attentato a bruxelles

Attentato a Bruxelles: colpiti aeroporto e metrò. Colpito il senno e il senso.

Attentato a Bruxelles – Ancora un attacco nel cuore dell’Europa. Colpita la capitale del Belgio. 34 i morti. Attentato terroristico rivendicato dall’Isis.

Attentato a Bruxelles. 34 morti, numerosi feriti – tra cui alcuni italiani – la morte nascosta che non sparisce neanche nel cuore dei sopravvissuti né in quello di chi, come noi, è fisicamente distante: la paura. Come non averne? Come non pensare all’orrore nascosto dietro l’angolo che d’improvviso assale e coinvolge, dilania o strazia in un modo o nell’altro macerando tutte le certezze che prima erano una garanzia e che, un solo microsecondo dopo, sono completamente sparite?

Altri nomi, un’altra lista, altre lacrime, altri ricercati… ritrovati, come per caso, e sbandierati per dimostrare che il potere c’è e che sa cosa fare. Il dubbio è lecito. Un dubbio non solo sui tempi necessari per pervenire al ritrovamento di Salah in fuga dopo la strage di Parigi del 13 novembre. Una strategia dell’Intelligence che avrebbe potuto essere più rapida, forse, ma il cui orgoglio mediatico ha probabilmente accelerato i fatti accaduti oggi a Bruxelles.

Davvero era necessario amplificare la “probabile”… probabile, non certa, quindi… confessione di Salah? Il dubbio è lecito. Un dubbio che dimostra che fare la voce grossa non serve, così come è inutile una politica dell’emergenza. Immediata la reazione. Calcolata o meno dal punto di vista strategico, è stata una risposta che ha dato i suoi frutti: immediato l’abbandono dell’inno di gioia, più forte il precipizio verso uno stato di ansia perenne.

Un dubbio è lecito. Un dubbio che fa pensare che, da una parte e dall’altra, di questa paura si abbia bisogno per affermare il potere della coercizione, per stabilire i limiti della libertà, per definire chi protegge chi e contro che cosa. La paura è un’arma nelle mani di entrambe le fazioni, sebbene con modalità diverse, lo scopo è lo stesso: legittimare la propria autorità.

Da una parte, la strategia della paura sollecita ad affidarsi a un capo, il governo europeo, affidandogli il compito di proteggerci a pieno titolo. Si dimentica che lo scopo di un governo è esattamente quello di prendersi cura dei propri cittadini e la paura dovrebbe essere bandita da qualsiasi potere che sia realmente autorevole.

Dall’altra parte, la strategia della paura diviene la consapevole arma per destabilizzare la fiducia in se stessi come nel governo cui ci si è affidati fidandosi. In mezzo, tra i due estremi, il popolo contrariato, confuso, spaventato, reso ormai impermeabile alla comunicazione e alla conoscenza, debilitato al punto tale da vedere ovunque i possibili nemici.

Un popolo/vittima, smarrito e sfiduciato che tende a chiudersi sempre più su se stesso, incapace ormai di comprendere fino in fondo ciò che accade mentre lascia che altri molestino la sua libertà impossessandosene. Un popolo ormai rassegnato a morire e a cedere proprio quella libertà che, probabilmente, è una delle ragioni di tanta ostilità e violenza.

Non basta. Le immagini e le descrizioni delle vittime tendono a soffermarsi sul macabro della violenza di morte.

Tutti si è in grado di capire come possa essere un corpo dopo una morte per attentato, eppure le descrizioni divengono più dettagliate su ogni millimetro di pelle o sulla posizione di caduta di quei corpi senza più vita, quasi a smentire il senso di una qualsiasi sineddoche che veda rappresentato il tutto tramite una parte, e una soltanto.

Il dettaglio spaventa, i dettagli moltiplicati all’infinito procurano il terrore necessario ad addormentare le menti mentre, da una parte e dall’altra, si gode del risultato ottenuto. Una parte perché così sente confermato il potere di decidere come reagire, è guerra; l’altra perché ha ottenuto il risultato sperato, il terrore.

Si cerca di dimenticare, celate nel macabro di cattivo gusto, le proprie responsabilità, le quiescenze e i silenzi, le mancanze e il vuoto di autorevolezza che, come in ogni cosa, è ben diverso dalla semplice autorità egemone.

Attentato a Bruxelles, che serve chiudere le frontiere

Si chiudono le frontiere, motivando con uno stato di sicurezza, e si dimentica che questi terroristi sono cresciuti in mezzo a noi e dell’Occidente si sono nutriti. Il male viene da dentro e non da fuori, così come le sue ragioni, così come una politica europea appena sufficiente a perdersi in processi economici a misura di nessun uomo.

di Loredana De Vita