La donna, tra sessismo e ironia nella lingua napoletana

La donna, tra sessismo e ironia nella lingua napoletana

La donna, la sua visione, le sue caratteristiche e i soprannomi a lei legati, tra sessismo e ironia nella lingua napoletana

Così come scritto sul quotidiano La Repubblica, le definizioni, le storia, il dialetto e la lingua napoletana rappresentano e mostrano la donna, tra sessismo e ironia. “Il dialetto ama le sue donne ma un po’ le maltratta – commenta Sergio Zazzera, autore del Dizionario napoletano (Newton Compton) – attraverso definizioni che nascondono una storia antica. Penso a zandràglia, donna volgare, che proviene da les entrailles!, grido francese che accompagnava il lancio alle popolane delle interiora animali, avanzo della macellazione, perché se ne cibassero con le famiglie.

Oppure a scupìllo, dallo scopino per la pulizia dei bagni, rivolto alle magre. Termini giocosi che rivelano un atteggiamento spiritoso del nostro popolo verso il mondo femminile“.

Eppure, come è risaputo, “scherzando si dice la verità, ma i napoletani la pronunciano senza crederci troppo“. Un disprezzo verso le donne su cui si muovono stereotipi e sentimenti ambigui. In una lingua, quella napoletana, dove la repulsione si mescola al fascino verso una creatura seducente ma pericolosa: “E cheste sóngo ’e ffemmene, c’è poco ’a pazziá! T’avotano, te girano, te sanno ’mpapucchiá!” affermava, nel 1927, il brano “Attenti alle donne”.

 

La donna, “un approccio contraddittorio nel medioevo”

 

Da una prospettiva linguistica già nel Medioevo l’approccio alle donne era contraddittorio: la misoginia (sentimento e conseguente odio verso le donne) conviveva con la stilnovistica celebrazione del gentil sesso“, spiega Nicola De Blasi, docente di Linguistica italiana alla Federico II ed esperto di storia linguistica meridionale e dialettologia campana. “La parola femmena, in ogni caso, ci identifica, non la sfruttiamo in senso dispregiativo ma con orgoglio, come accade ne Il sindaco del rione Sanità di Eduardo, quando Rafiluccio definisce la compagna: ’a femmena mia. La lingua napoletana non è avversa alle donne – prosegue De Blasi -. Possiede un’anima matriarcale e alcuni elementi di misoginia che, però, appartengono ad una diffusa cultura tradizionale, presente in tutta Italia. Il sessismo è nella mente di chi parla, nel sottinteso più che nei vocaboli e, spesso, si declina al femminile.

Un esempio? Nella canzone Teorema di Tony Tammaro, un uomo dominato dalla moglie evoca gli avvertimenti della madre: tu ’mman’a cchella faje ’a fine ’e papà“.

In alcuni casi il sessismo si intrufola in un uso che porta a svalutare le donne stesse. “La capèra, la parrucchiera a domicilio, è ormai solo la pettegola“. Meglio ciò che accade ’a ciaciona, “cruciale nel nostro immaginario che apprezza le formose. Passione per la bellezza florida che deriva dalla paura della carestia“.

E i camorristi? Come vedono le donne? Dove le collocano? “Il gergo ottocentesco dei criminali – commenta Francesco Montuori, docente di Linguistica Italiana alla Federico II e scrittore di “Lessico e camorra” (Fridericiana) – è stato raccolto da funzionari di polizia e criminologi, interrogando i detenuti. Di conseguenza i designati femminili sono le prostitute e gli organi sessuali. Consuete le metafore: per un seno abbondante si trova ballaturo, bancarielle mentre i genitali sono distinti in giovanili – bellezza, caiolella – o meno – caccavella, crastola spennata. Una delle locuzioni più interessanti è prendersi il passaggio, ossia “prendersi spasso colla donna senza compiere l’atto sessuale” “. Mentre in Gomorra – La serie “alle donne ci si rivolge con il riguardo dovuto al ruolo – donna Imma Savastano, per spiegarci meglio – o con mancanza di rispetto tipicamente sessista: la prepotenza scagliata contro l’orientamento sessuale di Marta/Luca. Ogni personaggio è caratterizzato linguisticamente dai tormentoni, quei tormentoni che caratterizzano le frasi che gli uomini indirizzano alle donne, come: scommetto che ti chiami Noemi“.

L’originalità esplode nei nomignoli che evocano i genitali. “La fantasia dei napoletani in materia di soprannomi affibbiati al sesso femminile non ha eguali” precisa Claudio Pennino, autore del libro “’A mamma d’ ’e ccriature” in uscita per Cuzzolin. “Per i francesi la natura femminile è un joujou, un giocattolo che, forse per le influenze delle passate dominazioni, è diventato per noi una piacevole pazziella, da trattare con serietà e rispetto”. Da cui la formula è gghjiuta ’a pazziella mman’ ê ccriature “che, sessisticamente, si può riservare agli uomini inesperti o incapaci!“.