I grandi eventi non contano: Napoli resta puzzolente, sporca e imbrogliona. Perché così fa comodo ai media

Dov’è finita la Napoli degli scippi, delle rapine, della puzza e della munnezza? Il mondo si è abituato a questa immagine. Cambiarla, mediaticamente parlando, è impossibile. O almeno, non è vantaggioso

Napoli puzza, Napoli città morta, la Napoli delle rapine. Napoli è ancora una volta sotto i riflettori mediatici, e mai che fosse per bene. I mali, come si dice, vengono tutti insieme. E qui a Napoli sembra proprio che vengano anche tutti per nuocere. Napoli è stata nuovamente protagonista dell’ennesimo attacco mediatico. Attacco consumatosi nel giro dell’ultimo weekend. Non un weekend a caso, ma (casualmente?) proprio quello che ha visto una maxi concentrazione di eventi in città.

Il Coca Cola Village che ha animato per due giorni la rotonda Diaz, il concertone di Mika per i 50 anni della Nutella a piazza Plebiscito, il secondo weekend della Mostra d’Oltremare riaperta al pubblico dopo trent’anni, le molteplici, consuete iniziative per il Maggio dei Monumenti. E un sole da fare invidia alle Hawaii. Lungomare stracolmo, invasione di pattini biciclette e risciò, primi bagni a Mergellina, piazza Plebiscito che sfiora la soglia delle 150mila presenze. Anche il Maschio Angioino è tornato a rivivere, illuminato di rosa per la Giornata Mondiale contro l’Omofobia, grazie agli spettacoli notturni della Notte dei Musei. Cifre record per il turismo, che replicano e addirittura superano l’affluenza dei ponti per 25 aprile e 1° maggio. E questa volta finalmente anche con un servizio metropolitane e funicolari garantito fino alle 2 di notte, che pure ha fatto registrare cifre da capogiro, oltre 50mila accessi in un weekend. Chi c’era non potrà che essere d’accordo: una Napoli tanto splendente non si vedeva da tempo. Ecco. Qualcosa non quadra. Dov’è finita la Napoli degli scippi, delle rapine, della puzza e della munnezza? Dove la Napoli deserto culturale, tomba della civiltà, terra dell’alienazione? La Napoli dalle notti scure e solitarie, Napoli della paura e della bruttura? Il mondo si è abituato a questa immagine. Cambiarla, mediaticamente parlando, sembra impossibile, non è vantaggioso, non è conveniente. Napoli fa comodo solo se è regno di camorra e munnezza, allietato da un dozzinale folklore al sapore di pizza e mandolino.  È questa l’immagine vincente, l’unica Napoli possibile, che fa comodo ai media che cavalcano un populismo becero e disfattista. È questa l’immagine da riportare in auge.

Come? Basta non fermarsi all’evidenza dei fatti, fare qualche indagine in più, scendere nei dettagli e addrizzare un po’ il tiro, spingi un po’ qui e tira un po’ lì e vedrai che il posto in prima pagina per il pezzo di cronaca che parla di malagestione e disagi, per le foto dei sampietrini divelti e le cartacce post-concerto al Plebiscito, per l’articolo di fondo, a firma di un illustre nome del giornalismo che conta, che afferma che Napoli è una città morente se non morta, ci esce. E che valore hanno, rispetto a tanto sfacelo, le immagini di una piazza stracolma di persone, i volti sorridenti dei turisti che vanno via con gli occhi pieni delle immagini di una città viva e vitale, gli sciami di utenti che affollano le corse notturne della metro? Nessuno. Così, mentre Napoli risorge nel silenzio e nell’indifferenza generali, l’attenzione di tutta l’Italia viene calamitata dal servizio in primo piano di un tg nazionale che racconta la rapina ai danni del malcapitato Zuniga.

Anche la letteratura ci rema contro. Perché Napoli, “già” nel Seicento, era una “metropoli puzzolente, sporca, corrotta e piena di imbroglioni”. O almeno così l’ha descritta Antonella Cilento nel suo romanzo candidato allo Strega “Lisario o il piacere infinito delle donne”, lasciandosi sfuggire un avverbio di troppo, quel “già” che presuppone un fatto scontato, la continuazione naturale e incontrovertibile di una verità che ieri come oggi conserva la sua forza inestinguibile: Napoli puzza, è sporca, corrotta e imbrogliona proprio come 400 anni fa. Non c’è grande evento che tenga. Niente e nessuno, nemmeno un intervento soprannaturale o un essere divino, per chi ci crede, potrà cambiare questa inconfutabile verità. Figuriamoci noi, poveri, miseri, limitati esseri umani.