Lo scorso sabato 28 marzo, Simonetta Lamberti è tornata finalmente a casa, a Cava de’ Tirreni.
Fu a Cava infatti che questa vittima innocente di criminalità visse i suoi 11 anni di vita e, a Cava, di ritorno da un pomeriggio al mare, che trovò la morte in un agguato camorristico nei confronti del padre, il p.m. Alfonso Lamberti, alla guida della sua auto, che rimase ferito. Quel pomeriggio del 29 maggio 1982 è per la città di Cava de’ Tirreni una cicatrice profonda ed indelebile, un ricordo doloroso, difficile da accettare ancora oggi.
Quando, in un pomeriggio napoletano di dicembre, trovandomi casualmente (ma cosa avviene davvero per caso?) ad una presentazione presso la libreria Iocisto, ho scoperto che Giannini editore aveva pubblicato Sono Simonetta di Anna Copertino, nella sua collana “Sorsi”, l’idea di portare il libro nel suo luogo naturale è nata spontanea. Immediatamente ho trovato accoglienza in Anna Copertino e in Stefano Lamberti e, a Cava, in Filomena Avagliano, consigliera comunale e vice Presidente della Commissione Pari Opportunità, donna che ha fatto dell’impegno politico lo strumento per affermare i diritti di quelli che non hanno voce e che dunque è stata subito sensibile alla mia proposta.
Non avevo però fatto i conti con la portata emotiva enorme che questa presentazione avrebbe comportato. Me ne sono resa conto presto, quando ho sentito la mia voce incrinarsi introducendo gli oratori. Non è stato facile, confesso, ma ne è valsa assolutamente la pena.
Quello a cui si è assistito sabato mattina infatti non è stato “semplicemente” la presentazione di un libro – senza così voler in alcun modo sminuire le presentazioni di libri – bensì, direi, un rito collettivo di memoria.

Anna Copertino infatti, da giornalista di cronaca qual è da una vita, ha scritto un libro che vuole essere testimonianza tangibile della storia di Simonetta Lamberti. In sole 98 pagine condensa, trasversalmente, scritti di Simonetta e della madre, Angela Procaccini, testimonianze dei fratelli di Simonetta e di Luigi Carbone, che a Simonetta ha fatto intitolare una piazzetta a Napoli, e ripercorre, dando voce a Simonetta stessa, gli ultimi suoi giorni, attingendo ai suoi diari, alle sue foto e ai racconti sentiti su di lei durante questi anni.
“Dopo tanti anni di silenzio, Angela mi ha dato una grande opportunità: mi ha aperto le porte di casa sua come amica e come giornalista” a queste parole, Anna Copertino non trattiene le lacrime e, accompagnata dagli applausi della sala, uno dei tanti che si sono sentiti durante l’incontro, aggiunge “è stato come entrare in una cristalleria in cui i racconti sono pezzi piccolissimi di vetro che si conficcano sotto pelle e ti restano incollati addosso”.
Al suo intervento ha fatto seguito quello di Angela Procaccini, esempio straordinario di amore e misericordia. Se Simonetta è una martire, nondimeno lo sono anche sua madre e con lei i suoi familiari, nel senso etimologico del termine, dal greco μαρτύριον, persone che, come i primi martiri cristiani, con la loro vita, portando una croce, testimoniano la sofferenza e al tempo stesso la misericordia.
È di amore e perdono infatti che parla Angela Procaccini: “Ho imparato che il dolore è un maestro perché ci insegna tante cose, soprattutto ho imparato che è ciò che ci unisce tutti come fratelli ed il motivo per cui bisogna avere comprensione” ed aggiunge: “L’amore mi ha aiutato a sopravvivere”. Le sue non sono parole, Angela Procaccini ha dedicato la vita all’ascolto dei più giovani, nelle scuole e nelle carceri anche, e non perde l’occasione per esortare all’ascolto dei giovani, oggi pieni di rabbia. La dolcezza che è nella sua voce, la lievità con cui si esprime, sono la prova che la vera forza, il vero coraggio non hanno bisogno di essere urlati ma sono carezze per chi ascolta. Lei, così piccola nelle fattezze, delicata pure nella voce, appare un gigante appena apre bocca.
Sia lei che suo figlio Stefano parlano poi di Cava come un posto del cuore, “un’oasi” accogliente alla quale sono legati ricordi dolci, verdi, ma anche tanta sofferenza purtroppo.
Stefano è un uomo, un padre, luminoso e schivo, che rivela quanto la nascita della figlia Greta – sulle sue gambe accoccolata per buona parte del tempo – facendogli scoprire un’altra forma di amore, l’abbia riunito con sua sorella Simonetta, sorella che non ha mai conosciuto ma di cui ha vissuto sulla pelle il trauma dell’assenza.
Momento culminante quanto inaspettato, è stato l’intervento dei tifosi della Cavese, il cui stadio è intitolato proprio a Simonetta Lamberti. Antonio D’Amato, detto “Maradona” dagli ultras, ha pronunciato parole spontanee e sincere, emozionando il pubblico ancora una volta e la stessa Angela Procaccini che d’istinto si è alzata per abbracciarlo. “I genitori hanno una grossa responsabilità che è quella di tutelare i figli che restano dal dolore dell’assenza” queste le sue parole. E poi ancora “Noi tifosi siamo orgogliosi che il nostro tempio sia dedicato a Simonetta Lamberti, la cui memoria onoriamo raccontando la sua storia alle squadre avversarie”. Parole vere che sono arrivate ancora più potenti proprio perché non programmate.
Ad emozionare il pubblico, visibilmente commosso, anche le letture di Giacomo Casaula, attore, nipote di Anna Maria Ackermann, e le musiche di Lino Blandizzi che ha chiuso l’incontro con la canzone, dolcissima e straziante, dedicata a Simonetta composta e musicata interamente da lui.
L’augurio è che “Sono Simonetta. In memoria della bambina uccisa in un giorno di maggio” possa continuare a far conoscere la storia di Simonetta Lamberti nelle presentazioni, nelle scuole, nelle manifestazioni e ovunque possa trovare ascolto ed accoglienza come sabato a Cava perché il martirio non sia stato vano.
di Angela Senatore.











