Cronaca

Sversamenti illegali, arresti a Giugliano: la filiera che non si spezza

Rifiuti tossici abbandonati, ancora una volta. A Giugliano in Campania (Na) scattano due arresti, vengono ricostruiti otto episodi e l’indagine si chiude con una confessione, grazie ad un grande lavoro da parte della Procura di Napoli Nord ed i Carabinieri Forestali. I fatti, ricostruiti dai militari del Nucleo Forestale di Pozzuoli attraverso mesi di pedinamenti, geolocalizzazioni e analisi delle telecamere, sono precisi e pesanti: due dipendenti di una società incaricata della raccolta di rifiuti urbani raccoglievano illecitamente materiali da siti industriali e cantieri edili (solventi, vernici, componenti di veicoli intrisi di sostanze oleose) per poi abbandonarli in zone isolate del territorio giuglianese, con otto episodi accertati tra dicembre 2025 e gennaio 2026, un’indagine che si chiude con entrambi gli indagati che ammettono tutto.

Ma in questa storia c’è un dettaglio che vale più di qualsiasi capo d’imputazione: le aree in cui i rifiuti venivano scaricati erano già “adibite a ricettacolo di rifiuti“, non erano luoghi scelti a caso, nascosti, difficili da raggiungere, ma posti già noti, già usati, già segnati da anni di abbandoni precedenti. Luoghi che il territorio ha imparato a riconoscere come tali, e che qualcuno continuava ad usare perché nessuno li aveva bonificati davvero ed erano quindi diventati nel tempo una risposta logistica ad un sistema di smaltimento illegale che non ha mai smesso di esistere.

Ed è qui che la notizia buona declina. Arrestare chi scarica è necessario, ma non basta a rispondere alla domanda più difficile: perché quei luoghi esistono ancora? Chi ha permesso che diventassero quello che sono? Ed infine chi produce i rifiuti industriali che finiscono in quelle aree? I solventi, le vernici, i componenti oleosi vengono da officine, da cantieri, da aziende che hanno un obbligo di smaltimento regolare e che, evidentemente, trovano più conveniente affidarsi a chi non fa domande e chiede poco.

Giugliano è un nome che in questo tipo di cronaca torna spesso, troppo spesso. Il territorio a nord di Napoli è da decenni al centro di un problema ambientale enorme, la cosiddetta Terra dei Fuochi non è solo un’etichetta ma una realtà che ha lasciato tracce nel suolo, nelle falde acquifere, nei dati sanitari delle popolazioni locali. In questo contesto, ogni nuovo caso di sversamento è la conferma che qualcosa non funziona, e che le risposte finora adottate non sono state sufficienti. Non si tratta di sminuire il lavoro delle forze dell’ordine, che in questo caso è stato minuzioso e professionale, ma di riconoscere che l’azione repressiva, da sola, non risolve il problema. Per ogni coppia di arrestati, c’è un sistema che ha reso possibile il loro agire: una domanda di smaltimento irregolare che trova offerta, un territorio che per troppo tempo ha mancato di presidio e bonifica, una filiera industriale in cui i controlli sul corretto smaltimento dei rifiuti pericolosi rimangono insufficienti. Spezzare quindi un anello della catena non spezza la catena.

C’è anche un altro aspetto che questa vicenda porta in superficie: i due arrestati erano dipendenti di una società di raccolta rifiuti, persone inserite, almeno formalmente, in un sistema regolare. Il salto verso l’illecito, in contesti come questo, a volte è il risultato di pressioni e di una cultura del “si è sempre fatto così” che si trasmette sul lavoro come si trasmette ovunque. 

La vicenda è tecnicamente chiusa, ma il territorio da cui parte non è chiuso, non lo è mai stato: Giugliano merita risposte che arrivino prima degli arresti, ovvero bonifica reale delle aree già compromesse, controlli seri sulla filiera dello smaltimento industriale, presidio costante dei luoghi più esposti. Perché proteggere un territorio non significa soltanto punire chi lo avvelena ma non permettere che avvelenarsi diventi, nel tempo, la cosa più facile da fare.

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