti; il terreno fu asportato (fino a una profondità di 30 cm) e depositato in vasche nell’area più prossima alla fabbrica. Si vietò il consumo umano di ortaggi e frutta della zona. Quanto agli effetti sulla salute generale, a lungo termine essi sono ancora oggi oggetto di studi. L’ICMESA risolse il problema pagando la somma di lire 103 miliardi e 634 milioni per il “disastro di Seveso” in primis alla Regione Lombardia più altri indennizzi miliardari ai privati.

Il disastro di Seveso che ebbe notevole risonanza pubblica e a livello europeo, portò alla creazione della direttiva 82/501/CEE nota anche come direttiva Seveso ed ad una svolta nel dibattito sulla sicurezza dell’ambiente e dei luoghi di lavoro.

Redazione Desk
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