Cronaca

Portici, quattordici anni al nonno abusatore: la sentenza chiude il processo, non il problema

Quattordici anni. È questa la pena decisa dal tribunale di Napoli per un uomo di 79 anni di Portici, riconosciuto colpevole di aver abusato delle due nipotine gemelle, sei anni all’epoca dei fatti, e di aver fotografato quegli abusi per produrre materiale pedopornografico. Il giudice per le indagini preliminari Fabio Provvisier ha accolto integralmente le richieste della pubblica accusa, rappresentata dal sostituto procuratore Barbara Aprea. Risarcimento alle vittime: duecentomila euro, più una provvisionale di trentamila con una sentenza arrivata al termine di un rito abbreviato. Giustizia è fatta, si potrebbe dire.
Si potrebbe. Ma fermiamoci un momento prima di girare pagina.
Quattordici anni di carcere fermano un uomo, non fermano quello che è già successo. Non restituiscono alle due bambine l’infanzia che avrebbero dovuto vivere senza quel nonno paterno, senza quel cellulare usato per fissare l’orrore in immagini, senza la paura che, prima della denuncia, sarà durata chissà quanto. La giustizia arriva sempre dopo, il problema è cosa facciamo prima.
Le bambine hanno parlato con la zia e con la nonna materna, ed è lì che è iniziato tutto: non in un’aula di tribunale, non in una caserma, ma nella fiducia tra due piccole e gli adulti giusti, nel momento giusto. È bastata quella fiducia a far partire le indagini, a far arrivare i carabinieri di Torre del Greco, a far ritrovare sul telefono del nonno le immagini che hanno chiuso ogni dubbio. Ma cosa sarebbe successo se quella fiducia non ci fosse stata? Se le bambine non avessero trovato le parole, o il coraggio, o semplicemente un adulto pronto ad ascoltarle?
Qui sta il punto che la cronaca giudiziaria continua a ripeterci, e che continuiamo a non voler sentire: nella maggior parte dei casi di abuso su minori, chi aggredisce non è uno sconosciuto in un parcheggio buio, è qualcuno di famiglia. Ha un nome che i bambini usano ogni giorno: nonno, zio, padre. Ha le chiavi di casa. Si siede a tavola. E questo, da solo, dovrebbe bastare a farci capire perché prevenzione e protezione non possono dipendere dal caso, dalla fortuna, dalla fiducia di una bambina che per fortuna ha trovato la persona giusta.
Il sistema giudiziario, quando arriva a sentenza, funziona. Lo dimostra questo caso, con una condanna esemplare e tempi che, per gli standard italiani, non sono nemmeno lunghissimi. Ma a monte, prima del processo, prima della denuncia, prima ancora che una bambina trovi il coraggio di parlare, cosa c’è? Poco. Non esistono percorsi scolastici che insegnino ai bambini fin dalla prima infanzia a riconoscere un comportamento sbagliato e a chi rivolgersi per fermarlo. Non esistono protocolli uniformi che permettano a pediatri, maestre, assistenti sociali di intercettare per tempo i segnali, quando ancora si potrebbe intervenire prima che la situazione si cristallizzi in anni di abusi.
L’avvocato della famiglia, Maurizio Capozzo, ha detto qualcosa che andrebbe scritto da qualche parte ben visibile: la sentenza chiude la vicenda giudiziaria, non quella umana, le bambine porteranno per sempre il segno di quello che hanno vissuto. Nessun risarcimento, nessuna pena, per quanto severa, cancella questo.
E allora la domanda da farsi non è se la giustizia abbia funzionato, questa volta, piuttosto è: quante altre bambine, in questo momento, stanno aspettando di trovare la zia, la nonna, l’adulto giusto a cui dire cosa sta succedendo? E quante di loro non lo troveranno mai, perché nessuno ha mai insegnato loro che si può, che si deve, che qualcuno crederà loro?
Quattordici anni di carcere sono una condanna giusta. Non sono, e non possono essere, l’unica risposta che una società offre ai suoi bambini.

This post was published on Giu 17, 2026 8:45

Fabio Iuorio

Osservatore del sociale a 360°, amo scrivere e guardare Oltre. Ho amato il ruolo di giornalista fin da bambino, mi piace poter approfondire temi a sfondo sociale spesso ignorati dalla società moderna. Che dire, sono un eterno sognatore di un mondo come quello descritto da John Lennon in Imagine, un mondo dove non esistono discriminazioni e guerre, nulla per cui uccidere o morire.

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