Nell’osservazione di quanto sta accadendo nel mondo sin dai primi giorni del 2026 appare chiaro e davanti agli occhi di tutti che l’Europa oggi appare ed è per il sottoscritto, e non solo, l’antagonista più coerente e necessario contro la politica estera aggressiva di Trump.
L’Unione Europea appare oggi più come un censore che come un attore geopolitico pienamente compiuto. Si muove entro il perimetro di norme e trattati che continuano a esistere soprattutto sulla carta, ma che nella pratica vengono sistematicamente ignorati dalle grandi potenze. Bruxelles richiama il diritto internazionale, invoca la legalità, ribadisce principi condivisibili; tuttavia fatica a trasformarli in leva di potere reale.
Più che un blocco alternativo capace di competere sul piano militare e strategico, l’Europa sembra il custode di un ordine che non viene più rispettato da nessuno. Un ruolo nobile, ma sempre meno efficace in un mondo che ha ripreso a parlare il linguaggio della forza.
Eppure, proprio le minacce, esplicite o solo evocate, di un’invasione della Groenlandia da parte di Donald Trump avrebbero dovuto rappresentare il momento della svolta. L’occasione per dimostrare compattezza, deterrenza, capacità di risposta comune. Nulla di tutto questo si è visto. Le capitali europee hanno reagito in ordine sparso, tra dichiarazioni prudenti, prese di distanza formali e silenzi imbarazzati, lasciando emergere ancora una volta la fragilità strutturale dell’Unione sul piano della difesa e della strategia.
Così, mentre gli Stati Uniti di Trump riscoprono l’unilateralismo e la politica delle sfere di influenza, l’Europa resta sospesa tra ciò che dovrebbe essere e ciò che realmente è: un gigante normativo, ma un nano geopolitico.
1. Trump tra Venezuela e Groenlandia
All’inizio di gennaio 2026, l’amministrazione Trump ha ordinato un’operazione militare su larga scala in Venezuela che ha portato alla cattura dell’ex presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, trasferiti negli Stati Uniti per rispondere a accuse di narcotraffico e terrorismo. Questo blitz ha riportato in prima pagina un uso diretto della forza statunitense contro uno Stato sovrano, con conseguenze geopolitiche immediate.
Parallelamente, Trump ha rilanciato l’idea di “acquisire” la Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca. Pur trattandosi di un piano già ventilato negli scorsi anni, questa volta è emersa anche la possibilità di considerare opzioni militari o pressioni di altro tipo per assicurarsi il controllo della grande isola artica, ricca di risorse e strategica per questioni di sicurezza nel Nord Atlantico.
2. L’Europa come difensore del diritto internazionale
La risposta ufficiale della Commissione Europea e dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’UE è stata, almeno inizialmente, formulata con molta cautela diplomaticamente. Pur evitando critiche dure, i portavoce europei hanno ribadito l’importanza dei principi di sovranità nazionale, integrità territoriale e rispetto della Carta delle Nazioni Unite, norme fondamentali del diritto internazionale che, secondo Bruxelles, non possono essere trascurate nelle relazioni globali, aggiungo già più volte violate, non ultimo da Putin in Ucraina.
In particolare, sul tema della Groenlandia, la UE ha confermato che si tratta di un territorio autonomo danese e che qualsiasi decisione sul suo futuro deve essere presa dai popoli e dal governo danese, rafforzando il principio che la sovranità non è negoziabile.
La posizione europea non è stata unanime. Alcuni governi hanno sollecitato una soluzione politica e pacifica per la crisi venezuelana, sottolineando la necessità di evitare escalation e di rispettare il diritto internazionale
Allo stesso tempo, altri leader europei hanno espresso preoccupazioni più nette, ritenendo che gli Stati Uniti abbiano violato norme fondamentali del diritto internazionale agendo unilateralmente in Venezuela.
Ancora una volta, l’Unione Europea manca all’appuntamento. Non c’è una risposta ferma, né un segnale chiaro di coesione, proprio ciò che sarebbe necessario per fronteggiare le sfide globali.
3. La Groenlandia: un punto di frizione esplicito
La reazione europea al rilancio delle mire statunitensi sulla Groenlandia è stata molto più intensa rispetto a quanto emerso sulla Venezuela. La Danimarca e i leader europei hanno definito il discorso di Trump “assurdo” e hanno riaffermato che la Groenlandia è e resta danese.
Il premier danese ha addirittura affermato che un’eventuale azione militare contro la Groenlandia segnerebbe la fine della NATO, evidenziando l’importanza strategica e simbolica del tema.
Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito hanno emesso dichiarazioni congiunte contro le affermazioni di Trump e in favore della sovranità danese sul territorio. Tuttavia, va notato che il riferimento dell’UE a queste questioni è stato spesso principale e formale, senza misure coercitive concrete contro gli Stati Uniti. La Commissione tende infatti a favorire il dialogo attraverso NATO e canali diplomatici, piuttosto che lo scontro frontale.
4. Europa come contraltare alle politiche di Trump?
È vero che, di fronte all’attuale aggressività dichiarata da Washington, tra Venezuela e Groenlandia, l’Unione Europea si presenta come l’attore internazionale più coerente nel difendere norme multilaterali. Mentre gli USA usano la forza o la pressione, l’UE insiste sul rispetto del diritto internazionale e sull’autodeterminazione dei popoli.
Ma questa contrapposizione ha limiti reali.
– L’UE non dispone di strumenti militari autonomi significativi per contrapporsi agli Stati Uniti;
– Molti Stati membri dell’UE sono anche membri della NATO, il che complica una rottura netta con la politica USA;
– Alcuni governi europei preferiscono evitare uno scontro aperto con Washington, mirando a contare ancora su cooperazione su temi strategici come energia e sicurezza.
In altre parole, l’Europa oggi appare più come un difensore di principi normativi che come un antagonista geopolitico con capacità di fermare unilateralmente le ambizioni globali statunitensi.
5. Cosa c’è davanti ai nostri occhi, la situazione attuale
La crisi Venezuela-Groenlandia ha evidenziato una profilazione internazionale più netta dell’UE rispetto alla difesa dei principi di sovranità e diritto internazionale ma è altrettanto evidente la difficoltà dell’Europa a tradurre principi in azioni concrete e autonome senza l’appoggio di strutture condivise o alleanze.
Il rischio, anzi la certezza, è che Trump stia ridefinendo l’ordine internazionale, mettendo in discussione la tradizionale leadership occidentale basata su regole condivise.
L’Europa, quindi, apparrebbe come l’antagonista più coerente contro la politica estera aggressiva di Trump, ma appare come un contrappeso normativo più che un blocco geopolitico alternativo soprattutto nei termini di potere militare e/o strategico.
In questo scenario, l’Europa rischia di essere ricordata non come baluardo dei valori, ma come spettatore impotente di un mondo che preferisce parlare la lingua della forza.
Non basta invocare norme e trattati. Senza coesione, strategia e volontà di proiezione di potere, Bruxelles resta un gigante dalle gambe di argilla.
Trump avanza, sfida regole e alleanze e l’Unione Europea osserva, titubante, incapace di trasformare i principi in deterrente reale.
Il rischio è evidente. Continuare su questa strada significa consegnare l’ordine mondiale a chi ha imparato a ignorare le regole senza pagarne il prezzo, contando sull’atteggiamento deferente che dall’altra parte molti hanno verso le cosiddette grandi potenze, senza mai riconoscersi realmente come tali.
L’Europa ha l’occasione di dimostrare forza e compattezza; l’ha sta sprecando e continua a sprecarla. E il mondo ne sta già pagando le conseguenze.
Dietro l’angolo ci sono Cuba, il Messico, ma soprattutto la Cina, che, quando lo deciderà, potrebbe invadere Taiwan. La Cina sta intensificando la sua pressione militare e politica sull’isola, conducendo esercitazioni sempre più imponenti e pronunciando pubblicamente discorsi in cui la riunificazione è presentata come ineluttabile.
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